Rosa Salvia, Quella strana assenza di gravità.

Rosa Salvia, “QUELLA STRANA ASSENZA DI GRAVITÀ”, Giuliano Ladolfi Editore 2021

 

Recensione di Davide Toffoli

 

Due anni di vita… due anni di poesia. Luoghi e opere dell’uomo che divengono fonte di conoscenza empatica, perché “gli oggetti sono vivi e ti osservano con sguardi familiari” e le baudelairiane foreste di simboli sembrano disseminate ovunque. Poesia civile, ma anche echi di Eliot con l’eterna ossessione dell’umanità per il tempo. Scrive Giuliano Ladolfi nella prefazione: “La scrittura rasenta il fianco dell’ombra vicina alla morte e, dopo questo ascolto delle cose, non resta che la vita, la vita autentica, quella sostanziata di speranza, di supplica, di implorazione”. Le parole-chiave sono tempo, silenzio, ombra, grazia.

Apre l’esergo di Penna: “Io vivere vorrei addormentato / entro il dolce rumore della vita”. Seguono tanti luoghi: apre la Galleria degli Specchi del Palazzo Ducale di Mantova; poi le fontane gemelle di Piazza Farnese, dove gli odori scivolano “come un pane / che lievita e cresce all’ascolto del limite” e “vaghiamo sospesi a un riflesso che muore”; la libreria Feltrinelli “tra i ghiacciai del Monte Bianco”, gorgheggio di libri sfavillante come angelo-guida; e ancora la Valle dei Templi di Agrigento, nella quale “Kant con il suo sublime sembra sorriderci / chi sa da dove”; poi Capo Caccia oppure i poeti preferiti, Leopardi, Sereni o il Cimitero di Berlino; la “Fioritura di vigne / polifonia di verde e di riflessi” dell’autunno lucano, dal sapore di comunione laica col creato. Gerusalemme, Caravaggio, Nasso “Nel labirinto di casette bianche / tra i lunghi odori di cedri e di oleandri”, la bellezza della basilica fiorentina di Santa Croce, “lo scorrere delle pieghe del Cristo Velato della Cappella Sansevero a Napoli; i mostri di Bomarzo o le figure del passato che “hanno bisogno di frantumarmi, di frantumare la rete delle mie occasioni sommerse”, per chiudere con chi tiene in mano il futuro: Tommaso, Elena, Diego e Viola, nipoti con le voci “come albe schiuse”.

La seconda sezione, Dormiveglia vigile, è introdotta da una citazione di Aldo Capitini che ricorda come la nascita di ciascuno consista nel momento in cui si riesce a dire “tu”. Si parte con Sogni di Natale, malinconica e visivamente struggente nell’immagine della spiaggia deserta con una palma addobbata di palline rosse: “Tu le lasci svanire / in sprizzi di nuvole e di nevi / e ti nascondi nelle cose che non senti. // Eterna fenditura / che pulsa come una ferita: // è la tua vita, è il tuo labirinto”. Ci sono un profondo senso di vuoto, un tentativo costante di fuggire il contatto “con quell’osceno livido / Nulla”, una paziente attesa armata di biblica consapevolezza (“Vegliate dunque, perché non sapete / né il giorno né l’ora”), un procedere lento spesso inseguendo una fioca luce. Come unico riscatto “l’amore che macina amore”. Lo spunto vincente sarebbe riuscire a riconoscersi come un filo d’erba, sintonizzandosi sulle naturali frequenze del mondo perché, è ribadito più volte, “La vita non ti deve nulla”. Ecco quindi la fusione “nel fiume, / nella nebbia, nel sole lievissimo”, oppure nelle infinite morti attraversate. C’è ricerca, introspezione, indagine: “L’invisibile è stupore in attesa / dove il pensiero inciampa e incide / il nostro nome attraverso migliaia / di gocce evanescenti”. Sono le assenze ammucchiate nel presente a far sbocciare i possibili e a far parlare le poesie: un respiro di luce “fino alla radice dell’ultima carne”.

Anno di piombo (poesie anno 2020) è aperta invece da un pensiero di James Joyce: “La vita è sospesa nel dubbio come il mondo nel vuoto”. È sezione potente, che tira in ballo i “sepolcri imbiancati”, i “Koala inghiottiti dal fuoco che bagna / di pianto la parola”, il Covid e “l’ambiguo stupore / di contagi inattesi”, il ricatto inumano di Erdogan, “l’opaca trasparenza delle cose”.

  La successiva sezione è Diario minimo, con citazione introduttiva da Pierluigi Cappello ed è Parola che si fa Carne, esplorando l’ombra del mondo: “Io esploro relitti / visito grotte sulfuree / vado per viuzze di orti e di chiodi / accendo candele / ascolto silenzi / leggo tarocchi / scrivo versi / senza forzare nessuna parola: / tutto è da cercare / tutto è da fare”. Si coltiva un piccolo fuoco che conserva vivi, “un vangelo che mi aiuti a cogliere / tregue infantili – / a vivere rasente alle cose, ai solchi – / a definire il limite nel cono convesso / del verso –“. Prigionie in cui si scivola “verso le ferite”, si scoprono i tarli che rodono il legno, mentre “con gli occhi in catene” si trova l’uscita “che trascende il dolore nel rivelarsi / del mirto e della rosa, del ciclo stellare / e dei volti delle lune”; ma anche nido (“di api nutrito di attese” o l’essere “mamma di due bambine”). Poesia che si interroga sul suo stesso essere e si descrive: “Scrivo per mezzo di te senza di te, / molto più d’una sillaba amica / molto più d’un suono che cade, / anche se solo pietre chiedono / dove s’è perso il tuo riso”.

Segue La misura del tempo, introdotta da “Questa pietra non termina e non muta…” di Giorgio Seferis. Ritroviamo la città di Roma, colta in una quiete irreale dovuta alla pandemia e nella quale trovano un insolito spazio elementi squisitamente naturali: “in questo mondo avaro di baci / e di carezze, il ginepro, l’erica, / la pervinca, mi abbracciano / con il loro colore, quieti nel loro / tepore, sopra il disordine dei / notiziari”. Poesia di resistenza, dove ogni parola è un nuovo venire al mondo, come un sopravvissuto al Covid che impara di nuovo a respirare. Un risorgere riconoscibile anche nei testi dedicati al triduo pasquale, dove si torna al cospetto tangibile dell’immensità. A Villa Glori “Il sole si confonde fra gli alberi / come una farfalla screziata – / le foglie sussurrano”. È una Roma raccontata per immagini emotive, dalla primavera all’inverno, mentre ” Nell’intimo di ognuno una sorgente / piange: chi sa se Qualcuno ci prenderà / per mano”. 

Chiude Per te, Simone, sezione preziosa dedicata a Simone Weil e alle varie articolazioni di una profonda riflessione sul silenzio. “Quel lento affluire in verità di silenzi / è scrittura del tempo caduto sul legno / delle croci che lievitano”. È ombra che si accende “sull’orlo del Verbo”. È un sentiero che “s’avvita ai varchi, / agli scarti, all’esilio improvviso”, perché “Noi non siamo che altri / – soffio nel soffio – / tra materia e verbo / uno scambio di mani sul muro”. Ci si apre al dentro e all’assenza, al dubbio e al dolore: “L’essere che non sia amore / è l’ombra di ciò che è”. La natura, nella sua selvatica e sibillina innocenza, ci indica senza esitazioni la strada, perché è proprio l’amore il motore di tutto l’universo. La poesia diventa sinonimo di grazia, se accordata sul vibrare universale e sulla sua danza immobile. “La grazia è una ruga”. “C’è un momento, quando l’aereo ha ormai completato il decollo e si è levato alla massima altezza, in cui guardando fuori dall’oblò proviamo come l’impressione di vederlo immobile in mezzo al cielo. In realtà l’aereo avanza velocissimo a motori spiegati, e quella strana sensazione sembra suggerire che la forza di gravità sia misteriosamente venuta meno, seppure non si sappia per quanto tempo ancora. Di qui la vertigine che avvertiamo”, leggiamo nella postfazione di Marco Vitale, che ci spiega come a qualcosa di simile possa farci pensare l’idea di poesia di Rosa Salvia: “Navigo, accerchiata ovunque / da precipizi ardenti, prima del grido / e prima di ogni rifugio”. Un percorso iniziatico, quasi alchemico, nigredo di incertissima soluzione. Ricerca ostinata. Per aspera ad veritatem.

 

Dalla prima sezione del libro Quella strana assenza di gravità

 

Fioritura di vigne

 

Fioritura di vigne

polifonia di verde e di riflessi

sale a righe come versi –

 

espunge le ragnatele del visibile

per spingerle, invisibili, a mutarsi,

nello scambio di noi,

 

per ogni chicco, per ogni bacio ricevuti,

per ogni più piccolo scavo delle mani,

per leggere le mani di coloro che amiamo,

e ci amano

senza l’aiuto degli occhi.

