Le Muse nascoste di Nicola Vacca (Galaad Edizioni)

 

Cosa unisce Claudia Ruggeri ed Emiliy Dickinson, oppure Agota Kristof e Nadia Campana? Con il suo nuovo saggio militante, Nicola Vacca non azzarda un’antologia della poesia al femminile, facendo storcere il naso saccente di qualche accademico placido sulle proprie sicurezze letterarie. Muse nascoste – la rivolta poetica delle donne (Galaad Edizioni, 2021), è il catalogo di un Pantheon personale e intimo delle voci poetiche femminili più autentiche e per questo più lancinanti. Si intuisce, quasi in modo tattile, la consonanza delle esperienze che vengono proposte al lettore e la sensibilità dell’autore, poeta in rivolta egli stesso. L’importanza di questa raccolta di profili biografici si lascia apprezzare più intensamente se la si inserisce prospetticamente nel lavoro di ricerca e condivisione che Vacca conduce ormai da alcuni anni. I suoi saggi più recenti, infatti, ci permettono una ricostruzione non convenzionale del Novecento letterario, integrale, non amputata delle testimonianze più coraggiose e per questo più vivide e feconde. Le ricerche di Vacca non inseguono rassicuranti e pigre conferme, le sue letture contengono sempre delle pagine inedite e inattese. Insomma, non ci ripropone riscaldati pezzi del secolo scorso estratti dal congelatore alla bisogna. La lettura di questi bio-testi possiede essa stessa una stimolante carica di (ri) esplorazione.

Perché non devo potermi denudare i piedi/ in una casa in cui gli alfabeti ascendono/ dalle labbra alla parola e in cui spiriti di menta/ servono tè verde e germogliata ombra. Scopriamo così la storia di una poetessa maledetta, Eunice Odio, nata in Costa Rica nel 1919 e morta alcolizzata a Città del Messico nel 1974, capace di sollevare la sua voce di dissenso nella sinistra che osannava acriticamente Fidel Castro. Più viventi durante il viaggio/ molti orizzonti per ore e ore/ immersi in distanza/ attraverso le canne e i buchi/ l’acqua mutare in aria/ eseguire la caduta/ usare le labbra. La scoperta più stupefacente e insieme più dolorosa è quella del fascino sinistro delle parole di Nadia Campana. Come scrive l’autore, “la sua poesia, come la sua vita, è stata un salto nel vuoto, un esercizio di dolore che ha trovato lo schianto.” Il 10 giugno 1985 Nadia si suicida gettandosi dalla tangenziale  est di Milano. Ha solo trentuno anni. Felice, infine, è il ritrovare una voce ai margini, come oggi è la verità nella sabbiosa diceria quotidiana, come quella di Piera Oppezzo. Di fronte al fatto chiamare se stessi a formare/ il suolo per andar qui./ Luogo poco accostato scavalcato/ che la paura trascura./ Il troppo chiaro./ Improtetto./ Ci cambia in quello che si è. Si sente l’assenza del corpo-poetico di Alda Merini, ma l’autore se ne era già occupato in Sguardi dal Novecento e in altri saggi. Eppure non guasta una pausa di silenzio su una figura che in questi anni fin troppo è stata scompaginata, da meritarsi un po’ di dimenticanza in un spazio in cui si è voluta esaltare l’ombra alla luce accesa, il disvelamento alla nudità pronunciata.

Il libro di Vacca è un omaggio alla Memoria (Mnemosine) da cui le Muse sono sgorgate nel Mito, pur restando nei secoli nascoste e relegate al ruolo di animatrici della poiesis (prevalentemente) maschile. Nel loro riscatto, dunque, c’è la testimonianza di una liberazione che non è più solo di genere, bensì universale. “Dalla loro posizione marginalizzata”, scrive Luigi Beneduci nella prefazione, “si sprigiona uno sguardo obliquo sul dolore del mondo; dal confino esistenziale in cui sono state relegate ci si può emancipare mediante la determinazione della gentilezza e il coraggio della compassione, muovendosi in direzione di una verità scomoda ma non per questo eludibile.” Al lettore resta dell’autore la preziosa testimonianza di una profonda dedizione alla letteratura e di una rara generosità verso la parola poetica.

 

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