
Viola Amarelli, campana, ha pubblicato, tra l’altro, il poemetto Notizie dalla Pizia, Lietocolle, 2009, le raccolte di poesie Le nudecrudecose e altre faccende, L’arcolaio,2011), L’ambasciatrice, autoprodotta, 2015, Il cadavere felice, Sartoria Utopia, 2017, L’indifferenziata, Seri Editore, 2020, i racconti di Cartografie, Zona, 2013 e di Singoli plurali, Terra d’ulivi, 2016. Suoi testi sono presenti in numerose antologie, riviste cartacee e on line, e sono stati tradotti in tedesco.
letania delle forme che s’informano
appressano, si squagliano, flash del mangiadischi
nel deserto
l’uomo, vecchio, o solo assolato di rughe, di polvere,
suonava e risuonava lo stesso pezzo
ipnosi di rito, compagnia, va a sapere
interessa il mangiadischi, pile alcaline, al litio
la durata, da calcolare, alla fine si sarebbe alzato, era la domanda
nessuna la formulava, neppure un’ombra, neppure un cactus
gira, rigira,
quanti chilometri ancora, quanto tempo
letania del già detto, visto, ascoltato, toccato, assaggiato,
pausa, intanto che riprende, riposa
la forma, del fiato
*
chiusi nel
se ne esci sei finito
se rimani sei morto
biodegrado del cesio
estraiamoci dal
coltan, interfaccia parla parla a
sguardo che svia, mente,
piantala di osservare
tanto non ci capisci niente
ammesso che (qualunque atto, il
passivo)
epifania dell’irrilevanza
prendine atto al, tempo, che
memorabilia d’ogni respiro
– l’onne laudatio non lasciar traccia –
non ci siamo mai stati
vi siete sbagliati
*
come che sia, scontando l’ inevitabile del limite,
non un granché
ma prova almeno a dirla, prova,
la cosa che non è
Dunque ancora il collettivo, ancora soggetti e oggetti che mutano, il tutto assemblato in una lingua che aggredisce il reale con una scarica di significanti orchestrati dalla sapiente Viola. La sua pirotecnia linguistica si fonda su reiterazioni di cellule di suono che si smembrano e si ricompongono in tanti lessemi, come delle schegge che partendo da un fuoco scoppiettante si sedimentino in braci o si sparpaglino in pulviscoli di cenere. La ricerca sulla lingua si allinea insomma a quella sulla metamorfosi che permea L’indifferenziata o, meglio ancora, ne è la formalizzazione: prova ne siano i tanti anacoluti (spesso espressioni cristallizzate ormai riutilizzabili come autonome risorse verbali, quali «a perdita di», «a fiocchi di»…) che trainano il discorso in avanti, o le commistioni di idiomi, da quelle intraversali tra napoletano e il complesso italiano di «noi ci accirimmo, con n’arrevuoto ’nu mozzico, un gocciolamento breve e continuo» agli inserti di latino e tedesco di provenienzacolta – compare, tra gli altri, l’Hölderlin cantore dell’incomprensibilità. E poi, soprattutto, le fitte trame lessicali filate con i materiali più disparati, sì che sia possibile trovare accordati tra loro nomi come esposoma, lactobacilli, catalisi o perlage. Un plurilinguismo che, come tutto nella poesia di Viola Amarelli, restituisce in un sol colpo la ricchezza e la discrasia (o la ricchezza della discrasia?) di un mondo in perenne cambiamento: «questo viaggio è alla fine / altri saranno ma lo spazio / e il tempo e noi due, diversi»
(Giuseppe Andrea Liberti)