 

Lucania, autunno 2019

 

Talvolta la bellezza spaventa

 

Talvolta la bellezza spaventa –

l’immensa Basilica consuma 

una luce immateriale

nulla che io possa arginare –

 

le sedici cappelle brillano

di un fulmineo bagliore di pianto

dietro le tombe dei grandi –

 

lo spazio smemorato si ridesta

nell’ambito felice degli altari –

 

come un tepore trovano voce i morti.

 

Le ombre e i volti dell’Eterno ci nutrono

e l’amore

che unisce vita e morte

alfabeto archetipico del mondo

respiro che ci tiene nella vita

diga che si erge contro il fiume in piena.

 

È facile annegarmi

dove sono e non sono

in quest’alone d’echi.

 

Firenze – Santa croce

Dalla sezione Dormiveglia vigile

 

V

 

La vita non ti deve nulla, pensi –

sei tu che le devi ciò che sei

adesso che anche le cose più mute

hanno un suono     una musica

e tutto è preghiera, fresca come aria

fra le dita –

 

adesso che albergano in te visioni,

realtà, unite insieme, amorose e dolenti,

con la parola che riduce l’esistenza a un segno

nella pacata disciplina del cuore

esatta come biocco di neve –

 

adesso che cede il tuo limite

e tu ti confondi nell’altro

nella nostalgia più pura, nel fiume,

nella nebbia, nel sole lievissimo

che filtra attraverso la nebbia.

 

Dalla sezione Anno di piombo

 

      Poesie anno 2020

 

II

 

L’opaca trasparenza delle cose

lacera in noi lo spazio –

 

qualcosa di perduto

di dimenticato

scivola nella cecità degli specchi –

 

la primavera giace deserta:

lungo il Tevere solo una colonia

di anatroccoli urta come stupita

una lattina vuota –

 

e tutti questi giorni si costruiscono

in linee di pietra

l’uno sull’altro

arco grigio

tirocinio d’attesa

del punto esatto in cui l’erba bruciata

risciolga l’origine del senso.

 

Roma – aprile 2020

 

Dalla sezione Diario minimo

 

Poesia d’amore

 

Scrivo per mezzo di te senza di te,

molto più d’una sillaba amica,

molto più d’un suono che cade,

anche se solo pietre chiedono

dove s’è perso il tuo riso,

l’immagine piena, il fruscio

che nel poco riscalda,

l’intreccio dolore di parole non dette

di paure e misure

di fortuite armonie

di ciò che sappiamo e non siamo

di bocconi di pane consumati in fretta

tra l’argine breve

e il frangente più lento

sfinito.

 

Dalla sezione La misura del tempo

 

Tra due memorie

 

Quando si svegliò in un ospedale

della capitale, gli insegnarono

di nuovo a respirare.

Lente infiltrazioni di ossigeno

in un granito poroso, per giorni

e giorni. Accanto a lui un bianco

accecante come di spettri

 

e tanta solitudine.

 

Oggi sale sul terrazzo della casa

in cui vive e guarda intorno

come se non fosse mai esistito.

 

In un vaso scheggiato è ammuffita

la morte dei gerani –

 

non c’è niente, neanche il sonno,

solo una nebbiosa lunga veglia

tra due memorie, ormai separate,

come strati, nel fragile spessore

del tempo, che il male ha messo

in vibrazione.

 

Per la guarigione d’un amico, Roma 28 marzo 2020

 

Dalle ultime due sezioni del libro Silenzi e Volgersi a guardare

dedicate a Simone Weil 

 

I

 

Il silenzio vola senz’ali

rende la vista sostanza

svelando l’ombra

contro cui preme

la sorte nascosta –

 

si spegne 

nella lentezza

delle ore incerte –

 

s’accende

sull’orlo del Verbo

tra pareti che evaporano

quando l’alba scavalca

la cattiva opinione

il cattivo disordine.

 

II

 

Quando le stanze del dolore lasciano

un segno come mosche al miele

e senza certezza i deserti seguono

lo stupore nell’abisso in noi,

è possibile perdonare il tempo,

assumere il senso di essere in patria,

mentre si è in esilio,

coltivando la luce del grido, il fiore dell’ironia,

la grazia    e una ruga.

 

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