Educazione sentimentale #5

di Antonio Sparzani


Più volte ho scritto qui e altrove su quella cosa che ho chiamato, forse un po’ troppo genericamente “educazione sentimentale” e che comunque credo rivesta un’importanza fondamentale nella vita di ognuno di noi. Ho parlato delle letture giovanili, che ritengo siano state importanti per me, “I ragazzi della via Pal” di Ferenc Molnár e, qualche anno dopo, “Tre camerati” di Erich Maria Remarque. Ma più invecchio e più mi convinco che questa cosiddetta educazione sentimentale prosegua in verità per tutta la vita, con forme varie, letture, frequentazioni, relazioni amicali ed amorose, sventure e avventure.
Verso la fine degli anni ’90, più di vent’anni fa e già ero cinquantenne, ho scoperto uno scrittore italiano ormai celebre

e non più giovanissimo neppure lui, nato alla vigilia della guerra, Claudio Magris. Allora il suo libro più famoso era “Danubio”, che lessi senza eccessivo entusiasmo; poi però lessi “Microcosmi”, uscito per la prima volta nel 1997 (l’edizione che ho in mano adesso è quella nella Nuova Biblioteca Garzanti del 2009) e questo fu decisivo: mi “innamorai” di quel libro e non resistei all’impulso di scrivergli, così che cominciò, lentamente, anche per la distanza tra Milano, dove abitavo io e Trieste, la sua patria sconfinatamente amata, una certa amicizia che consentì dialoghi, brevi visite a Trieste, bagni a Barcola e qualche attività in comune alla SISSA, il centro internazionale di studi che sorge da vari decenni a Trieste, nei pressi di Grignano, di cui Magris dirigeva la sezione di “studi interdisciplinari”, cui io ero e sono sempre assai interessato.
Poi lessi credo la maggior parte dei suoi libri, per lo più saggi, alcuni sotto forma di raccolte di articoli sul Corriere della Sera e forse un romanzo che davvero staccava rispetto alla sua scrittura abituale “Alla cieca” che uscì nel 2005. Ma quest’anno in vacanza qui sui monti dell’alta Savoia francese, mi sono riportato, tra i pochi libri, “Microcosmi”, giusto per vedere se il mio entusiasmo di più di vent’anni fa rimaneva intatto. E la risposta è sì, rimane quello di allora. “Microcosmi” è un titolo molto adatto a spiegare la natura del libro: si tratta di nove capitoli abbastanza indipendenti tra loro, nove descrizioni, appassionate ed emotivamente coinvolgenti, di nove diversi luoghi ed esperienze della sua vita, talvolta in compagnia della sua moglie di allora, Marisa Madieri e dei figli Paolo e Francesco, talvolta no, spesso nei dintorni di Trieste o comunque di zone della Venezia Giulia o della Slovenia e delle mitiche isole del golfo del Quarnaro, ma anche in qualche zona del Piemonte, che pure Magris ben conosceva avendo frequentato l’università e conseguito la laurea e anche insegnato, a Torino. Ed è proprio da uno di questi che vorrei citare qualche riga, per testimoniare come il nostro autore abbia un’anima in qualche senso religiosa dentro un’anima così profondamente umana che non può non colpire qualcosa che sentiamo nell’intimo di noi stessi. Questo accade tipicamente nei suoi scritti: in mezzo a descrizioni di paesaggio o di piccoli accadimenti, a citazioni di scrittori magari solo localmente noti ma che l’hanno assai colpito, improvvisamente si infila un qualche pensiero così complessivo e generale che lascia inebriati, o qualche volta interdetti. L’esempio che mi ha spinto a scrivere questo fa parte del microcosmo “Collina” che appunto parla delle colline intorno a Cambiano e dintorni, in provincia di Torino. Ecco un ampio stralcio:
“ . . . si è dalle parti di Madonna della Scala. Fra cascine diroccate, alti pioppi che frusciano come uccelli la sera, aceri, acacie e irta erbaccia, una vecchia villa ribadisce col suo nome la triste osservazione di Baruffi: villa Passatempo. In quell’armonioso quadrisillabo echeggia un’ansia profonda, mortale. Quell’ombra folta e quegli alti alberi assorti dovrebbero essere là per impedire al tempo di passare o almeno per farlo scorrere più lentamente, resina dorata che scivola lungo il tronco e non cascata che precipita. E invece il nome dice che in quella villa neoclassica, con la sua doppia scala sulla facciata e il frontone triangolare stile impero, le due damigelle di Verrua che l’abitavano desideravano che il tempo passasse veloce, che fosse già passato, già arrivato vicino al suo termine.
Forse è questo il peccato originale, essere incapaci di amare e di essere felici, di vivere a fondo il tempo, l’istante, senza smania di bruciarlo, di farlo finire presto. Incapacità di persuasione, diceva Michelstaedter. Il peccato originale introduce la morte, che prende possesso della vita, la fa sentire insopportabile in ogni ora che essa arreca nel suo trascorrere, e costringe a distruggere il tempo della vita, a farlo passare presto, come una malattia; ammazzare il tempo, una forma educata di suicidio.”
Non mi pare di avere nulla da aggiungere, se non un molto sommesso invito a (ri)leggere queste pagine.

2 pensieri su “Educazione sentimentale #5

  1. S&R

    Amare e vivere a fondo il tempo…davvero sono le coordinate della felicità!
    Grazie per questo profondo spunto di riflessione.

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