
Giovanni Nuscis è nato nel 1958 ad Ancona, da genitori sardi, dove ha vissuto fino al 1973, anno in cui si è trasferito a Sassari dove attualmente risiede. Ha pubblicato i libri di poesia: Il tempo invisibile, Book Editore, Castelmaggiore, 2003; In terza persona, Manni, Lecce, 2006; La parola data, L’arcolaio di Gianfranco Fabbri, Forlì 2009; Transiti, Quaderni di Poiein a cura di Gianmario Lucini – Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2010. Ha avuto riconoscimenti per la poesia edita e inedita. Sue poesie, note di lettura e interventi critici sono stati pubblicati su riviste cartacee e online. Fa parte dal 2008 della redazione del litblog collettivo“ La Poesia e lo spirito (www.lapoesiaelospirito.wordpress.com ).
“può vedersi come quei signori prendano la loro professione
incredibilmente sul serio e come si disperino
per difficoltà che, per lor natura, non sono in grado di superare.”
- Kafka – Il processo –
Il banco del collegio giudicante
non consentiva di vederne le gambe
mozzate. A nessuno era dato salire
i gradini fino alle stanze dell’accusa,
fino al soglio del vero
fino al principio intangibile e supremo.
Gradini così in alto da bucare le nubi
irraggiungibili persino
a chi aveva gambe intere e buona lena.
Poco lontano stava il Parlamento
i deputati immobili anch’essi
tra il via vai di gente incravattata
che consegnava relazioni
con sommarie proposte di legge,
che i destinatari leggevano
e correggevano per passarle poi
in Commissione e quindi in Aula.
Che infine le votava. Così al Senato.
Alcune leggi finivano di corsa al Palazzo
all’attenzione del presidente del collegio,
prima che leggesse la sentenza,
obbligandolo a cambiare verdetto:
azioni non più reato, e viceversa;
innovazioni nei codici di rito:
sentenze, ordinanze, notifiche
costrette a passare in cento stanze
prima di essere eseguite;
impiegati del Palazzo rimpiazzati
da ricamatrici, intagliatori, facchini
e progettisti, per riordinare e abbellire
ogni giorno cantine ed archivi.
Processionarie di utenti stizziti
lungo corridoi di porte chiuse,
gli squilli a vuoto dei telefoni.
Erano il potere che delega
si assolve e se ne frega, e per inerzia
se n’è andato in prescrizione.
*
Con quali mani e gomiti
tra i valichi dei giorni più tesi
sei infine arrivato.
Nel vecchio dondolino all’aperto
si muovono ancora le gambe,
senza te, e a fischiare
tra le foglie dei nespoli
è una voce nuova.
Di tutta quella vita e quegli affanni
di tutte quelle immagini e sogni
di tutte le fatiche bestiali
e le parole scritte e urlate
e le tensioni e i dolori
di tutti i cambi improvvisi
di programma e di umore;
e questi nostri occhi abituati a correre
carichi come zaini
di inguaribili viandanti,
dimmi cosa è restato, in quale ombra
siamo ora calati,
e con quale amore nel cuore
abbiamo tutto questo salutato.
Come una coperta calda
rimboccata sul nostro sonno
sia rispettato il riposo.
*
Passi la vita ad adattarti
alla misura di quell’abito che un sarto
infaticabile cambia di continuo.
Tu, giovane inserviente
che paziente ti domini, obbedendo,
alta postura e basso profilo
tessuto da un filo
ora teso ora lento,
scucito ed imbastito
poi ancora scucito
e di nuovo imbastito. Forse
più vecchio un domani
cadrà perfetto il vestito,
giunte le mani sul lavoro finito.
La poesia è Gioavanni Nuscis possiede una fonte sapienziale. Il suo verso è libero nello schema poetica ma rigorosissimo nella tensione costante e rovente tra significato e significante. Originariamente poco icastica e lucidamente metafisica così da scavalcare senza nostalgie il Novecento, la sua ispirazione più recente sembra maggiormente calata nel lessico quotidiano del dolore ma senza retorica o sentimentalismi collettivi. Sembra profilarsi una più acuta coscienza civile che non passa attraverso piagnistei comunitari ma mette al centro la vita cogliendola dal basso, prediligendo i contenitori che celano con pudore, ai contenuti che urlano con rabbia. Nuscis ci offre un punto di vista di sofferente ma attiva coerenze: il mondo visto con la faccia per terra. A chi sceglie di condividere questo sguardo mette a disposizione la poesia come un canto di liberazione.
(Pasquale Vitagliano)
