Giuseppe nel Vangelo. Nascita di una paternità affidabile.

 

  1. 1. Maria, promessa sposa (Mt 1,18)

 

Giuseppe di Nazaret ha davanti un orizzonte luminoso. Una ragazza umile e bellissima sarà sua sposa per sempre. È un sogno che inonda ogni angolo del cuore, cambiandogli la vita. D’ora in poi, tutto sarà in funzione di Maria, non per dovere di sposo, ma per la forza trascinante di un desiderio puro. Il suo lavoro di carpentiere permetterà loro di vivere con dignità, con i figli che il Signore gli vorrà concedere. Giuseppe si sente un re, come Davide, dal quale discende: è il regno dell’amore, instaurato dal progetto di Dio. E il progetto che Giuseppe ha davanti è il più bello che potrebbe immaginare.

 

  1. Si trovò incinta per opera dello Spirito Santo (Mt 1,18)

 

Qualcosa, tuttavia, va storto. Maria resta incinta. Per Giuseppe è il crollo di un mondo, del suo mondo. Il più bel sogno è finito, lasciando il posto a una disperazione senza limiti. Perché? Non c’è parola che bruci più di questa, in certi casi. I salmi ne sanno qualcosa. Davide ne sapeva qualcosa. Giuseppe non è più un re, ma un mendicante in cerca di motivi plausibili, di spiegazioni. La vita gli appare ingiusta, incomprensibile. Si aggira a tentoni nella casa, nella bottega con i ferri del mestiere. Vorrebbe usarli per distruggere tutto, come è stato distrutto il suo progetto. Si prende la faccia tra le mani, piange. Nessuno può fermare i suoi singhiozzi. Perché?, si ripete; e non riesce a pronunciare altre parole, a formulare altri pensieri.

 

  1. Non voleva accusarla pubblicamente (Mt 1,19)

 

In un impeto di rabbia, dà un pugno contro il muro. La mano rimane lì, per minuti interminabili. Con la fronte attaccata alla parete, pensa a Maria: non lo dirà a nessuno. Non devono sapere. Sarà lui a portare il peso insopportabile, a soffrire per lei. Il suo dolore la riscatterà, non vuole che muoia lapidata, ma che viva, si penta, ritorni a Dio, l’unica fonte della gioia. Sì, farà così, nasconderà a tutti la vergogna. Forse è lui che ha sbagliato qualcosa, incapace com’è stato di comunicare la sua felicità, la bellezza del suo sogno. Non ha saputo condividere. E ora pagherà per questo, soffrirà tutta la vita per questa sua mancanza. Lei sarà stata trascinata dall’incomprensione, sarà rimasta delusa, senz’appello. Quante volte si è detto: sii più espansivo, prova a comunicarle la tua gioia. E invece niente: muto. E ora la paga. Non dirà niente a nessuno, lei non deve soffrire per uno sbaglio altrui.

 

  1. Gli apparve in sogno un angelo (Mt 1,20)

 

Giuseppe non riesce a dormire. Si rigira nel letto in preda ai pensieri più inquietanti, forse non dormirà mai più: così consumerà i suoi giorni, e la sofferenza finirà. Ha gli occhi sbarrati, annebbiati dalle lacrime. Le immagini cominciano a confondersi, la luce della luna fa strani giochi attraverso la finestra. Sembra quasi un riflesso ultraterreno quello che danza nella camera. Giuseppe è turbato: per un momento dimentica tutto, come se in presenza di un bagliore simile diventasse impossibile soffrire. Forse sta sognando, o forse è già morto: Dio ha avuto pietà, lo ha preso con sé nel mistero di una vita dopo la vita.

