Poesia italiana del XXI secolo

Franco Di Carlo è nato a Genzo di Roma nel 1952. Dal 1974 al 1980 ha insegnato Storia della Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’università La Sapienza di Roma. Ha scritto numerose e variegate opere di critica su: Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, Pasolini, per citarne solo alcuni. Ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979) con prefazione di G. Bonaviri; Le stanze della memoria (1987) con prefazione di L. Canducci e postazione di D. Bellezza e E. Ragni; Il dono (1989) con prefazione di D. Maffia e postfazione di G. Manacorda. Fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti. Nel 2002 è uscita la silloge poetica Il nulla celeste, con prefazione di Giorgio Linguaglossa. Sulla sua opera hanno scritto tra i più importanti autori e critici: lo stesso Pasolini,  poi, Luzi, Zanzotto, Sanguineti, Spagnoletti. Traduttore di poeti antichi e moderni,  ha curato la pubblicazione di inediti di Parronchi, Fracassi, Rippo, Landi. La sua ultima opera è La morte di Empedocle, Edizionio Divinafollia, 2019.

La vicinanza

La parola nomina la cosa
ogni volta che la dice e porta a sé
sta accanto, la trattiene e sostiene
è tale perché abita vicino
come la poesia di fronte al pensiero.
le dimore sono prossime
abitano l’una dinanzi all’altra
parlano per immagini, creano un dire
comune, sono la stessa cosa
gli enti e le parole, ma rimane invisibile
la vicinanza, la sua realizzazione
l’origine precisa, la sua vera condizione.

un rapporto strano, solo questo
possiamo sapere, il parlare è vicino
si attrae il loro dire e pensare e/o poetare.
è questo il vero problema
ascoltare la parola che viene
non interrogare né domandare o chiedere
in realtà è la reciproca appartenenza
la loro autentica elementare essenza.
Profetico pronunciare o annuncio fondamentale
segnale comunque di un rifiuto radicale
due modi del dire l’esperienza poetica
della parola e pensante del linguaggio
ritornare dove già sono, questo è il processo
regresso da avviare sulla strada
del pensare, arrivare al luogo scelto
opposto a quello voluto dal progresso
nell’apparato Tecnico, la dimora
propria dell’uomo in quanto tale
compito assolutamente precedente
rigoroso, quando la parola dà l’essere
che resta, sconcertante dileguarsi
evidente realtà, ineffabile rivelarsi
degno di essere pensato e donato.

*

Profezia

Molto presto, di mattina, un giorno entrai
nel bosco di latte, nascosti ingressi
tra le foglie, della sibilla, via vai continui,
orribili lamenti. Accessi ardenti e bui antri,
segreti incerti respiri di platonici cavalli alati,
sospiri feroci, aperti al vento d’ottobre.
Le valli annerite annunciano la pallida sera,
poi risuonò l’aspra parola.
Parlò, gonfia il petto d’affanno e grida,
rabbioso il cuore, invasata la gola dal dio,
responsi chiedendo ai fati.
È giunto, empi mortali, ormai per voi
il tempo di destarvi e batter l’ali
verso sentieri, per luoghi beati.
Dannati sogni, facili finzioni
dolci immagini per vane illusioni.
Rinascete alla vita e distinguete
il vero dal mondo falso, riprendete
il viaggio incompiuto. Tempo verrà
che nessun moto, mai più vi scuoterà
dalla notte del sonno e lì resterà
sempre immutato, l’eterno dolore.

*

Il pensiero poetante

Tutto è in ordine nella casa. Gli umani
si avvicinano ai divini e al cielo, visitati
dalle cose. Insieme al mondo vengono
chiamati, si fanno vicini, si compongono
nella differenza, compiendo l’unità
nella divisione del dolore che riunisce.
Pura luce dorata acquieta e raduna,
raccoglie gli eventi al suono della quiete.
Indica il luogo del cammino del pensare
e del dire, l’osserva sorgere l’essenza
occulta. L’anima solitaria scende
al tramonto, nel fiume azzurro, tra verdi
rami intrecciati. Procede pallido il passo
del morto, oscuro e silenzioso, imbruna
il bosco, distrutto nell’ora crepuscolare.
Declina lieve il giorno e l’anno appare,
saldo ricordo del processo nella notte d’argento.
Scivola via il celeste oblìo nella sera autunnale.
Tenero riluce il suono chiaro e azzurro del fascio
sacro di fiori e di fiere, rigidi volti nella
muta potenza della pietra del dolore,
sfrenatezza dei sensi bestiali e dei sessi,
genere umano duale e abbrutito che cerca
in una mite duplicità, la giusta via,
della semplice unità. Nuova umanità
nasce perciò inseguendo l’Altro, quello
che è sparito via, in alto è partito.
Perduto nell’azzurro crepuscolo, scomparso
nella dolce sera vespertina tra pareti
lacerate, infuocate mura, putride querce.
Perviene a una parola nuova il volto nascosto
su cui meditano i filosofi e cambia senso
e forma su cui cantano i poeti, il loro
parlare conduce all’inizio il declino
della sera, dove tutto confluisce, è salvato
custodito preparato al nuovo giorno,
quando la parola dice il canto della partenza,
lo sguardo medita nel suo destino.
Folli sentieri in altri luoghi, il morto
pensa e vive direzioni senza via, segue
il mite fanciullino alla ricerca della quiete,
ora è dipartito nel mattino d’inverno
che raccoglie il placato e mite animale
che pensa, non ancora espresso pienamente
né ancora giunto al suo luogo d’origine.
Stirpe inquieta e disfatta, caduta antica,
bestia che si trasforma tra fredde oscure
selve metalliche, notturni boschi brucianti
smarriti tormenti, nella perduta via sporge
una figura umana? Di selvaggia natura
fatta di spine aggrovigliate, anima senza
cammino e senza vento nel nero sentiero
che il morto percorre nel buio velame.
Quando silenziosi, i dolci violini nel lago
stellato, tacciono i loro lamenti, s’ode
soltanto la fresca voce della luna e
il tenue dileguarsi dell’anima invernale
dell’anno spirituale, attinge la terra
e la sua linfa pura, umanità maledetta
e sfatta nella sua decomposizione, colpita
dal conflitto tra fratello e sorella.
Separati dagli altri, i viandanti seguono
il Diverso, discordia dirompente, cieca
donando calma e riposo all’arsura
e alla devastazione dell’invecchiato genere
umano, quando prende vita l’oscura forma
e la voce dorata dell’altro. Oltre il cimitero
silvestre ha attraversato il petroso ponte
purgatoriale sanguinante, lontani Miti
ormai dimenticati che raccontano strane leggende
di boschi fiumi laghi celesti e ninfe.
E’ passato al di là, senza morire, ma nella
vita del nulla lucente, un folle volo verso
l’inizio dell’essere ancora non nato
che conserva sereno la quiete della puerizia
spirituale, promettendo il risveglio in letizia
della stirpe impreparata e in disfacimento.
L’impronta azzurra di un bianco congedo straniero
tra gli umani, solo e pensoso, mite il suo
distacco navigando dolcemente, nulla detraendo
al vero, sulla barca dorata un unico
sentiero che porta alla giustizia. Un tempo
unico, singolare, i cui giorni tutti conducono
alla partenza senza svolgimento né durata
o successione. Un avvenimento primordiale
di ciò che è andato e raccoglie il presente
e lo nasconde nel lago di stelle mattutine,
pazienti sorelle della notte e del suo silenzio.
Pallido ricordare di venti leggeri e dormienti
che alimentano la Fiamma che arde e dà
luce, tormenta, incenerisce e risplende,
indica il cammino verso il linguaggio.
Una vita nuova.

 

I versi di Franco di Carlo sono portatori di un seducente e misterioso mito che viene da lontano, dal bosco di latte e di carri di cavalli alati platonici. Descrive luoghi dove danzano le Esperidi, si ode la voce della Sibilla quando emette sentenze e denominazioni dall’ignoto.

È un flusso onirico che entra nei campi fioriti dell’istante. Siamo chiamati a scegliere di fronte alle varie possibilità del mondo. Entriamo nel flusso sociale, dove singolarmente viviamo. Ma ogni nostra scelta scorre nel fiume vita che si espande. Un piccolo battito di ala di farfalla influenza l’intero universo. La voce del poeta è come se entrasse nel chiavistello arcano del cuore del mondo. È una poesia che nasce come pensiero poetante. È irrazionale e razionale al contempo.

È luce calda nella notte del mito greco, spezzata dal tramonto dell’Occidente. Ma si eleva la voce dell’eternità tanto amata da Emanuele Severino, che ritorna da luoghi lontani nei suoi versi.
La forza della nostalgia purificatoria di Empedocle di Agrigento, poeta saggio e folle, vive nel suo desiderio di nominare la sua visione. Sotto la cenere delle sue parole, si nasconde il magma incandescente dell’Etna. Lapilli e allucinazioni vengono pacificati nelle nominazioni, nel nulla lucente che scende fino all’abisso. Seguire la splendida poesia nel flusso della vita, è come inseguire la spuma del mare che poi dilegua. Il poeta sembra retrocedere dal salto religioso, etico alla dimensione estetica di artista. Ma lui avverte la bellezza e l’instabilità vertiginosa di tale scelta. Dario Bellezza lo definisce nuovo sposo della poesia. Ma la sua non è una poesia intimistica, ha una forza universale, ideologica. È creativa e pacata dal ritorno eterno dell’invisibile.

(Filomena Ciavarella)

 

 

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