

Lello Voce è nato a Napoli nel 1957. Poeta, scrittore e performer. E’ uno dei pionieri europei dello spoken word e della ‘spoken music’ ed ha introdotto in Italia il Poetry slam. È stato il primo EmCee al mondo a concepire e condurre uno Slam internazionale (Big Torino, 2002).Ha pubblicato svariati libri e Cd di poesia, con artisti come P. Fresu, F. Nemola, A. Salis, M.P. De Vito, M.Gross, S. Merlino, tra cui Farfalle da combattimento (Bompiani, 1999), Fast Blood (2003 – Premio Delfini di poesia, con le illustrazioni di Sandro Chia), L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2010) Piccola cucina cannibale (Squi[libri], con F. Nemola e C. Calia), prima esperienza italiana di poetry comics, per la quale è stato insignito del Premio Napoli 2012.Il suo ultimo libro-CD, sempre con Frank Nemola e con la partecipazione di Paolo Fresu, è Il fiore inverso (Squilibri editore, 2016), a cui è stato conferito il Premio Nazionale “Elio Pagliarani” di Poesia (2016). E’ stato autore, con Nanni Balestrini e Paolo Fabbri, del programma televisivo L’ombelico del mondo (Rai EDU), 20 puntate dedicate alla poesia e alle arti. I suoi romanzi sono ora riuniti ne Il Cristo elettrico (No reply, 2006, e-book Terra Ferma, 2014).
Avete vinto voi e adesso?
Adesso che tutto frana, mentre alla finestra del vostro chalet
guardate la montagna che collassa.
Adesso che tutto annega, mentre dalla tolda del vostro panfilo al sole
guardate le onde che ci precipitano.
Adesso che tutto brucia, mentre stesi all’orlo fresco della vostra piscina
guardate le fiamme che inceneriscono il bosco.
Adesso che tutto che tutto si scioglie, mentre sudati e pingui nelle vostre saune
guardate il ghiaccio che si fa acqua e slavina.
Adesso che la violenza è il futuro, mentre discutete di giustizia e tolleranza e
guardate scandalizzati il sangue dei poveri che vi schizza sul colletto.
Adesso che la libertà è diventata un privilegio, mentre per voi ne immaginate di nuove e
guardate compassionevoli le nostre catene sempre più corte.
Adesso che si può essere solo uguali, identici, mentre sperimentate la diversità
di sempre nuove torture inginocchiati nelle vostre Chiese.
Avete vinto voi e adesso?
Adesso che quasi tutto è deserto o lo diventerà, che quasi tutto è perduto, o presto lo sarà,
adesso che vivere è la fatica del nulla, adesso che il futuro ce l’avete in pugno e
potete annientarlo senza fatica, adesso che ognuno fa per sé, per i suoi, per chi fa
per lui, adesso che gli altri in malora, adesso che è chiaro a tutti che di lavoro
si deve morire, non qualcuno, ma tutti, come se fosse l’ultimo diritto acquisito,
adesso che scrivete semplici, come se fosse davvero semplice la semplicità,
adesso che spacciate per profondità la patina melensa dell’ovvietà che piace,
adesso che un virus bizzoso prepara la prossima guerra, adesso che la guerra
è ovunque, in ogni continente, in ogni nazione, in ogni famiglia, in ognuno di noi,
adesso che l’eccezione è finalmente la regola che vi permette di non avere regole,
adesso che ci avete tagliato la lingua per presentarvi come se foste quelli che
ci hanno tolto il bavaglio, adesso che ci avete assordato col rumore
dei vostri reattori, per poi sussurrarci all’orecchio qualche emozione
che ci avete accecati, schermo dopo schermo e poi ci avete regalato
il telecomando che cambia tutto tranne la nostra possibilità di andare via
adesso che con la vostra democrazia dite di averci aperto la stanza dell’avvenire.
Avete vinto voi e adesso?
Adesso che prima o poi passerà, adesso che prima o poi il sangue, il dolore, la disperazione
saranno troppi, adesso che prima o poi nessuno potrà più insegnare la tolleranza,
la clemenza, l’immaginazione, adesso che prima o poi non ci sarà un solo angolo
del mondo in cui rifugiarsi, in cui rifugiarvi, adesso che prima o poi il pianeta intero,
i suoi mari, i suoi laghi, i suoi venti, i suoi vulcani, i suoi terremoti, i suoi tifoni
e gli uragani, che prima o poi tutte le sue specie che galoppano, nuotano, volano
si arrampicano, strisciano e persino la più servile tra loro, la nostra, che ancora parla
e cammina ostinatamente eretta.
