“Le verità bugiarde”, di Marisa Papa Ruggiero

Recensione di Francesco Improta

Le verità bugiarde, di Marisa Papa Ruggiero (ed. Oedipus)

Credo che si tratti della riedizione di un libro scritto da Marisa Papa Ruggiero nella prima decade del terzo millennio e pubblicato nel 2008 da Il laboratorio/edizioni. L’autrice vi ha apportato, comunque, sostanziali modifiche a livello strutturale: i dialoghi non sono più quattro, ma soltanto tre, mancano, inoltre, le due incursioni conclusive, critiche ma appassionate, su Andrea Sparaco, di cui quest’anno ricorre il decennale della scomparsa, e Mario Persico, di cui viene riportato, in copertina, Il viaggio patafisico. Con quest’operazione di riduzione e decurtazione, che non è e non vuole essere di semplificazione, che sarebbe in ogni caso banalizzazione, Marisa Papa Ruggiero, che tra le altre cose è una pittrice di spessore e una critica d’arte raffinata, snellisce il volume, liberandolo da una certa gravità “accademica”, e finisce col concentrare la sua attenzione e quella dei lettori sugli aspetti filosofici della sua indagine linguistica e letteraria. Citando Dante (Paradiso, canto VI, v. 12) potremmo dire che l’autrice ha tratto dalla sua opera “il troppo e il vano”. Il titolo stesso è di per sé emblematico ed eloquente, non diversamente dagli eserghi che introducono le tre parti in cui si suddivide questo libro. La scelta della forma dialogica, particolarmente efficace, riporta alla mente immediatamente i dialoghi di Platone e la trattatistica rinascimentale, anche se qui i partecipanti alla discussione, non sempre antagonisti o divergenti, sono soltanto due, anzi a voler essere precisi è uno solo in quanto si tratta di un dialogo dell’autrice con la parte oscura o sommersa di sé stessa, come se parlasse dinanzi a uno specchio. Prevale, comunque, la numerologia binaria meglio ancora la dualità, si badi bene dualità e non dualismo che presuppone una netta distinzione e separazione fra due cose o elementi, ad esempio, il corpo e l’anima, mentre la dualità considera questi due elementi principi di una stessa essenza quella umana e non due sostanze differenti. Il titolo, Le verità bugiarde, a ben guardare, è un vero e proprio ossimoro e rimanda contemporaneamente alla verità e alla menzogna, alla realtà e alla finzione, alla concretezza e all’astrazione.

Kur- Guardati intorno: ovunque germoglia la contraddizione.

      Kros- Siamo una moltitudine differenziata.

      Kur- Ogni strada si ramifica in migliaia di strade. Disseminiamoci, possiamo frangerci e ricomporci in più direzioni, sentirci parti di più cose.’

