Un dono è la poesia nella prigione della notte d’archi,
Ardente, inatteso e sordo.
La saggia natura di tutto mi privò,
I rumorosi talenti come argento si prese.
Ed io, dalla torre sporgendomi nel deserto,
Mi sovvengo della scala in fiore,
Su di essa montai io con un laborioso violino,
Per dirigere le onde ed il mondo.
Così in gioventù aspiravo alla follia,
Ricacciai in lontana tenebra la mia conoscenza,
Perché il fiore della splendida poesia
Di essa si cibasse come del suolo patrio.
***
È una poesia di difficile interpretazione, ma proprio per questo comunica qualcosa che non si potrebbe esprimere altrimenti. Qual è il deposito a cui attinge il poeta? Al lettore, come sempre, la risposta.


La vita è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
(Sandro Penna)
La poesia crea in ogni circostanza, nonostante noi.
La “splendida poesia” è l’Oltre che per un istante si concede, dove le stesse parole acquistano contorni sconosciuti, aprono orizzonti inediti, danzano creando un canto che parla al cuore, al di là di ogni stringente regola logica.