Una bellissima briganta

di Antonio Sparzani

Michelina Di Cesare vista da Kika Bohr

Io ho frequentato la scuola elementare tra gli anni quaranta e cinquanta e poi le medie e il liceo, arrivando alla maturità (cosiddetta) nel 1960. In tutti questi anni, a più riprese e con più o meno profondità mi è stata insegnata la storia, che era soprattutto storia d’Italia, con grande enfasi sul Risorgimento, culminato con l’unità infine raggiunta sconfiggendo i biechi regimi sia di Francesco II, re delle due Sicilie, sia dell’altro Francesco (Franz-Joseph) imperatore d’Austria e Ungheria. Che bello che bello, tutti sotto i veri nostri re, i ben noti Savoia, finché naturalmente – 86 anni più tardi e finalmente – questi non sono stati opportunamente allontanati con il famoso referendum, così che andarono a rifugiarsi, con tutto l’oro che riuscirono a portarsi dietro, nell’amato Portogallo di Carmona e Salazar.

Nessuno mi aveva però spiegato che questa magnifica riunione di tante terre ritenute senza il minimo dubbio “italiane” non era avvenuta senza dolore, senza il sacrificio della vita di migliaia di giovani e non giovani persone, senza inumane cattiverie e indicibili soprusi. Voglio parlare soprattutto del problema del cosiddetto “brigantaggio” che negli anni 1861-1865 ha caratterizzato le terre che erano appartenute appunto al re delle due Sicilie Francesco II e che Garibaldi aveva, dopo la sua impresa, consegnato, forse a denti stretti, a Vittorio Emanuele II.
Mi guardo bene qui dal ripercorrere una storia che ho appreso per la prima volta leggendo lo straordinario “racconto” della nostra Monica Mazzitelli, svolto nel libro “Di morire libera”, Lorusso Editore, nel quale si rivive, proprio così, si rivive la vita in quei pochi anni di alcune di quelle bande di ribelli – ribelli alla cacciata di Francesco II – e in particolare di una bellissima e coraggiosa briganta, Michelina Di Cesare, del suo compagno Francesco Guerra e di tutti i loro seguaci e indomiti combattenti, che naturalmente la ferocia dei “piemontesi” riuscirà in qualche anno, anche se con una certa fatica, a debellare. Si distinse in particolare la ferocia del piemontese generale Emilio Pallavicini di Priola che divenne poi ovviamente per i suoi deprecabili meriti senatore del regno.
Non intendo ripercorrere le vicende alterne che si svolsero in quegli anni e i vari episodi che a un certo punto innescarono una spirale di violenza da ambo le parti: i piemontesi non avevano nessuna considerazione dei contadini del meridione conquistato, ritenendoli sostanzialmente una massa di animali. Senza dire poi del ruolo della Francia, a fianco dei Savoia, e dello Stato Pontificio, che in verità non avrebbe mal visto un ritorno di Francesco II sul suo trono di Caserta, ma che nulla fece per sostenerlo veramente, tanto che alcuni parroci furono addirittura dei delatori, tradendo la fiducia loro accordata dagli ingenui briganti.
Altro ruolo ambiguo fu giocato dall’Austria: si noti (al solito basta guardare tutte le genealogie su wikipedia) che Francesco II, che poi regnò in verità solo 2 anni, dalla morte del padre avvenuta nel 1859 alla destituzione del 1861, era figlio di Ferdinando II di Borbone e della sua prima moglie, Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I di Savoia, dunque era nipote di un re sabaudo! Ma quando si tratta di acquisire nuove terre al proprio regno non si bada a cugini e parenti: dei Savoia poi, da allora in poi, non se ne salva uno; Umberto I avallò le feroci repressioni di Bava Beccaris (1898) e fu per questo ucciso nel 1900, Vittorio Emanuele III aprì le porte a Mussolini, qualche altro discendente divenne un assassino, e altri residui discendenti comunque litigarono su chi fosse il “vero” erede della sedicente real casa, e forse ancora litigano.
Inoltre la madre di questa Maria Cristina era Maria Teresa d’Asburgo-Este, e quindi per questo anche l’Austria c’entrava un po’ in tutta la faccenda.
Ma tutto questo in fondo importa poco; quello che mi ha colpito nel libro di Monica è la vivezza con la quale racconta e fa parlare i briganti della sua storia, con cui ne ricostruisce un po’ alla volta la personalità, con cui ce li restituisce vivi e pulsanti dei loro dolori, delle loro ansie, delle loro azioni e delle loro stanchezze. L’unico che si salva alla fine è il figlioletto che Michelina riesce ad avere dal suo amato compagno e che, prima che tutto finisca, riesce ad affidare ad una famiglia sicura che penserà a lui.
Michelina è una donna forte, femminista ante litteram (ma quante altre lo sono state ante multas litteras!), ma a suo modo tenera e innamorata del suo Francesco. Spregiudicata ma attenta, coraggiosa all’estremo, ma prudente per sé e per i suoi. Ella emerge un po’ alla volta nello scritto di Monica e un po’ alla volta cattura l’attenzione e l’emozione del lettore.
Va detto poi che il grande valore del libro è che esso è frutto di uno studio attento di una montagna di documenti originali, lettere, rapporti, avvertimenti di spie e delatori, cronache d’epoca. Una lettura appassionante che ti trascina dentro non subito, ma un po’ alla volta e alla fine non riesci a smettere e vuoi concludere, tanto lo sai che i briganti perderanno, ma lasciando una testimonianza che vale la pena di conoscere e ricordare.

Un pensiero su “Una bellissima briganta

  1. Monica Mazzitelli

    Grazie di cuore Antonello! Che recensione stratosferica mi hai dedicato, e che meraviglia l’illustrazione di Bohr!! Sono lusingata e felicissima, proprio oggi sono DUE ANNI ESATTI dalla pubblicazione del romanzo con Lorusso Editore! Mi fa poi ulteriormente piacere che tu abbia dato in queste poche ma densissime righe, una breve ma potente lezione di storia “risorgimentale”, di cui c’è davvero moltissimo bisogno!
    GRAZIE!!!

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