Antonio PIBIRI, In cosa consiste il lavoro

Antonio PIBIRI

In cosa consiste il lavoro

L’arcolaio, 2020

 

*

 

Non di trionfi la vita regolare.

Pulivo gabbie. Ero

il guardiano dello Zoo,

l’isterica nutrice.

Di notte solo le lasciavo aperte.

Sappiate, fui licenziato per questo.

 

L’ultimo giorno, allontanatomi dal gruppo

in visita, mentre accarezzavo il ventre

caldo e pregno della tigre,

sentì rinascere per sempre

la carne sulle mie ossa.

 

*

 

Subito dopo l’incontro i giovani ardono

dalla brama di conoscersi, affondare

nelle cosce. Lei è un giardino, neutro

come numeri che non so contare, lui

un archetto bene impeciato.

Non aver paura di pinete alla mitraglia

del sole con mantiglie di spettri e tessiture

appese da ramo a ramo, nessun nitore,

è soltanto luce in polveri che risale

da coni e cilindri a marcescenza.

Sul delta s’allarga il plesso degli anni.

L’isola entra nella definizione di inverno.

Giunto al termine metti a letto i vecchi,

i salmi, segui in solitudine il taglio a orina

sulla neve, profondo, fumante, getto dopo

getto, ti farai strada, darai il tuo nome

alla via per i ghiacci.

 

*

 

Jarhe.

            Jarhe, Jarhe…

            Paul Celan

 

Anni.

Ho pensato a voi come ponti,

compressa luce gli argini,

chiatte, fiori sull’acqua

 

a terrazze, fiori dal cielo,

le scarpe asciutte nel riquadro,

il libro sacro dello Splendore.

 

I morti saranno in tumulto, credo.

Richiusi tra capelli di mandorla

di madri che calmano la fronte.

I vivi, so. Qualcuno piange in segreto.

E’ facile. Chiedono più anni

ancora stelle che brucino

o cercarli indietro.

 

*

 

Mai uguale e fedele al mondo sensorialmente condiviso, il mondo che affiora dai versi di Antonio Pibiri; ma nuovo, sempre inedito, diverso da qualunque altro mondo.  Vi rifulgono perciò nuovi sensi, nuovi scorci, nuovi colori, nuovi suoni di inedita e sorprendente capacità evocativa.

Versi e poesie che non sono tronchi appoggiati sulla neve, immagine kafkiana, avendo solide radici, nobili ascendenze (tracciate sull’incipit o in chiusa delle poesie), stagliate verso cieli dove corrono, s’incrociano, si accrescono con altre traiettorie di volo. (gn)

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