Adesso: che prima o poi sarà allora.
Allora, dico, avrete almeno la dignità di non chiederci clemenza?
*
Piccola cucina cannibale
ho bisogno di una scorciatoia lenta e di una vita che mi menta
dove si senta il suono spento d’ogni sentimento io ho bisogno
di un sogno lasciato indietro di trovare un metro alla menzogna
di sfuggire alla gogna bisogno di silenzio di assenzio e mugugno
ho bisogno di tatto d’olfatto di dare di matto sfuggire allo scacco
bisogno di occhi e polpastrelli di lingua di narici di mitragliatrici
di un gorgo sordo che inghiotta il futuro di una vena delle tue radici
) strappami le pupille e masticale con tenerezza assapora il gusto
amaro dello sparo e la polvere che ho sparso sulle emozioni tagliami
la lingua e brucia la punta fino a che il fumo non si fa incenso,
fino trovare un senso)
se ancora esisto è per nutrirti per stupirti per sfuggirti e per tradirti
metterti spalle al muro all’angolo e chiederti di arrenderti al segno
ambiguo che ci separa all’aria rara che sta tra noi e ci unisce in
un soffio al vuoto d’ogni nostro moto se ancora esisto è per dirti
per favore continua a stupirti per dirti bada che amore non fa rima
con cuore ma con il rombo del dolore con i muscoli strappati che
carezzi a sera con l’unica cosa vera sangue versato che fa primavera
) divaricami le gambe e staccale dal tronco smonta le ginocchia
svuotale di liquidi e parole asciugale al fuoco lento del dubbio
affonda l’accetta alle natiche con un colpo secco e netto dividimi
fammi a pezzi divorami)
se ancora esisto è per dirti di non credere una sola parola di affilare
lo sguardo come lama puntata alla gola di continuare a credere che
anche il tacchino vola anche a costo di restare sola anche a costo di
essere tu a dire l’ultima parola se ancora esisto è per l’acrobazia
che mai non sazia per quest’ultima carezza un attimo prima del
respiro affannato che mi spezza è per leccarti le mani con dolcezza
per bere il tuo sale asciugarti il male è per amore o per quel che vale
) tagliami le orecchie con cura e ricucile ai lati delle labbra e le
palpebre i polpastrelli applicali alla lingua con spilli e virgole e
punti là dove batte là dove il dente duole e pulsa in grumi di dignità
il ritmo del dolore l’accento della libertà)
ho bisogno di dimenticare il futuro di immaginare il passato bisogno
di fiato caldo sul collo di minacce di ricatti di violenza di una lenza
avvelenata bisogno di un’unica durata liscia come uno specchio come
il ghiaccio che il filo dei pattini fende come fosse il taglio d’una storia
comune un percorso un morso di vita che stride di lame e uccide io
ho bisogno di pelle e d’olfatto ma tu guardami senza toccarmi e ora
rubami la vita con destrezza amor mio e poi spegnimi con dolcezza
*
il lavoro cieco
Lello Voce: spoken word
Paolo Fresu: tromba
Adele Pardi: violoncello
Dario Comuzzi: chitarra elettrica
“Grande è la confusione sotto il cielo”
(…)
Il cuore è questo vuoto al centro del sentire
il fiore che nasce già appassito muto zittito
questo vecchio bambino e i suoi occhi grandi
questo passato già tanto passato da essere ormai
l’unico avvenire il futuro di un muro un viaggio
che non s’allontana ma sprofonda quest’onda
che passa e non tramonta la pena che sormonta
i tappi senza bottiglia il tuo corpo a miglia e miglia
il vuoto è questo dolore che riempie l’orizzonte
questi volti immobili questo contrarsi del tempo
questo precipizio e lo sguardo nell’interstizio
a spiare l’aborto di ogni inizio le doglie con lo
sconto di ciascuna delle nostre voglie la fame
che attende paziente che pianta le tende mentre
la carica squilla gli scudi e noi nudi noi picchiati
noi svenduti suicidati torturati e poi condannati
lavorare meno lavorare tutti respirare
carezzare urlare prendere lasciare
scegliere pensare sospettare vedere dire
distruggere costruire imparare insegnare
godere soffrire sognare vivere tutti
morire meno
solo pochi minuti fa in anticipo sul ritardo
dell’adesso ed è successo l’avete visto tutti
questo sangue e le donne in vetrina i passanti
l’abbiamo visto tutti il ghigno aspro della neve
abbiamo sentito lo stridere chioccio dei denti
negare quella risposta che da sempre ci si
mente i tonfi poi gli stivali e lo scalpiccìo ogni
