
Il legame tra pittura, fotografia e cinema è sempre stato stretto. Walter Benjamin ne coglie la linea di evoluzione nell’apporto decisivo della tecnologia perché l’oggetto della visione si avvicini sempre più all’osservatore, fino al punto di perdere un’autorità intrinseca, egli la chiama “aura”, che gli proveniva proprio dalla distanza. In questo modo il prodotto artistico tende a prediligere il proprio valore espositivo, rispetto a quello culturale. Agli esordi del cinema, nell’età dell’oro delle avanguardia, cinema e pittura respirano la stessa aria. E’ il caso di Luis Bunuel, che collabora con Salvador Dalì nei suoi primi film. In Viridiana (1961) oggetto del suo occhio dissacratore e surrealista è addirittura l’Ultima Cena di Leonardo. Più di cinquant’anni dopo, ci prova anche Paul Thomas Anderson con Vizio inerente (2014). Qui sta la novità. Attraverso il frame fotografico il cinema contemporaneo compie un cammino a ritroso verso il punto d’origine della pittura. L’obiettivo è chiaro, ristabilire quella distanza “pittorica” che conferisca all’immagine cinematografica l’aura perduta dell’arte.

Ci sono poi alcuni registi il cui occhio cinematografico possiede un costante ed esplicito dialogo con la pittura. In Pier Paolo Pasolini i tributi a Piero della Francesca e al Mantegna sono evidenti, come per il Cristo deposto (per alcuni, invece, è Cristo morto di Orazio Borgianni), riprodotto in Mamma Roma (1962). Francis Bacon è il pittore di riferimento di David Lynch. Nel volto deforme in The elephant man (1980) è presente l’auto-ritratto del poeta irlandese. Barry Lyndon (1975), poi, può essere considerato il film più pittorico di Stanley Kubrick. Anche se tutti i suoi film sono ricchi di fotogrammi che riproducono o rimandano a quadri. E’ il caso de La ronda dei carcerati di van Gogh, ripresa ne L’arancia meccanica (1971). Pieter Bruegel, invece, è molto presente nel cinema di Andrej Tarkovskij. Non mancano, poi, incroci come nel caso della Madonna del Parto di Piero della Francesca, centrale in Nostalghia (1983), e ripresa anche da Pasolini in un frame de Il Vangelo secondo Matteo (1964). Un regista come Terrence Malick, infine, ha una profonda ispirazione pittorica, ma senza dirette ascendenze.

All’opposto, ci sono pittori che hanno in qualche modo anticipato il cinema, togliendo ogni “aura” alla raffigurazione e riuscendo magicamente a conferire movimento e azione. Il più cinematografico è stato sicuramente Edward Hopper, i cui quadri hanno da sempre ispirato il cinema. Si pensi a Psyco (1960) di Hitchcock o a Profondo rosso (1975) di Dario Argento, che omaggia in un fotogramma il famoso quadro I nottambuli. Come il senso di estraneazione di Jocker lo ritroviamo nel clown di Soir bleu. Allo stesso modo le illustrazioni di Norman Rockwell sembrano fermi-immagine del cinema americano degli anni ’30. E il personaggio di Libertà di parola sembra ispirato da Henry Fonda in Furore (1940) di John Ford. La pittura di Caravaggio, addirittura, sembra aver intuito la potenza iconica della fotografia, prima, e del cinema, dopo. Non è casuale, pertanto, che sia d’ispirazione per molti registi. L’intera saga de Il padrino (1972) possiede una fotografia di ispirazione caravaggesca. Anche in molti film di Christopher Nolan si possono cogliere chiaro-oscuri e punti d’illuminazione che discendono da questa pittura. Nella serie televisiva Il racconto dell’ancella (2017) sono riuscito a isolare un frame in cui è lampante il rimando a Caravaggio e in particolare alla Morte della Vergine.
Tutto il cinema, infine, talvolta solo per gioco, si è divertito, anche in singole inquadrature, ad omaggiare la pittura. Martin Scorsese ha riprodotto il bacio di Klimt in Shutter Island (2010), mentre Luchino Visconti quello di Hayez in Senso (1954). Robert Zemeckis cita Il mondo di Cristina di Andrew Wyeth in Forrest Gump (1994). Lars von Trier ne La casa di Jack (2018) realizza la barca di Jack alludendo a La barca di Dante di Eugène Delacroix. Bernardo Bertolucci si ispira a Pellizza da Volpedo nel suo Novecento (1976) e Luc Bresson veste Leelo ne Il quinto elemento (1997) ispirandosi a la colonna rotta di Frida Kahlo. Neppure il cinema comico resta indifferente a queste contaminazioni. Così Mr. Bean mette al centro del film L’ultima catastrofe (1997) La madre di Whistler. E per fortuna si tratta soltanto di una copia.