Evidente, dalle battute riportate, la frantumazione dell’io, proprio dell’uomo moderno, in un mondo in cui quasi tutti hanno perso la propria identità riducendosi a una serie di qualità o di funzioni senza che nessuno le incarni o le eserciti. Mi vengono in mente due libri fondamentali della letteratura occidentale del secolo scorso: L’uomo senza qualità di Robert Musil e Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, che rimane, a mio avviso, uno dei capisaldi della formazione culturale dell’autrice. Nel titolo compare verità al plurale e non potrebbe essere diversamente perché non esiste una verità assoluta ma una verità relativa al soggetto, all’oggetto e al contesto. Anche la verità apparentemente più inoppugnabile, traslata altrove, in un altro contesto storico o linguistico, tende a modificarsi, a sdoppiarsi si pensi all’arte e alle sue dinamiche dove non esiste verità ma ricerca continua da parte dell’artista e varie interpretazioni da parte di critici e fruitori. Non a caso Umberto Eco parlava di un prodotto artistico come di un’opera aperta che non conclude il suo viaggio quando viene pubblicata, resa, cioè, di pubblico dominio, ma inizia, proprio allora, un nuovo percorso avvalendosi e arricchendosi delle intuizioni e del contributo di chi ne fruisce. Il concetto di verità relativa, che risale alla filosofia presocratica, in campo letterario, trova una valida esemplificazione in Pirandello, si pensi a Così è se vi pare, ma un cinefilo come me non può esimersi dal trasferire il discorso in campo cinematografico e non richiamare alla mente, fra i tanti esempi, Alain Resnais (L’anno scorso a Marienbad) e Akira Kurosawa (Rash?mon) anche se in quest’ultimo film è la menzogna che prende il sopravvento sulla verità, meglio ancora la capacità dell’uomo di mentire finanche a sé stesso. L’ordito del libro è costituito da astrattemi concetti, idee e referenti astratti su cui Marisa Papa Ruggiero tesse le sue invenzioni verbali, gli slittamenti di senso, le acrobazie linguistiche mossa da una evidente tensione filosofica e da una raffinata volontà ludica, comune a tutti o quasi gli artisti ma particolarmente spiccata in lei, a cui non mancano né istinto teatrale né consa­pevolezza delle proprie abilità linguistiche, che sfiorano talvolta il virtuosismo. E parlando di teatro non si possono ignorare né Carmelo Bene che faceva delle sue corde vocali dei perfetti strumenti musicali, capaci di tramutare in suoni e vibrazioni le parole, né Alfred Jarry il fondatore della patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie a cui hanno aderito tanti poeti ed artisti da Enrico Baj, a Raymond Queneau, allo stesso Mario Persico, di cui come abbiamo già detto è riportato in copertina Viaggio patafisico. La parte centrale del libro si snoda come una pièce teatrale a due voci. Il dialogo è fitto, serrato, breve e incisivo non diversamente da sagaci battute di un copione, veri e propri flashes che si accendono e illuminano, mentre gli argomenti dal cielo delle astrazioni e delle affermazioni teoretiche scendono a contatto con la realtà sociale e antropologica. Vengono smascherate le magagne della società di massa e di una cultura omologata, in cui la ricerca artistica viene osteggiata in tutti i modi e spesso imbavagliata. Si rilevano riferimenti più o meno espliciti al beckettiano teatro dell’assurdo, ad Artaud e al teatro della crudeltà e del doppio, non è un caso che uno dei due dialoganti sia Mask (evidente l’allusione alla maschera che ognuno di noi indossa per celare la sua vera natura, per essere altro da sé). Affiora di nuovo Pirandello come punto di riferimento ineludibile e a pagina 76, Vian l’altro personaggio (mi è venuto in mente Boris Vian, personalità eclettica e versatile: poeta, trombettista, drammaturgo, traduttore e romanziere, membro del collegio di patafisica) pronuncia questa battuta: “Che grande astuzia tirare in ballo la logica per arrivare a dimostrare la sua scarsa attendibilità” che sembra uscire dalla bocca di uno dei personaggi pirandelliani che si servono della ragione per mostrare l’inganno della stessa. E altrettanto pirandelliana è la capacità dei suoi personaggi di essere contemporaneamente in e out, di stare cioè dentro il dramma come attori di quel che accade e fuori come spettatori del loro stesso dramma. In poche parole, i personaggi di Pirandello non solo vivono ma allo stesso tempo si guardano vivere.

         Nella mente dello sguardo. Sentirsi sguardo staccato da sé che si vede guardare. A distanza.

L’intonazione teatrale è, per sua stessa ammissione, presente in tutta la produzione di Marisa Papa; un teatro metaforico e mutante, fatto di rimandi, di specchi, di continue trasformazioni per cui cambiano continuamente figure, luoghi e concetti, combinandosi tra di loro; non è un caso che in un’intervista rilasciata a Giorgio Moio, la scrittrice abbia citato come libro a cui si sente maggiormente legata, Le città invisibili di Italo Calvino, che appartiene appunto al cosiddetto periodo combinatorio, allorché Calvino mescolava strutturalismo e semeiotica, realtà e immaginazione per creare un mondo immaginario con cui sottrarsi al caotico mondo reale, all’inferno nel quale siamo costretti a vivere. Anche Marisa Papa stabilisce relazioni nascoste tra le parole con l’ironia sottile di chi non vuole sottostare alla logica alienante del sistema. Il labirinto di ascendenza borgesiana in cui ci trasporta Marisa Papa è un labirinto che ha molti ingressi ma nessuna uscita.

Libro di nicchia, Le verità bugiarde, troppo sperimentale per poter incontrare il favore del grosso pubblico, poco avvezzo a libri molto impegnativi che oltretutto pre­suppongono buone conoscenze filosofiche, lessicali e artistiche. Quella di Marisa Papa, che gioca con la post-avanguardia, è una sfida legittima ma rischiosa che proprio per questo merita tutto il nostro rispetto e ammirazione.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

2 pensieri su ““Le verità bugiarde”, di Marisa Papa Ruggiero”

  1. Marisa Papa Ruggiero

    Sono vivamente grata al Professor Francesco Improta, notissimo e illustre critico letterario, per avermi dedicato, con grande generosità, questa approfondita, lucida e articolata analisi critica, per me preziosissima, ricchissima di dotte citazioni e riflessioni filosofico – letterarie, ma anche teatrali e cinematografiche che immensamente mi onorano, e ringrazio la Redazione de “La poesia e lo spirito della gentile, lusinghiera ospitalità su queste pagine.

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  2. Marisa Papa Ruggiero

    Sono vivamente grata al Professor Francesco Improta, notissimo e illustre critico letterario, per avermi dedicato, con grande generosità, questa approfondita, lucida e articolata analisi critica, per me preziosissima, ricchissima di dotte citazioni e riflessioni filosofico – letterarie, ma anche teatrali e cinematografiche che immensamente mi onorano, e ringrazio la Redazione de “La poesia e lo spirito della gentile, lusinghiera ospitalità su queste pagine.

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