mio ogni tuo ogni suo ogni vostro ogni nostro
calpestati mentre il loro gas e la nostra massa
mentre accadeva il mentre e s’apriva il buco
s’apriva la pelle il muscolo l’osso lo zigomo
e il sangue si liberava del corpo lo sguardo
del morto questo nostro respiro così corto
noi zoppi noi storpi noi che per distrazione
abbiamo perso futuro amore rivoluzione
noi ciechi noi muti sordi i nostri colli torti
lavorare meno lavorare tutti pensare
bloccare incendiare colpire avanzare
retrocedere ritornare colpire prendere
restituire calcolare punire perdonare
compatire disprezzare agire vivere tutti
morire meno
hanno accecato il lavoro tagliato la lingua
ad ogni ribellione frantumato i timpani
della memoria strappato il cuore a ogni
sentimento bruciato i polpastrelli d’ogni
sensazione hanno disegnato la strada
e poi hanno sbarrato i cancelli hanno
riempito la nostra testa con il vuoto
dove volano i loro pipistrelli hanno
bevuto il nostro sangue il conto langue
siamo in credito di vita siamo in attesa
che sia finita questa pena infinita che nasca
la radice che traligna che esige che ora sia
esatta l’ora che fa tornare i conti siamo giunti
sin qua solo per mostrarvi i numeri la lista
e tutta l’evidente moderazione che c’è nel
comprendere come ormai l’unica soluzione
non sia un pranzo di gala ma piuttosto
tutt’un’altra rivoluzione
Eppure l’avventura di una poesia diciamo così all’aria aperta, quale quella praticata da Thomas, dobbiamo per davvero ritenerla finita non appena (ri)cominciata? O non è forse vero al contrario che è la serra accademica che proprio non riesce a riconoscere altri fiori che non siano quelli coltivati in proprio? Sta di fatto, per accennare alle questioni di casa nostra, che se la conversione a Montale di un’intera generazione di universitari avrà di sicuro garantito con una sorta di idioletto comune l’attestarsi di una tradizione del Novecento, ebbene finanche la più elementare ricostruzione tipologico-culturale racconterebbe una storia del tutto diversa. Quella per esempio della straordinaria fortuna popolare, e persino pop, dell’«uomo di pena» (e non di penna) Ungaretti durante l’intero dopoguerra. Richiesto del nome di un poeta vivente, un bambino degli anni Sessanta non avrebbe esitato a rispondere «Ungaretti», e a ricordare addirittura qualcuna delle sue poesie, e soprattutto il suo modo di recitare, e persino le sue fattezze fisiche. Con lo strumento della sua formidabile voce, quel poeta, che pure con la sua Vita di un uomo aveva scientemente spezzato il pane con la critica più filologicamente agguerrita, s’era invero ritagliato un altro pubblico, al di fuori del monumento che lo andava risucchiando. Che è lo stesso pubblico che da decenni cerca e trova Lello Voce, il poeta attuale fortunatamente più lontano dagli studi di ricevimento dei relatori di tesi.
La questione andrebbe posta in tutta la sua radicalità, perché un silenzio troppo assordante per non essere sospetto avvolge la produzione di uno dei poeti più comunicativi, e più sfacciatamente aperti al mondo, del nostro panorama di ombre altrimenti appena percettibili. E se quello che resta della critica tende dunque a non occuparsi della produzione di Voce, il motivo non può che essere uno solo: la cultura accademica, di cui la presunta critica militante è solo un precipitato, non ha letteralmente gli strumenti per intendere la sua poesia. E per un motivo molto semplice: contrariamente a come vorrebbe apparire, non possiede più le competenze filologiche necessarie. Fa bene Voce, il cui processo di composizione melodico consente a Frank Nemola di lavorare non il verso (che non c’è) ma la frase musicale, a richiamarsi a quella che Aurelio Roncaglia aveva definito la «generazione del 1170», e dunque ai grandi cantori del trobar ric. Farebbero ancora meglio gli amanti della poesia a mettersi all’ascolto di questo lavoro formidabile, e a seguirne le linee guida nell’illuminante dichiarazione di poetica contenuta nella parte tipografica dell’opera. «La poesia», scrive lì Voce, «nasce prima dei poeti. La poesia nasce insieme alla comunità». Mai nelle aule, persino per Dante, e meno che meno nei laboratori d’analisi.
(Gabriele Frasca, su alfabeta2, 2016)
