
Il biopic è il genere del momento. La realtà ha vinto sulla fantasia. La creazione artistica non si muove più nello spazio lasciato in bianco quando la vita non basta. Al contrario, è la vita ad essere rimasta l’unica fonte d’ispirazione artistica. Per ora almeno. Del resto, ormai, come la pandemia ha dimostrato, nella realtà tutto è divenuto possibile, anche quello che fino a ieri era stato relegato al mondo della fantasia. La scelta tra questi film sarebbe davvero difficile e imbarazzante. Quelli che lasciano un segno, tuttavia, sono quelli che grazie alla ricostruzione di una storia vera, aprono un nuovo sguardo su vicende che ci interessano come umanità, propongono un punto di vista inedito su questioni che ritenevamo chiuse. E’ il caso di Red Joan (2018) di Trevor Nunn. Judi Dench interpreta la scienziata Joan Stanley. Quando è già in pensione viene accusata di alto tradimento. In servizio come fisica in una struttura di ricerca nucleare durante la seconda guerra mondiale, accetta di passare informazioni segrete all’Unione Sovietica. Lo fa con le migliori intenzioni: assicurare quella parità nucleare che sola avrebbe assicurato una pace mondiale seppure armata. Il concetto di tradimento viene relativizzato e una lettura comoda e conformista di tutto il periodo storico della guerra fredda viene messa in discussione.
Sorprendente è L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (2015) di Jay Roach. Durante la “caccia alle streghe” lanciata dal Maccartismo, uno dei più bravi sceneggiatori dell’epoca d’oro di Hollywood viene inserito nella lista nera ed epurato per le sue opinioni politiche. Sarà costretto a usare uno pseudonimo o a chiedere in prestito la firma di suoi colleghi per poter continuare a scrivere per il cinema. Il film, in realtà, mette in luce il tema della paternità dell’opera d’arte e del misterioso rapporto dell’autore con la sua opera. Lo sceneggiatore di Vacanze romane, per due volte vincerà l’Oscar senza potere legger il suo nome sui titoli di coda. Una figura simile, ma in un contesto, solo apparentemente, diverso, è quella di Mark Felt, la “gola profonda” dello scandalo Watergate. Nel film (2017) The silent man, Liam Neeson interpreta l’eterno secondo dell’FBI, che, per bloccare la deriva autoritaria della presidenza Nixon, è la fonte segreta dei due giornalisti del Washington post, Bob Woodward e Carl Bernstein, nel cinema interpretati rispettivamente da Robert Redford Dustin Hoffman in Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan J. Pakula. Infine, grazie a The imitation game (2014) di Morten Tyldum sulla vita di Alan Turing, lo scienziato inventore del computer, abbiamo scoperto che la Apple non c’entra nulla con New York, ma ci dice qualcosa sull’omofobia.
L’elenco di film che narrano biografie è lunghissimo. Moltissimi sono sugli artisti. Un recente film italiano dipana con efficacia il grumo che nella realtà aggroviglia il genio artistico e il disadattamento sociale. E’ Volevo nascondermi (2020) dello sconosciuto Giorgio Dritti, sulla vita del pittore Ligabue, interpretato da Elio Germanio, vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino. Passando allo sport, Craig Gillespie riesce a stappare la figurina della sportiva bella e brava, raccontando con I, Tonya (2017) la vicenda della campionessa di pattinaggio Tonya Harding. Per reazione a delle presunte minacce, ingaggia due uomini per aggredire la sua diretta antagonista, Nancy Kerrigan, arrivando, addirittura, a romperle un ginocchio. Ecco, il talento non si accompagna solo alla sregolatezza. A volte quelli troppo bravi sono anche davvero odiosi.
Chiudiamo il repertorio infinito del biopic con due film che possono tracciarne una cornice. Il primo è The Rose (1979) di Mark Rydell con Bette Midler che interpreta magnificamente una rockstar nel suo cammino di autodistruzione. Può essere considerato un pioniere di questo genere, inaugurato tanto timidamente da raccontare la storia di Janis Joplin senza dirlo espressamente (fu anche messo da parte il titolo originario che era Pearl, il soprannome della cantante). Allora si stava attenti a non confondere realtà e immaginazione, perché si temeva che il pubblico non volesse trovarsi a guardare un documentario. Questa frontiera, come si vede, è stata ampiamente oltrepassata. Anzi, Aleksandr Sokurov con Francofonia (2015) narra attraverso il Louvre la storia dell’amicizia tra il direttore dei musei francesci, Jacques Jaujard, e il conte Franziskus Wolff-Metternich, ufficiale responsabile tedesco della gestione del patrimonio artistico nel territorio occupato. Crea ciò un terzo genere tra il docu-film e il biopic, che qualcuno ha definito film-museo, in cui realtà e finzione diventano un testo e un luogo unico e completamente inedito.
