Recensione di Giovanni Agnoloni
Stefania Nardini, La combattente, ed. e/o, 2021
Approcciarmi a La combattente, il nuovo romanzo di Stefania Nardini, per me non è stato facile. Sapevo che la vicenda della sua protagonista rifletteva la sua, e quindi quella di suo marito, Ciro Paglia, che per me è stato (ed è ancora) un grande amico. Inoltre, la mia stessa vicenda personale di vedovanza – sia pur senza matrimonio, se non quello già fissato e mai avvenuto a causa di un maledetto incidente – mi rendeva ancor più sensibile all’argomento.
Poi però ho iniziato la lettura, e in brevissimo tempo sono stato catturato da una storia avvolgente, a più strati, che parte dal disperato e tenace amore tra due attivisti di sinistra, negli anni ‘70 – una giornalista e in seguito scrittrice, Angelita, e uno sceneggiatore, Fabrizio, anche autore di documentari d’impatto sociale e politico – e da allora si proietta su un oggi lacerato dal dolore del lutto.
È qui che la protagonista, mentre cerca di ricostruire il senso del proprio presente, anche attraverso il rapporto con il figlio e vari amici, s’imbatte inaspettatamente in una traccia di passato capace di aprire un’angosciosa finestra sulla verità vera della persona che suo marito, prima di conoscerla, era stato. In pratica, si scivola dal territorio autobiografico in quello della fiction con mano graduale e leggera, ma al contempo con un’assoluta spietatezza lessicale e concettuale nel rendere la crudezza delle scelte imposte dalla vita.
La combattente è dunque un noir, sì, in questo senso, perché affonda in territori oscuri del terrorismo anni ‘70 articolando la trama come un giallo dalle tinte scure; ma un noir intriso di Storia, di memorie intime quasi diaristiche e di una fitta presenza dialogica. Infatti, oltre ai tanti dialoghi tra i personaggi, che lo rendono un’opera adattissima a una trasposizione teatrale o cinematografica, parla continuamente al lettore, interrogandolo su di sé, le sue scelte e la sua capacità di tener fede alle promesse fatte (a se stesso e agli altri).
Il libro, peraltro, offre un vivissimo spaccato di vita a Roma, nella campagna dell’Italia centrale – in cui, da amico di Stefania, riconosco la sua vecchia casa, bellissima, in Umbria – e nella Francia del Sud, con una Marsiglia, secondo luogo di elezione dell’autrice, percorsa da fremiti di multiculturalità e rigurgiti di lotte politiche del passato.
Insomma, un ricco e polifonico affresco d’epoca aperto su un presente di desolazione e ricostruzione, che fa di questa lettura un’esperienza autenticamente trasformativa.
A mio avviso, il miglior libro di Stefania Nardini.
