Cronaca di un sabato di luglio (vent’anni fa)

di Kika Bohr

Avevo prenotato da tempo tre posti sul pullman per partecipare alla manifestazione finale di sabato contro il G8 e contro i danni della globalizzazione. Dopo gli scontri del venerdì e dopo la notizia del ragazzo ammazzato, Carlo Giuliani, per prudenza ho chiesto a un’amica di tenermi la figlia di sette anni.
Siamo dunque partite io e mia figlia più che ventenne col pullman del sindacato. Colazione al sacco, due panini salati a testa e uno con la marmellata, per merenda, (non si sa mai con i prezzi dei bar in Liguria, e con la gente affamata che ci sarà, non troveremo più né gelato né brioche) bottiglia grande di acqua minerale (limone? per un attimo, ricordando gli anni ’70 ci ho pensato, poi mi sono messa quasi a ridere, e, quale errore, non l’ho preso!).
Il nostro pullman era pieno, nessuno aveva disdetto. L’atmosfera era gioiosa ma senza eccessi perché con una bella giornata del genere essere veramente tristi non sembrava possibile. Ci si passava i giornali, molti si conoscevano bene tra loro, altri solo di vista, forse si erano intravisti a qualche congresso.

Prima di arrivare qualcuno ha distribuito delle bottigliette d’acqua. Per un attimo ho pensato di lasciare quella grande in pullman poi visto il sole martellante per fortuna ho cambiato idea.
Siamo dovuti scendere al casello di Genova-Nervi come tutti gli altri manifestanti che arrivavano con pullman dalla Toscana, dalla Campania, dal Belgio, dalla Germania. Abbiamo srotolato uno striscione bianco con sopra “Lavoro e Società” e sotto il sole pungente e respirando l’aria iodata del mare io e mia figlia ci siamo dette: “siamo in tanti, tutto va bene, peccato non aver portato la piccola, avrebbe visto il mare e forse il porto. Dopo un paio di chilometri o forse più eravamo ancora lontanissimi dal posto di ritrovo, faceva caldissimo e abbiamo constatato che eravamo a testa nuda (senza nemmeno un foularino!) e senza occhiali da sole. Ormai erano forse le due, eravamo in città, si vedeva il mare in fondo alla strada, ma ci si muoveva lentissimamente. Altro che gelati o brioche! Non c’era un negozio, un bar aperto, fare un bisognino diventava problematico.
Mia figlia aveva un cellulare e abbiamo provato a chiamare mio fratello, anche lui a Genova con amici ma chissà dove. Era verso la testa del corteo.
Così abbiamo deciso di lasciare i compagni della CGIL e siamo sgattaiolate in avanti, a vedere quanta gente c’era, se incontravamo altri amici, conoscenti o forse mio fratello, pensavamo naturalmente di ritrovare in seguito il nostro striscione, tanto si sapeva il percorso del corteo.
Le facce sul lungomare erano radiose, il Genoa-Social-Forum, alcuni gruppi cristiani, forse i Verdi o il Mercato Equo e Solidale, vi avevano piantato delle tensiostrutture bianche in cui vendevano libri, regalavano manifesti per la cancellazione dei debiti dei Paesi Poveri e organizzavano giochi, i “laboratori della pace” tra cui un enorme striscione su cui si poteva imprimere in vari colori l’impronta della mano e la propria firma. Ma noi ormai avevamo un po’ fretta, erano le 15,30 e chissà dov’era mio fratello, non ci siamo fermate se non a prendere un manifesto (da portare a una mia collega cattolica).
L’unica cosa un po’ sinistra sul lungomare era stata la vista di un negozio di macchine di lusso, Rolls-Royce completamente devastato. Comunque non c’era polizia nei paraggi, nonostante che dagli elicotteri tutto fosse sorvegliato. Sì, stavo dimenticando di raccontarvi degli elicotteri, era già da un po’, quasi dall’inizio della manifestazione che ci rompevano i timpani volando estremamente bassi, e tanti, ma ormai li avevamo quasi rimossi perché dopo un paio d’ore ci si abitua anche a questo.
Continuando a risalire il corteo, siamo passate davanti a una pizzeria, lato mare, a striscioni di Rifondazione Comunista e delle ACLI e a gruppi di pacifisti “rosa” senza striscione di partito che si riposavano seduti nell’aiuola centrale della strada ascoltando un sax che suonava musica da banda. Trecento metri più in là, sull’altro lato della strada, una stupenda scalinata. Ci siamo salite, ci sembrava l’ideale per orientarci, dato anche che non si capiva bene la direzione del corteo e che si intravedeva un po’ di fumo all’orizzonte: era un altro incendio o erano lacrimogeni?
Dalla scalinata si vedeva che oltre al fumo nero di un incendio c’era come una piccola sparatoria di lacrimogeni ma abbastanza lontani e che venivano poi rigettati indietro. Un gruppo di una ventina di uomini con caschi ci sorpassa, ci sono tra loro alcuni ragazzi quasi adolescenti. Servizio d’ordine, Black-Bloc, casseurs di qualche periferia? Sembrava che lo scontro fosse vicino ad una griglia. Forse la zona rossa? Il corteo sembrava però girare e proseguire normalmente verso lo stadio Marassi (punto d’arrivo della manifestazione e riferimento perché lì ci aspettava il pullman).

In pochi secondi però la situazione è precipitata, i lacrimogeni avanzano rapidamente nella nostra direzione, basta, abbiamo visto abbastanza, decidiamo di tornare verso la coda del corteo, verso il “nostro” striscione.
All’altezza della pizzeria incrociamo un gruppo di hombres simili ai precedenti che trasportano delle casse con delle bottiglie vuote. Cosa ne faranno, qualcuno avrà della benzina? Dove l’avrà presa se tutti i benzinai di Genova erano chiusi e le pompe munite di superprotezioni? Mia figlia grida “Che cosa fate?” E loro si voltano un attimo a guardarci piuttosto rabbiosi.
Rivediamo i pacifisti “rosa” fermamente determinati a rimanere lì, seduti e con le mani alzate sotto la grandine di lacrimogeni che ormai ci sta raggiungendo. Non so cosa sia avvenuto di loro ma più tardi ne abbiamo incontrati alcuni tutti pesti e feriti.
Noi proseguiamo, vediamo quelli che prima erano i compagni di Rifondazione e ragazzi delle Acli ma ormai dire vedere è un eufemismo, per fortuna mi ero tolta gli occhiali, non vediamo quasi più niente, non sappiamo più se sia meglio respirare o no, ci sentiamo soffocare, le gambe ci sembrano cedere, siamo portati dalla folla, una folla impaurita ma molto solidale, che ti tira su quando stai per cadere, ti passa la bottiglietta d’acqua e un pezzo di limone da mettere sulla faccia (perché quei lacrimogeni non sono quelli degli anni ’70, sono maledettamente urticanti). Mia figlia e io ci teniamo per mano con tutta la nostra forza per non perderci, e con l’altra mano ci teniamo sul naso la felpa di lei, la mia è incastrata nello zainetto, impossibile tirarla fuori nel pigia-pigia. Suona il telefonino nella borsa di mia figlia, ovviamente non possiamo rispondere! Più tardi leggeremo sullo schermo che la chiamata (di mio marito) era avvenuta alle 16,08. Come ci sembra lungo ora il lungomare. Mia figlia propone di rifugiarci sulla spiaggia. Ma poi valutiamo che saremmo troppo esposte, ora poi gli elicotteri ci stanno proprio addosso e a un certo punto mi è parso che lanciassero anch’essi lacrimogeni.
Continuiamo a risalire, le strade laterali ci sembrano tutte sbarrate dalla polizia. Finché ne troviamo una in cui la polizia si vede sì, ma abbastanza lontana. Esitiamo qualche secondo, anche perché l’obiettivo era di ritornare al nostro striscione ma poi ci sembra di vedere del fumo anche nella direzione in cui si procedeva. Ci siamo sentiti proprio in trappola. A questo punto abbiamo tentato quella che pareva l’unica via di scampo, una stradina che si presentava a qualche decina di metri dall’incrocio di una via quindi ci siamo dirette camminando “tranquille” verso il cordone di polizia e, girato nella stradina, abbiamo accelerato il passo! Varie stradine in salita ci hanno portato in zone apparentemente tranquille. Pochi gruppetti hanno fatto lo stesso. Ogni tanto ne incontravamo e chiedevamo informazioni su dove era libero, su dove passare per raggiungere la testa del corteo, mio fratello e arrivare al Marassi. Con i telefonini anche con quelli di altre persone che telefonavano a parenti o amici più avanti nel corteo, si riusciva a sapere qualcosa. Poi per un po’ non si riusciva più a comunicare forse le linee erano intasate o la polizia aveva disturbato i segnali.
Siamo sbucate in una piazzetta fresca, con alberi, fontanella e panchina, ci sembrava quasi un sogno dopo l’inferno dei lacrimogeni! Abbiamo riempito le bottigliette, la bottiglia grande è andata persa, ci siamo riposate cinque minuti poi, saputa la strada libera, abbiamo proseguito verso il Marassi. Un gentilissimo signore genovese di mezza età ci consigliava di fermarci lì, che verso il Marassi chissà cosa c’era… ma a noi invece non sembrava prudente fermarci troppo, stavano arrivando gruppi di gente e ogni tanto gli elicotteri erano sopra di noi. Abbiamo imboccato le strade più alte che ci parevano più sicure dato che si cominciava a vedere fumo anche verso quello che più tardi abbiamo saputo che era via Sardegna. Siamo passate vicino a una chiesa, le campane suonavano a distesa, perché? Per la messa delle cinque. Come in una specie di scampagnata adesso costeggiavamo ville e giardini con fiori di ogni tipo. La strada era lunga, ora finalmente in discesa, dovevamo per forza essere all’altezza del Marassi, secondo i nostri calcoli si sarebbe dovuto svoltare a sinistra. Poche persone erano sedute su un muretto basso appoggiate alla rete circondante un giardino che ci era parso ancora più curato degli altri. Ci sediamo e tiro fuori i panini. Mia figlia non riesce a mangiare. Io insisto. Ed ecco che arriva di corsa un gruppo di una ventina di uomini piuttosto ben piazzati, un po’ una truppa. Eravamo però talmente abituate a chiedere notizie alla gente che mi è venuto spontaneo chiedere loro se c’era pericolo.
No, no! ci hanno gridato. E mentre pensavamo comunque di andare, ma con calma, eccoti, due minuti dopo, cosa vediamo? un luccicare di caschi schierati sulla sommità della strada. Non siamo state a verificare se fossero polizia o carabinieri ci siamo buttate a correre a tutta velocità senza mai voltarci e abbiamo sentito degli spari alle nostre spalle. Lacrimogeni o altri tipi di spari per aria? Ho benedetto il mio allenatore di mezzofondo della scuola media che ci faceva fare anche i 100 e i 200 metri!
Fortuna anche che ho smesso di fumare.
Abbiamo dovuto prendere un’altra stradina in salita, ancora tra i giardini, le case però si facevano più alte, case più popolari. Scendendo saremmo andate verso la città, verso il Marassi ma non era più possibile, la polizia era proprio andata di lì. Abbiamo deciso di fare il giro ancora più lungo. Poi siamo sbucate vicino al Carlini. Si vedevano di nuovo frotte di gente che si dirigevano lì, anche lì c’erano dei pullman. Ma non il nostro. Marassi, dobbiamo andare al Marassi. Il telefonino di mia figlia ormai aveva la batteria scarica.
Tre gentili genovesi sulla cinquantina intenti a caricare la macchina con l’occorrente per il mare, ci mostrano come scendere dal cavalcavia dove ci troviamo e ci raccomandano di fare attenzione. “Andate fino al posto di medicazione, poi chiedete!” si raccomandano, dopo averci spiegato almeno tre volte la strada perché noi eravamo così agitate che non riuscivamo a seguirli, La direzione è via Sardegna ma forse dovremo girare prima, verso destra.
Nella discesa incontriamo almeno una cinquantina di persone che vanno alla spicciolata nella direzione opposta alla nostra. Almeno cinque di esse hanno una ferita più o meno medicata o una fasciatura sulla testa. Vanno verso il Carlini, sono stati picchiati sul lungomare. Noi procediamo.
Arriviamo vicino al posto di medicazione dove vediamo varie ambulanze che stazionano una vicino all’altra. Passano altre ambulanze con sirena accesa. Di fronte ci sono dei giardini. C’è molta gente che si riposa all’ombra. Capannelli. Quasi un’atmosfera da domenica d’estate se non fosse che i capannelli sono intorno a ragazze che, sollevando una gonnellona indiana, mostrano piangendo le gambe tutte zebrate dalle manganellate, i ragazzi tirano su la maglietta e mostrano le spalle, le braccia rigate di rosso. Io guardo, sono almeno una testimone oculare, mia figlia non ne ha il coraggio, in fondo la capisco, è una cosa talmente orribile.
In uno di questi capannelli una signora di un’altra città ci regala una fotocopia pasticciata di una minuscola piantina di Genova. Io non vedo niente, ma mia figlia riesce a malapena a leggere i nomi delle strade. Che regalo prezioso!
Ma non ci servirà se non come ricordo perché pochi minuti dopo incontriamo una adorabile coppia di insegnanti genovesi che guidano un gruppetto di ragazzini di Forlì. Sono diretti ad un circolo dell’Arci o qualcosa del genere, proprio vicino al Marassi, dove il loro figlio ventenne li aspetta. Ci invitano ad aggregarci al gruppo e noi ci sentiamo quasi degli alunni anche noi, alunni molto attenti. Scendiamo per una lunga scalinata poi proseguiamo allargando il giro per viuzze tortuose. Ad ogni incrocio la nostra guida scruta per vedere se le strade sono libere, a volte si consulta con la moglie (che di solito cammina invece in coda al gruppetto). Passiamo davanti a una fontanella, i forlivesi vorrebbero fermarsi ma le nostre guide hanno fretta. Il figlio li ha avvisati che davanti al circolo c’è la polizia, i ragazzi si sono chiusi all’interno. Passiamo davanti a vari cassonetti bruciati. Vediamo