L’Italia, davvero?

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Siamo italiani da 160 anni oggi.
Lo sappiamo? Ce lo ricordiamo? Che ricorre questo anniversario intendo (17 marzo 1861-2021), ma, più che altro, di essere italiani. Lo siamo davvero o restiamo ancora e per sempre – finché ci sarà, forse, del tempo da vivere, se a breve non ci estingueremo soffocati dal nodo sempre più stretto del “progresso scorsoio” (come lo chiamava Zanzotto, quest’anno cade anche il suo centenario) – lombardi e calabresi, romani e sardi eccetera, ripartiti e divisi, altro che uniti, nelle nostre variopinte e folcloristiche tribù?

Così per esempio oggi una tribù regionale vaccina contro il Covid la propria popolazione (i propri insegnanti, i propri ultraottantenni eccetera), un’altra no, non ancora, chissà quando, chissà come e dove.

Come tanti o tutti, sono anch’io a seconda dei momenti avvilita e vergognosa o invece stanca e arrabbiata, furiosa persino, per quella vergogna d’essere italiani, quel senso di umiliazione e inferiorità che capita di provare, per esempio, appena passato il confine tra la Liguria dell’abuso edilizio cementificante e la Francia costruita con (si vede) piani regolatori urbanistici. Di fronte alle fughe di cervelli all’estero. Di fronte a chi dall’estero periodicamente o dopo un breve viaggio rientra in Italia e sgrana gli occhi, si spazientisce, fa notare ritardi e incongruenze e assurdità fin troppo evidenti a uno sguardo appena un poco distanziato. Sto parlando di quel disagio di essere ancora e sempre, nella famiglia delle nazioni, i cugini impresentabili, imbarazzanti e imbarazzati. Quel contraddittorio e stratificato complesso di inferiorità/superiorità.

Ammetto di essere una persona distratta e smemorata, credo però non più della media nazional-popolare e nella mia formazione scolastica e civile – sono nata nel 1969 – non ho ricordi di questo anniversario del 17 marzo, di cui ora, avendolo notato, avverto tutto l’inespresso e perlopiù malinteso peso simbolico. Simbolico al netto dei Savoia e degli infiniti morti nelle infinite battaglie e guerre, al netto di tutti gli errori e orrori perpetrati all’ombra del Tricolore (sì, visto il contesto con la maiuscola, nonostante il generale e personale imbarazzo di cui sopra, che mi fa apparire insopportabilmente retorica la maiuscola stessa, se non quasi la bandiera stessa, tranne il 25 aprile – proprio di questo nodo sto qui cercando di parlare…). Quasi, per un momento e per quanto possibile, dimenticando, mettendo da parte il passato e la storia, così complessa da esaminare nelle sue luci e ombre e districare nelle sue responsabilità. Come solo per affermare e rendersi conto: siamo qui, oggi, questo è il nostro Paese.

Suppongo che per le nostre generazioni più giovani il 17 marzo sia riconoscibile, se mai, come Saint Patrick’s Day, la festa irlandese famosa in tutto il mondo e trattata anche nell’insegnamento scolastico della lingua inglese. Vorrei che nelle scuole oggi i nostri insegnanti, con dignitosa naturalezza e acquisito senso civico, senza dover provare l’umiliazione e la vergogna che provano per le condizioni dei loro contratti, stipendi, concorsi, potessero condividere e trasmettere ai giovani qualcosa che significhi “l’unità d’Italia”, al di là di riti incomprensibili quali le parate delle Forze Armate o gli spettacoli delle Frecce Tricolori (tra l’altro far sporcare il cielo inutilmente, e con fumo colorato in aggiunta alle normali emissioni degli aerei, risulta inaccettabile alla coscienza ecologista mediamente acquisita). Io sono e voglio essere orgogliosa, fiera del mio, nostro essere italiani. Nonostante tutto quello che ci fa vergognare e indignare. Proprio perché questa identità è così sbrindellata e dolente si sente oggi, credo, tanto più acuto il bisogno di prestarle cure e attenzioni, di (ri)pensarla per il futuro.

(Giovanna Menegùs)

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Immagine: dalla mostra La Tutela Tricolore, 2016-17, Gallerie degli Uffizi (courtesy of)

5 pensieri su “L’Italia, davvero?

  1. paolarenzetti

    Siamo debitori ai tanti Italiani giusti che ci hanno preceduto, che tra tante vicende (le guerre ad es.) ci hanno consegnato un paese dove abbiamo imparato a convivere tra diversi. Ricordo mio nonno che raccontava come in guerra avesse fraternizzato con soldati romani, siciliani ecc. Questo è il patrimonio da non disperdere, semmai da rivitalizzare allargandolo ai nuovi arrivati. Che non diventi mai un alibi la corruzione dilagante, l’indifferenza, la superficialità egoistica, che porta a considerare tutto equivalente. Si può fare ancora molto, si può, per il paese che ci ha dato e ci dà ancora (nonostante inquietanti e ricorrenti ombre) la possibilità di studiare, di curarci, di lavorare, di pensare liberamente. Certo, tutto questo pare a rischio in questi ultimi tempi, ma le circostanze attuali, semmai aumentano la consapevolezza di ciò che non possiamo permetterci di perdere.

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  2. giovannamenegus

    Conforta che il tema interessi e susciti commenti, riflessioni. Che non ci si stanchi di ripetere certe semplici verità. Grazie a chi ha condiviso e commentato l’articolo!

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