Recensione di Giovanni Agnoloni
Giorgio Camillo Galli, I romanzi smarriti sui treni, Algra Editore, 2021
I romanzi smarriti sui treni, tanto per cominciare, è un titolo bellissimo. Ispirato alla vicenda del manoscritto perso su un vagone ferroviario dallo scrittore russo – ubriaco – Venedikt (Viktor) Erofeev, protagonista di uno dei racconti di questa originalissima raccolta di Giorgio Camillo Galli, fotografa alla perfezione lo stato d’animo che li attraversa trasversalmente tutti: quello delle occasioni perdute, ma poi, in qualche modo, recuperate, magari da qualcun altro, e consegnate alla storia e all’attenzione di occhi e orecchie dotati della sensibilità necessaria per apprezzarle.
L’Autore riesce a miscelare e a inanellare bene momenti della vita di grandi personaggi – soprattutto musicisti – spesso dimenticati, ricordi personali e narrazioni frutto di pura invenzione, con la mano raffinata di un direttore d’orchestra che sa modulare e amalgamare.
Galli è un ottimo musicologo, e si sente. Che parli della tormentata vicenda di Eleni, studentessa greca in una Firenze straordinariamente ben descritta, o della drammatica esperienza di vita di Alan Turing, l’inventore della macchina capace di decifrare Enigma, il sistema di criptaggio dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, morto suicida dopo essere stato condannato per omosessualità, o ancora che evochi la smisurata arte dello scrittore polacco Bruno Schulz o le note e l’ambiguità del trombettista jazz statunitense Bix Biederbeck, Galli riesce sempre a collocarsi (e a collocarci) in un punto di osservazione profondamente recettivo, dove le vibrazioni emotive tragiche e spesso dissonanti delle vite evocate si fondono in un’armonia spontanea, quasi che ne ascoltassimo un’eco residuale, una sorta di risacca cosmica.
Quello che resta, sia pur stemperato dal tempo, è il calore intensissimo che quelle vicende devono aver avuto allora, che ormai è come il fuoco di una stella lontana, ma vibra ancora, irradiandosi in un universo in cui – come ben spiega Carlo Rovelli nei suoi libri – la sensazione del passaggio del tempo è solo un’illusione della nostra mente, che così interpreta il decadimento entropico delle cose, mentre tutto è sempre qui, in un eterno presente. E magari la forza che attraversa le dimensioni e permette di viaggiare a ritroso nell’illusione del tempo è proprio quella che, nel capolavoro di Christopher Nolan Interstellar, viene individuata nell’amore.
Sì, perché, che si tratti del profondo legame dell’Autore e di sua moglie con la loro gattina Michelle – che ho avuto il piacere di conoscere – o delle passioni di uomini e donne di epoche e luoghi remoti, sempre di amore si tratta: amore sentimentale, certo, ma anche spirituale, perché l’Arte, in tutte le sue forme, è un’espressione privilegiata dello Spirito, che anche chi è ateo o agnostico, come Galli si professa, è in grado di percepire.
Forse l’Arte, e la musica in primis, è il messaggio spirituale più universale, e perciò impregna le righe di questo pregiato volume di un’armonia capace di rimandare a un oltre che appare giusto un attimo al di là del margine della pagina scritta.