anche una banca completamente devastata. Gli insegnanti ci raccontano che i vandali hanno operato in totale impunità, gli elicotteri sorvegliavano da vicino, ma a quanto sembra, hanno lasciato fare senza mandare neppure un candelotto. Di nuovo odore di lacrimogeni, poliziotti in fondo ad un viale alberato. Molti cassonetti rovesciati e anneriti dal fumo, grosse macchine incendiate. Uno scenario da guerra. Incrociamo nuovamente feriti bendati o sanguinanti. Presto! La polizia è lontana, attraversiamo veloci e ci infiliamo in una traversa. Lì c’è una palestra che le nostre guide conoscono. Il cancello però è chiuso e noi abbiamo un altro bell’istante di panico perché si intravvedono poliziotti anche sul fondo della vietta dove ci troviamo. I due maestri riconoscono per strada il guardiano che ci apre il cancello come fosse la cosa più naturale del mondo. I ragazzi di Forlì si buttano esausti sui tappetoni e sulle moquette. Le nostre guide invece dopo una brevissima pausa decidono di proseguire verso il loro Circolo. Siamo molto vicini al Marassi, sono già le sette e siamo in ritardo rispetto all’orario convenuto per il pullman, data la situazione pensiamo che ci aspetteranno. Finalmente con un telefonino prestato riusciamo a metterci in contatto con qualcuno del nostro pullman. Vista la vicinanza noi chiediamo al pullman di aspettarci un quarto d’ora. Ci sembra ormai di essere arrivati. Per sicurezza non passiamo dal ponte carrozzabile ma facciamo un altro piccolo giro, e attraversiamo il fiume su di una passerella pedonale. Ma ecco che incontriamo un trentenne con la barba e con uno zaino che cammina a gran fatica. Gli occhi sono molto rossi le orbite sono segnate di nero. Ubriaco? No, pestato da poco, è tornato sul luogo per cercare centomila lire che gli sono sparite dal portafogli. Avvocato torinese, videoamatore, la polizia lo ha pestato, gli ha srotolato le cassette trovate nello zaino, e vista la sua professione di avvocato gli ha strappato in due la carta di identità ( che quindi non è più valida). All’amico fotografo che gli era vicino e alle cui pellicole è stato riservato un trattamento analogo, un poliziotto ha anche spruzzato uno spray negli occhi, “così impari a guardare e a non farti i c… tuoi”
L’avvocato era visibilmente in stato di shock, e si è deciso di portarlo alla palestra per dargli i primi soccorsi. Io e mia figlia abbiamo aspettato lì, sul ponte, con il pesante zaino del “ragazzo” e secondo i movimenti di truppa che vedevamo all’orizzonte ci siamo spostate di qua e di là sulla passerella, lentamente, cercando di non dare nell’occhio. Abbiamo dovuto aspettare un bel po’ perché i due genovesi e il torinese hanno incontrato una piccola troupe del TG1 e potuto subito testimoniare la brutta avventura. Gli insegnanti ci hanno poi raccontato dell’intervento di un loro concittadino che si è dichiarato pronto a testimoniare che avrebbe visto tutto. “Testimoniare che cosa?” “Che questi qui si sono drogati…” Il giornalista della Rai ha capito che l’aspetto alterato del giovane barbuto non era dovuto all’uso abituale di certe sostanze ma a ben altri motivi ed ha declinato.
Sono le otto e mezza. Vicino allo stadio Marassi c’è un carcere ben protetto dalle forze dell’ordine in assetto da battaglia. Ma qui tutto è calmo. Ci sono decine e decine di pullman di vari paesi e centinaia di manifestanti che si preparano a tornare a casa. Il nostro pullman non c’è perché è finito a Nervi ma poi arriva a prenderci e ritroviamo con piacere i nostri compagni, ormai è notte, si può tornare a Milano.
Ho scritto questa testimonianza per liberarmi da una frase sadica che mi sono sentita ripetere varie volte da colleghi e conoscenti nei giorni successivi a questo sabato di luglio “ah be’, ma voi non siete nemmeno state picchiate!”

Luglio 2001

Un pensiero su “Cronaca di un sabato di luglio (vent’anni fa)

  1. Silvana Lanzirotti

    Molto vivido e chiaro contributo. Bisognerebbe venisse veicolato anche alle organizzazioni che ricordano e chiedono giustizia. Alla rivista Internazionale che raccoglie testimonianze, anche Radio popolare, etc., mi sembrerebbe utile. Grazie

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