
Quella del Vietnam è stata la guerra più narrata dal Cinema americano (e non solo). E’ opinione comune che in questo conflitto, prima ideologico che militare, gli Stati Uniti, anzi l’America, magari scritta anche con la K, persero la propria innocenza. Sono passati 46 anni da quando le truppe entravano a Saigon, mentre gli americani fuggivano evacuando con gli elicotteri gli ultimi civili. Quelle immagini sono state evocate con la stessa drammaticità al momento del ritiro delle truppe da Kabul, abbandonata ai Talebeni vittoriosi. Tutti hanno davanti agli occhi la fuga degli occidentali dalla capitale afgana. Quanti, invece, conoscono o ricordano ancora quanto accadde in Vietnam? I film sul Vietnam sono più di 80, da Berretti Verdi (1968) diretto e interpretato da John Wayne, che non fu il primo ma resta memorabile in quanto gli americani furono per l’ultima volta i buoni della storia, a Da 5 Bloods Come fratelli (2020) di Spike Lee, tributo (fuori tempo massimo) al sangue nero versato contro i Viet Cong. Questa “sporca” guerra è rimasta così impressa nella coscienza collettiva degli americani da essere diventata il paradigma della crisi di tutto l’Occidente, di cui, nel bene e nel male, gli Stati Uniti ne rappresentavano l’impero centrale. Imperdibile sotto questo aspetto è Apocalypse Now (1979) di Franci Ford Coppola, trasposizione di Cuore di tenebra, romanzo di Conrad sull’imperialismo europeo in Africa. Dopo il Vietnam, tuttavia, tutto è cambiato. E’ più facile, infatti, raccontare storie sui cattivi, specie quando questi perdono. Dopo il disgelo Usa-Urss, favorito da Reagan e Gorbaciov, sembrava che il mondo si fosse riappacificato. Ed invece la fine dell’Urss ha delocalizzato e frammentato le fonti di pericolo. Questa volta l’America e l’Occidente si sono trovate, quasi senza volerlo, dalla parte della ragione(apparente). E tutto è diventato più difficile e meno narrativo. Il confine tra torto e ragione è diventato sottile e confuso. Ad entrare in crisi è stata la coscienza individuale, mentre quella collettiva veniva edulcorata dal dovere di difendere la nostra civiltà contro il terrorismo? Fino a che punto? Forse, si spiega così l’assenza di film memorabili sulle guerre, pur numerose, combattute a cavallo dei due secoli.

Il trauma recente della fuga dall’Afghanistan ha reso retrospettivamente profetico un film profetico come La guerra di Charlie Wilson (2007) diretto da Mike Nichols e interpretato da Tom Hanks. Ci aiuta a capire quello che accaduto. E l’impressione che ci lascia è che gli Americani quando hanno “ragione” fanno persino peggio di quando hanno “torto”. Dopo i grandi movimenti collettivi alimentati dalla crisi del Vietnam, dunque, in America non esiste più una coscienza collettiva. Prevale la “sindrome del prigioniero” magnificamente raccontata da Paul Schrader ne Il collezionista privato (2021). La grazie è sempre e unicamente privata. Al centro del dramma non c’è più il popolo americano, ma il singolo individuo, lasciato solo con le sue responsabilità e i suoi sensi di colpa. American Sniper (2014) e The hurt locker (2008) sono due splendidi esempi di questo cambio di visuale. Sul piano collettivo, invece, assistiamo ad una vera e propria delocalizzazione morale dello scenario bellico: la guerra (forse) è giusta ma, nella realtà, sta accadendo altro: in Three kings (1999) di David O. Russell, la guerra (quella del Golfo in Iraq) è poco più di un Big Heist (un grande colpo); Sesso & potere (1997) di Barry Levinson mostra come essa può essere un’utile oggetto di manipolazione collettiva (viene letteralmente inventato un conflitto contro l’Albani); oppure ridursi ad un caotico videogame come in Black Hawk Down (2001) di Ridley Scott, ambientato nella Somalia di ; in Jarhead (2005) di Sam Mendes, infine, la guerra (qui siamo durante la prima guerra del Golfo) diventa uno sfogatoio della schizofrenia sociale, di cui Guantanamo sarò il punto estremo.
Un riuscito punto di contatto tra passato e presente, padri e figli, torti ripensati e ragioni deludenti, è Nella valle di Elah (2007) di Paul Haggis, in cui un veterano del Vietnam cerca di fare luce sull’assassinio del figlio, rientrato dalla guerra in Iraq. Di fronte alle omissioni e alle responsabilità dello Stato che dovrebbe difendere i soldati che combattono in suo nome, il padre issa capovolta la bandiera a stelle e strisce. Non si tratta di una denuncia politica collettiva, ma della individuale pietas di un padre che piange sul cadavere del proprio figlio.
Quanto alla guerra. Resta immota nel suo Orrore.
