
Vincenzo Mascolo è nato a Salerno nel 1959 e vive a Roma. Ha pubblicato Il pensiero originale che ho commesso (Edizioni Angolo Manzoni, 2004), Scovando l’uovo (appunti di bioetica) (LietoColle, 2009) e Q. e l’allodola (Mursia, 2018). Ha curato alcune antologie per la casa editrice LietoColle tra cui, insieme a Giampiero Neri, Quadernario – venticinque poeti d’oggi (2012). Nel 2019, per un progetto benefico della Fondazione Sanità e Ricerca, ha coordinato l’antologia di poesie e saggi Piccolo dizionario della cura (Mursia). Dal 2006 è il direttore artistico di Ritratti di poesia, manifestazione di poesia internazionale promossa da Fondazione Roma.
A margine di un pensiero filosofico
Ci sarà poi qualcosa
tra il nostro essere e il nulla
una virgola, un punto
quantomeno un trattino
che separi dal nulla
ciò che invece noi siamo
perché forse altrimenti
si dovrebbe pensare
che sia essere nulla
il nostro vero destino
e che vivere in fondo
per ognuno sia vano
perché pure esistendo
noi comunque non siamo.
Da Il pensiero originale che ho commesso, Edizioni Angolo Manzoni, 2004.
*
La lettera ritrovata
3 giugno 1924
Mia adorata Milena
da molto tempo
è vero
non ti scrivo
ma non pensare
che ti abbia già dimenticata.
È solo che trascorro le giornate
ad osservare il cielo
dal mio letto
sognando di potermi alzare in volo
lasciando nella stanza
non so se morto
o vivo
il corpo mio
da insetto.
Inedita
*
Caro Peter,
ho deciso di inviarti questa mia
dopo avere assaporato fino all’ultima parola,
neanche fossi il bevitore leggendario
con il quale condivido la durezza
di non riuscire a ripagare i debiti contratti con la vita
ma di certo non la santità,
il canto che hai voluto dedicare alla durata.
E’ vero, la durata induce alla poesia,
così ho pensato di affidare ai versi,
e non a un testo estratto a caso con un argano
ad asse verticale dalla moltitudine insensata
di parole che ho ammassato nelle mie profondità,
i pensieri suscitati dal tuo canto.
E’ da tempo, del resto, che la poesia
ha rotto gli argini che avevo costruito per contenerne il corso
– anche se, dopo tanti anni trascorsi nella gioia
della sua presenza, non ricordo più
cosa mi abbia spinto a limitarla,
ma ora so che credere
di poter evitare condizionamenti è un’utopia –
e ha inondato tutte le terre emerse
mettendo a volte in pericolo persone, luoghi e cose
della mia esistenza per la dedizione assoluta
che richiede come prezzo o forse
come contrappasso.
E solo nella sua parola trovo la consistenza di me stesso,
è in quel groviglio inestricabile di essere e di dire
che la mia materia corporea si rivela, prende forma,
diventa palpitante.
Come per ogni mistero che si rispetti,
non si saprà mai se questo mio consistere
sia frutto di un’abile impostura
oppure sia dovuto alla capacità medianica
della poesia di generare realtà sensibile dall’ombra
(ancora oggi, del resto, nonostante gli sforzi
compiuti da scienziati e personalità della cultura,
non è chiaro se la medium Eusapia Palladino
fosse in possesso di facoltà paranormali
o fosse invece una volgare ciarlatana.
Sembra che Pierre Curie,
dopo avere preso parte ad alcune sue sedute spiritiche,
abbia scritto al fisico Louis Georges Gouy:
“Siamo di fronte, secondo me, a un intero campo di realtà e stati fisici completamente nuovi,
che non possiamo nemmeno immaginare.”).
Da Lettera a Peter Handke sulla durata, inedita.
Con la sua rivisitazione del mito di Orfeo, a cui ha dedicato una pièce teatrale e tre film, Jean Cocteau ha voluto rappresentare anche il legame esistente tra la visione orfica e l’origine della poesia. Ne parla lui stesso nel Diario di uno sconosciuto: il poeta è archéologue de sa nuit, archeologo della sua notte, scrive Cocteau. Orfeo compie il viaggio negli inferi per sottrarre Euridice al mondo delle ombre, il poeta discende nella sua notte interiore per raggiungere l’ignoto, per portare alla luce i resti della sua oscurità. Solo apparentemente diversa la definizione di Giovanni Raboni: la poesia è un linguaggio, ha scritto, “capace di connettere fra loro le cose che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo”. La mia idea di poesia ha elementi in comune con queste teorie: è per me la fiamma che rischiara l’oscurità, un ponte tra visibile e invisibile. La penso come un’esperienza iniziatica, una ricerca nell’ignoto durante la quale il poeta si rinnova, si rigenera, si trasforma, muore a se stesso per rinascere ogni volta nell’atto della creazione poetica. Tutto però rimane incerto, indefinito, perché ogni cosa avviene in modo inconsapevole e involontario, anche il linguaggio, in cui si manifesta il mistero della congiunzione tra ciò che è visibile e ciò che non si può vedere. L’incertezza, del resto, è uno dei principi cardine della poesia. Penso, infatti, che se fosse in grado di individuarne la natura, di definirla con esattezza, se riuscisse insomma a dare una risposta certa, definitiva, alla tremenda domanda “che cos’è?”, il poeta smetterebbe di scrivere poesia, perché non servirebbe più, non avrebbe più senso farlo.
(Vincenzo Mascolo)
