Agonia con viaggio, di Valeria Patera

AGONIA CON VIAGGIO

 

Ti porto a Roma le dicevo e il corpo

Sempre più lenzuolo sempre più solo intreccio di fili

Nell’intelaiatura del letto acciaio vita che non molla

San Pietro campane campane

In quel suo essere già là

L’ultima forza tutta di una scaglia che fu

Donna minuta e fragorosa

Ora sempre più verso silenzi che continua a non volere

Sempre più sempre più se ne va

Sempre meno sempre meno ne resta

Di lei però uno stupore d’orecchio.

 

Roma, 1996

Note biopoetiche di Valeria Patera

Non ho mai dovuto chiedermi cos’è la poesia per me.   La poesia è stata  la scintilla primigenia di tutta la mia pratica artistica e nella sua più ampia accezione di poiein, ha innervato tutta la mia polimorfica e versatile produzione sia letteraria che teatrale.

A dieci l’ho sentita spuntare dietro al mio sguardo. Perché la poesia è prima di tutto una qualità dello sguardo che al contempo raccoglie ed apre alla visione del mondo attraverso la parola che lo ricostituisce nella soglia tra dentro e fuori.

La poesia è essere spalancati sulle cose, sugli eventi, la poesia è lo sguardo d’intesa con ciò che la superficie del mondo copre, la parola poetica è rivelativa.

Tra gli anni ’80 e ’90  ho ricevuto il Premio Letterario “Città di Novara” e successivamente il Premio di Poesia “Il Bagordo”, diretto a Bergamo da Geno Pampaloni. Al concorso è seguito un seminario di poesia con Emilio Isgrò e  uno di poesia visiva con Gregory Corso  con una mostra finale dei lavori.

Poi a Milano ho incrociato l’occhio di Giancarlo Majorino, Antonio Porta e Vivian Lamarque che hanno scelto una mia poesia per una serie di grandi manifesti  pubblicati da Rusconi Editore che furono affissi in tutta Milano.

Da lì il mio scambio anche umano e il mio nutrimento dalla loro poesia e un dialogo con il mondo della poesia milanese.  Nei primi anni ’90 sono stata chiamata da Giancarlo Majorino a prender parte a quella che era un’esperienza straordinaria, una rivista di poesia alla quale partecipavano buona parte dei poeti e intellettuali milanesi, fu “MANOCOMETE”, una rivista trimestrale, dove furono pubblicate alcune mie poesie. Come direttore artistico del “Cafè Letterario Portnoy” di Milano ho organizzato incontri e letture di poesie con diversi poeti e musicisti.

Successivamente ho pubblicato sulla rivista fiorentina “Semicerchio” e a Roma dove mi ero trasferita ho frequentato il Centro Montale.

Ho partecipato poi a “SLAM POETRY”, diretta da Lello Voce e presentato i miei lavori in forma di reading in varie sedi e  partecipato con i miei testi a due raccolte di nuova poesia milanese.

Ma nel frattempo l’altra mia passione, il teatro, passava dalla recitazione alla scrittura drammaturgica che di quella poesia prendeva la forza, la consistenza simbolica delle parole, il ritmo e il canto. La parola poetica si è data alla dimensione spazio-temporale della scena e da lì una svolta. Diploma in drammaturgia alla Scuola del Piccolo Teatro e nel mentre frequentavo la Facoltà di Filosofia della Statale di Milano.

Alla fine del 1991 a seguito della selezione per il  Primo Progetto  Speciale di Drammaturgia  del Ministero per il Turismo e lo Spettacolo  e dell’ETI ho avuto la possibiilità di misurare la tensione poetica della scrittura poetica con le esigenze della scena diretta da un grande maestro del teatro cioè Giancarlo Cobelli. Ho lavorato sul corpo non finito dell’opera di Hugo Von Hofmanstal “Andreas oder di Vereinigten” e l’ho ri-generato in uno stationen drama in versi per 26 personaggi: “Viaggio verso la fine del ritorno” pubblicato nei “Quaderni dell’E.T.I”e rappresentato al Teatro Quirino di Roma..

Nel 2000 la seconda sfida tra poesia e teatro è stata la riscrittura e rappresentazione di Salomé, le ultime parole di Antonio Porta sul cui nocciolo originale ho creato una struttura drammaturgica e una regia fu pubblicato e rappresentato al Teatro Arsenale di Milano.

Poi venne il monologo  “Esplodevano farfalle” che Nanni Balestrini pubblicò su “ZOOM” e vinse il Premio Teatro Totale della Regione Lazio poi “Lettera di una gobba ad un fabbro” invenzione drammaturgica in versi di una lettera inedita di Fernando Pessoa.

Ma l’apice della mia scrittura poetica per il teatro è rappresentata da “Judit, la risposta che non torna”, dieci quadri in versi per raccontare un’inedita interpretazione del mito biblico di Giuditta e Oloferne, vincitore del Premio di scrittura teatrale  Inner Wheel e pubblicato da Borgia Editore.

Ancora in versi nel primo e terzo atto è “La fata matematica, storia della donna che sognò il computer”, ispirato alla figura di Ada Byron Lovelace e  “Il bianco e il rosso”, ultimo nato nel 2020.

Durante la pandemia ho pubblicato su “La Rivista Intelligente” e in un volume collettaneo di Flaccovio Editore “Aspettavamo fiduciosi la primavera”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *