
Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, e vive a Milano. Ha pubblicato: Cantare semplice (Tam Tam Geiger 1984, nota Livia Candiani), Lettere giovani (Campanotto, 1990, nota Maurizio Cucchi), Il Cantare (Campanotto 1991, nota Nadia Campana), Le Moradas (Empiria, 1996, nota Giancarlo Majorino), Estranea (canzone) (Piero Manni, 2000, nota di Andrea Zanzotto), Corpus solum (Archivi del 900, 2002, nota Giampiero Neri), Album feriale ( Archinto, 2005 nota Franco Loi), Selected poems (Gradiva, nota Andrea Zanzotto), China ( Effigie, 2011), I Compianti ( Effigie 2013 /2015, nota di Bianca Garavelli), Vitae (La vita felice, 2017, nota di Giueseppe Marchetti) Quinta vez (Stampa 2009) 2018, nota di Maurizio Cucchi). Ha curato antologie: Donne in poesia, Presidenza Comune di Milano 1985, 1988, ristampa Campanotto, dell’omonima rassegna; Atti convegno Bambini in rima/ La poesia nella scuola dell’obbligo Provincia di Milano, 1985 pubblicati su Alfabeta, 1987. Compare su riviste, tra cui: Nuovi Argomenti, 1995; Cantari dolorosi: sulla poetica di Maria Pia Quintavalla a cura di Andrea Zanzotto; Almanacco dello specchio Mondadori, 2008, a cura di Maurizio Cucchi; Almanacco di poesia, Raffaelli editore, a cura di Gianfranco Lauretano, 2018. Per Donne in poesia festival ha sviluppato reading, antologie, seminari, interviste, una ricerca sul canone del secondo novecento, tramite le rubriche: Le Silenziose (Book City, 2013, Milano ) per la ristampa di poete italiane contemporanee. La giovinezza del canone/ Donne in poesia a Parma, Parma capitale cultura 2021. Altre rubriche di Donne in poesia: Muse; Autori; Resurrezioni, Casa cultura di Milano; Scrivere al buio, Casa della Poesia liberty, Milano; Essere autrici/ essere curatrici, presso principali sedi museali cittadine: Palazzo Sormani, Palazzo Marino, Casa museale Alda Merini. E’ redattrice della rivista Il Menabò e fa parte della giuria del Premio Città di Virgilio – Terra dei poeti. Ha vinto molti premi: Cittadella; Alghero Donna; Città di S. Vito; Alda Merini; Ponte di legno; Città di Como; Europa in versi; Cinquina al Viareggio. Tradotta in molte lingue, è presente in numerose antologie, l’ultima, Braci, a cura di A. Colasanti, Bompiani, 2020. E’ presente in Ossigeno Nascente, AlmaMater, Bologna 2020. Conduce numerosi laboratori di lingua italiana presso l’Università di Milano. Ha partecipato alle installazioni di Giovanna Iorio in recenti mostre internazionali: ATLANTE MAPPA DELLE VOCI; TALKING CHAIRS; TORNERANNO LE SERE (Londra e Praga, 2019).
Quando sei nata
Ho visto il mio scoiattolo acquattarsi
per me era notte, per lei era il mattino.
Essa, il suo cuore lì vicino
al mio respiro mi auscultava, ma nascosta
e invisibile allo sguardo si spogliava di me,
il mio tesoro d’oro
e tutti ricamati i suoi capelli, io la vidi,
la sua testa in calura
calvo rosata mi silenziò per un baleno
gli occhi, i suoi erano viola scuro;
la vita che nutrivo,
fuori estratta dai ferri nell’ascetica paziente,
il suo primo urlo fu di un’altra me,
era di giallo il viso, mi dissero vernice casearia.
Lei lottò
per avere il mio seno, e la sua vita,
io, per rivederla.
*
verdi ricordi si affacciano simili
a quelli persi, a questi altri deposti,
come fiori falsi.
L’ anima, questo dura:
dire che è, che fu così, che fu per sé
per sempre, dire –
ma per colei che vive e che sarà,
nata dal riso
io potrei darle ancora la mia vita, e poi tacere
nel toccarle il dito, come nella Sistina
Dio farà con l’uomo,
secondo Michelangelo pittore;
ora Lei corre nel vento,
come ippogrifo.
Sogno di quella me, di quella forza
per sollevarla al cielo con un accento, il mio
avvenuto al canto
nel germogliare lei, dalle mie mani;
io dal suo tronco,
come viticci aperti in una sola pianta
lei donna, io Demetra, lei piccola Core
giù nell’ ade nostrum.
E ancora, inizi: i giorni
i tempi nuovi non baciati
attendevano. Lei aspettava
lavava i giorni del passato
si tuffavano felici come pesci al suo fluire.
Una punta è detta là, il fiorire in cielo
di passiflora e quercia,
o di sambuco,
ma che d’amore è il suo destino,
non senza averla vista (da vicino),
così per tutte due diventi luce.
l’immensità del cuore, la mattina –
se non già nostra se non la propria,
a mani e piedi già divisi, n o i
s i a m o n a t e.
Il canto degli uccelli non è poi natìo,
è q u i dentro,
e n o n già nel nostro cielo.
Avremo bisogno di sorgenti vive,
di racconti noi, dove la storia ci sistemi
intime e care, abitare per noi la stessa luce –
da oggi la mia scrittura e la tua vita siano
più vicine, leste nel correre
e lente nel parlare
*
Chiede fiato (fluttuano paesi)
Fluttuano i parenti in paesi del passato,
carico di voci e generato
dagli zoccoli e da carri, sul limen del paesaggio,
fluttuano i paesi, imprecisabili
e tu seguivi, uscita dal bordo di cosa e come,
in preda a quell’agitazione
di generazioni con l’idioma dentro
che filava il niente, le nenie e le sue strofe
che da una linfa cartapesta,
Io sono nato! le gridava
contro la riga della morte il fiato,
la sua molle materia i suoi clamori,
le mille e mille di virtù dipinte,
le gole arse e voci in coro.
*
La Casa dodici
(dedicato alla dodicesima casa astrale, ultima, connessa al segno dei pesci)
La Casa dodici è uno spazio ospitale,
tutte le struggenti grazie piovono
e segnano
di religiose dimore i rossi sogni
struggenti di sangue piovàno
esse parlano
da soffitti immensi o a cielo aperto
nella casa dodici
noi si entrerà aux splendides villes.
A volte le parole non servono
a descrivere
di epiche navigazioni, a cavalcare
la casa delle sciagure perché
in fondo essa dista miglia
e se più saggi noi ce ne dimentichiamo,
le sue struggenti angosce.
Ma un cavallo puntato ad
est
verso il cielo, le ausculta
è diritto e corre
un cavallo più bianco è la sua mente
e corre più veloce del baleno,
fu il passato –
ma nell’oceano noi possiamo alfine riposare,
disposti i musi dei cavalli all’eterno dove
sono rivolti, le teste sui cuscini
o alle ginocchia dei nostri estatici compagni.
*
Ed ora non vedo più l’angelo sterminatore
che accompagnò la prima volta
che seppi di abitare, anch’io
la casa dodici.
Casa dalle infinite e rutilanti procelle,
dove le barche progrediscono
nel non visto e temibile eco.
Ecco,
sono giovani sirene farsi incontro
nella magnifica casa dodici
di procellose promesse e addormentati
sogni a loro prova,
ma Lei è viva.
Le scalinate delle rose, a esempio
sono reali,
sono di un trono che abbandonammo,
divino, per sederci in basso,
da pellegrini sempre più
piccoli, e che fare allora,
ritirare le allettanti promesse –
Nella casa dodici si procede
e si nuota come pesci
nell’infinito rotante delle lune.
“La poesia si apre alla concretezza dell’esperienza, Maria Pia procede fra ciò che riemerge e ciò che si spezza, in un lampo. E tuttavia nel profilarsi di una certezza viene alla mente quell’aspetto della volontà che Kierkegaard chiama “volontà di essere disperatamente se stessi” affiancata all’altra “volontà di non essere disperatamente se stessi”. Abbandonarsi allo sconosciuto che e in noi per quella paura di non uscirne più, proprio come dice Zanzotto in Filò. Ed è qui che ci si abbandona invece al “noi.” È rigenerazione la parola e svelazione del nascondimento, come dice Heidegger, e rivelazione di sé e della propria esperienza nelle cause più profonde. Sa ormai quale sia il cammino e come ci si debba applicare al passo. Anche in lei è sopravvenuta la resistenza alla corruzione e al dolore del vivere; mi viene in mente un altro percorso, e un’altra fede nella taumaturgia della parola, quella di Amelia Rosselli; ed è da questa certezza, dalle sequenze su Parma e sull’amore, tuttavia amorose lacerazioni dell’anima, che mi ricordano la cara indimenticabile Patrizia Vicinelli le sue grida su Bologna e il suo disperato attaccamento alla città ai suoi suoni, come di gracidio di rane e di offerte. Ci sono poesie di dolcezza nel riaffrontare con amore la propria vicenda e i propri compagni di strada, e anche di luce; ci sono versi felici, slanci di gioia e di dolore, ma il lavoro fatto su di sé sta dando i suoi frutti, quella bambina è ancora viva, ricca di se stessa, resa più forte dalla poesia, pronta ad accettare di essere diventata adulta. Maria Pia ha accettato di non scappare più, di darsi luce attraverso la parola, di accettare quanto la vita le ha dato; da qui i bagliori di quell’allargarsi nello spazio, fino a “l’aria fine che fa libero il cuore e le sue brume.”
(Franco Loi, prefazione a Album feriale, Archinto, 2005)
La foto è di Michele Corleone