Non temere Giuseppe: quel che è nato da Maria viene dallo Spirito Santo. Sta tremando: sa che chi vede il Cielo è destinato a morire. Non temere, gli ha detto. Viene dallo Spirito Santo. Ma certo. Era sicuro che Maria fosse pura, innocente. Solo lui poteva aver sbagliato. Ma ora sa che neanche lui ha fallito. Ora sa che il progetto è sempre intatto, che il sogno è ancora bello, che lui era morto, ed è tornato in vita, era perduto, ed è stato ritrovato. Ora sa.

 

  1. Tu lo chiamerai Gesù (Mt 1,21)

 

La luce gli parla del bambino: Giuseppe lo chiamerà Gesù, perché sarà il Salvatore, l’Emmanuele. Ora comprende, finalmente. Ora ha la risposta ai suoi perché. Il suo progetto era mediocre. Dio è sempre più grande. La luce è sparita. O meglio, è rimasta la luce della luna, che nella sua dolcezza porta il ricordo di un dolore lontano, nel tempo e nello spazio, il dolore di un Giuseppe che non esiste più, che è morto e sepolto chissà dove. Qui c’è lui: l’uomo a cui ha parlato l’angelo, l’uomo che ha visto la luce. La vita, pensa, deve rinascere dall’oltre, per esistere. Finché Dio non appare, siamo ancora nella valle della morte.

 

  1. A lui sarà dato il nome di Emmanuele (Mt 1, 23)

 

Dio con noi: è questo che cambia la vita, la rivela a sé stessa, pensa Giuseppe; non i progetti della nostra mente, belli ma vuoti. Se Dio non entra nella storia, non accade nulla. Dormiamo. Deve essere una sofferenza a risvegliarci, un colpo di coda del destino a sbalzarci da cavallo. Deve essere una luce che viene da fuori, da un cielo lontanissimo che qualcuno può squarciare, per scendere fin qui. L’Emmanuele promesso da secoli è arrivato. La ragazza concepirà, partorirà, e lui, Giuseppe, darà il nome al Messia. Non sarà una paternità diminuita, ma ampliata: Giuseppe darà il nome al Figlio di Dio.

 

  1. Prese con sé la sua sposa (Mt 1, 24)

 

Giuseppe è il con-sorte: condivide il destino di Maria, l’avventura straordinaria di scoprirsi genitori di Dio. Prendersi cura sarà la sua missione: lui, il falegname, insegnerà a Dio il mestiere. Giuseppe guarda negli occhi la sua sposa: non l’ha mai vista così bella. Vorrebbe chiederle scusa per aver dubitato, ma la luce apparsa nella notte ha cancellato anche l’ultimo residuo di buio. Sei tutta bella, dice. Maria sorride: quanto ama quell’uomo che non l’ha denunciata, che ha creduto all’incredibile, che ha sperato l’insperabile, che ha amato il non amabile. Maria e Giuseppe: la luce si posa su di loro come la luna piena sugli alberi della campagna. Come il tramonto sulle rive del lago di Kinneret.

 

  1. Videro il bambino con Maria sua madre (Mt 2, 11)

 

I Magi non lo vedono; gli occhi si perdono nell’immagine della donna col bambino. Giuseppe ha compiuto il suo percorso: è passato da un progetto suo al progetto dell’Altro. Il Signore deve crescere e lui diminuire. E cos’altro è l’amore?, pensa il falegname, che ha lasciato costruire la sua casa a qualcuno che sa meglio il mestiere. Il discendente di Davide – ora lo comprende – non è lui, ma suo figlio. E suo figlio non è suo, ma è il Figlio di Dio. Già Abramo dovette imparare la lezione, nella salita al monte Moriah. Isacco non era un suo possesso, ma un dono dell’Altissimo. Solo allora divenne veramente padre. Come Giuseppe, il carpentiere.

 

Un pensiero su “Giuseppe nel Vangelo. Nascita di una paternità affidabile.

  1. S&R

    Sembra una piccola pièce teatrale, un dramma che si consuma nell’intimo di un cuore incandescente, come una nebulosa da cui nasce una nuova stella, che brilla di luce inedita.
    Bellissimo!

    Rispondi

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