Poesia italiana del XXI secolo

 MADDALENA CAPALBI è nata a Roma nel 1948. Dal 1973 vive a Milano. La sua opera prima è Fluttuazioni (LietoColle, 2005), seguita da Olio (LietoColle, 2007), nel 2008 Sapevo (Ed. Pulcinoelefante), Il giardino di carta (Lab. Grafico Fil de fer), Arivojo tutto (LietoColle, 2009) poesie in dialetto romanesco. Nel 2011 Nessuno sa quando il lupo sbrana ( La Vita Felice), Testa rasata (Moretti&Vitali) e nel 2018 Ribbelle (Il Verri) Ha collaborato con Giuliano Turone responsabile del sito Dante Poliglotta, traducendo in dialetto romanesco alcune terzine tratte dal I-V e XXVI canto dell’Inferno – XXX del Purgatorio e XXXIII del Paradiso. È stata redattrice della rivista culturale Qui libri. Ha coordinato dal 2005 il Laboratorio di Poesia presso la II Casa di Reclusione di Bollate curandone ogni anno le antologie poetiche. Alcuni testi sono stati musicati dal Maestro Davide Gualtieri docente della cattedra d’improvvisazione del Conservatorio di Milano e rappresentati in Sala Verdi e in Sala Consiliare di Palazzo Marino. Nel 2015 il comune di Milano l’ha insignita dell’Ambrogino d’Oro.

La majetta rossa

Ma l’occhi azzuri ce l’hai avuti mai?

None  si no sò guai,

so’ queli de li ricconi co la capoccia

bionna  che se sturbeno

si nun je fai l’inchino,

cercanno de fregatte

si appena appena je stai vicino.

Poi dicheno bucie offrennote la torta

rincarcannotela ‘n gola

inzino[1] ‘un te vedeno morta.

Ma a noi tante co’ la majetta rosa

ce fanno ‘n baffo a tortijone[2] e a forza

de strillà j’ offrimo ‘n ‘antra cosa:

la libbertà co’ la giustizzia ‘n mano

facennoje capì

che ‘un ce stamo!

Da Arivojio tutto, Lietocolle, 2009.

*

Sarvatore

– So’ er sarvatore tuo –

aripeti

e l’antri? Li sarvi l’antri?

Debotto, come si m’avessino

ammollato[3]’no sganassone

m’aritrovo immèzzo a le bancarelle

der mercato, quelo vicino casa

indove la gente se move tra li banchi

senza parlà.

Li colori de la robba, pareno bisbijà

e nemmànco l’ajuto der soffióne[4]

è bono a ridunà[5] ’n paro de risate.

Un regazzetto ar cantone[6]

venne er pane pe’ du spicci[7],

cià la panza vota ma nisùno je dà retta.

A Sarvatò devi da venì qua pe capì,

voi fa ’na figura da peracottaro?[8]

Guasi guasi t’ho beccato!

*

Città Santa

Me vinite a parlà de cristiani…

ma davero ce credete?

Allora quer poraccio che s’è dato foco

perché nu’ ciaveva gnente da magnà,

che vordì – diteme – che vordì?

Eppuro ce lo sapevate che doveva da succede.

Tutti zitti

Tutti boni

puro er papa nu’ scomunica più gnisùno[9]

e la città santa s’annisconne

pe fa communella[10] co’ li gradassi[11]

e ’na manica de smargiassi[12].

Storia vecchia come er cucco

storia che ce fa fenì brutto[13].

Da Ribbelle,  Il Verri, 2011.


[1] inzino:  fino a che.

[2] baffo a tortijone:  rimanere indifferente di fronte ad una minaccia.

[3] ammollato: appioppato.

[4] soffione: informatore.

[5] ridunà: radunare.

[6] ar cantone: all’angolo.

[7] spicci: moneta di piccolo taglio.

[8] peracottaro: dopo aver decantato la propria capacità alla prova

dei fatti si dimostra un incapace.

[9] gnisùno: nessuno.

[10] communella: stringere nuove amicizie.

[11] gradasso: fanfarone, prepotente.

[12] smargiasso: millantatore.

[13] fenì brutto: finire malamente, nelle peggiori condizioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *