
Nozze d’argento
Quando diventa muta la carne lamentosa,
per lei ci resta la tenerezza.
Persiste lo splendore di quell’incendio bello
che un giorno fu inno di delizia, ramo di musica vivente.
Sotto le pallide ceneri
palpita ancora
il gaio cantare di quel fuoco.
Gli occhi scapparono ad altri paradisi;
toccò altre spiagge la nave del desiderio,
ma nel centro dell’anima è incrostata
quella musica lontana, soave e tenace come il profumo dell’infanzia.
Quando diventa muta la carne lamentosa,
aleggia gemendo nell’angolo più puro dell’esistenza
l’uccello grigio della tenerezza.
Difficile rendere in prosa la delicatezza e la verità di questa poesia di Baquero. È l’inesprimibile che tocca le ferite e vi si posa come un balsamo.
L’attacco è bellissimo: “Quando diventa muta la carne lamentosa”. Il lamento dei sensi è ciò che il poeta vede e sente, come sempre al di là delle apparenze. A questo serve la poesia: a trovare il significato ulteriore per cui nessuno rintraccia le parole.
“Per lei ci resta la tenerezza”: i Padri della Chiesa lo chiamerebbero il passaggio dai sensi esterni ai sensi interni. Ciò non toglie che permanga “lo splendore di quell’incendio bello / che un giorno fu inno di delizia, ramo di musica vivente”: una perfetta descrizione dei cerchi concentrici dell’amore, che più cresce più raggiunge le profondità della persona.
“Sotto le pallide ceneri / palpita ancora / il gaio cantare di quel fuoco”: il canto dell’eros non viene mai meno, se si ama. Lo ha spiegato Benedetto XVI nella lettera enciclica Deus Caritas est. Guai se nella crescita della persona venisse meno “il gaio cantare dell’amore”.
“Gli occhi scapparono ad altri paradisi; / toccò altre spiagge la nave del desiderio”: la fedeltà difficile è fatta di vacillamenti, a volte di cadute; il campo minato delle tentazioni non lascia sempre indenni dalle schegge.
“Ma nel centro dell’anima è incrostata / quella musica lontana, soave e tenace come il profumo dell’infanzia”: come dire meglio di così la frequenza, la vibrazione, la lunghezza d’onda dell’amore? Chiunque può comprenderlo, ma solo il poeta sa dirlo.
“Quando diventa muta la carne lamentosa, / aleggia gemendo nell’angolo più puro dell’esistenza / l’uccello grigio della tenerezza”: è il gran finale. L’angolo più puro dell’esistenza è il sacrario dell’amore, laddove nessun agente inquinante può entrare. Il nostro destino dipende dal sapere che sono lì le radici, la nostra identità. È lì che si celebrano le “nozze d’argento” della vita.

L’amore fondato sulla roccia della sponsalità è ciò che resta, perché “le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo”, come il Cantico dei Cantici insegna.
Benedette incrostazioni.