Il santo realismo


di Alberto Fraccacreta

Quale linea politica hanno osservato gli ultimi tre ponteficiGiovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco nel delicatomomento storico tra la caduta del muro di Berlino e il post-postmodernismo? È il tema dell’interessante saggio di Matteo Matzuzzi, Il santo realismo (prefazione di Dario Fabbri, Luiss University Press, pp. 162, € 16,00), centrato sul ruolo della Chiesa nel contatto con gli avvenimenti internazionali dal movimento diSolidarno?? all’emergere dei fondamentalismi, sino al rapporto con gli Stati Uniti e la Cina. Condotte diplomatiche apparentemente diverse che hanno richiesto una buona dose di pragmatismo iniettato di santa prudenza (e talvolta anche di santo ardore).

Karol Wojty?a, ad esempio, nell’angelus del 16 marzo 2003 intervenne a favore di una soluzione pacifica tesa a evitare loscoppio della guerra irachena, dichiarando con decisione: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda guerra mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile!». Sarebbe errato «classificare un Pontefice (e, di riflesso, un pontificato) – sottolinea Matzuzzi, caporedattore e vaticanista del “Foglio” – in una determinata categoria politico-ideologica», laddove l’azione di Giovanni Paolo II era in realtà quella di «un pacifista convinto, un mediatore», «autonomo nella sua lotta» oltre ogni schieramento.

L’attività di Benedetto XVI, sempre all’insegna del realismo, è altresì misurata sulla coraggiosa “diplomazia della verità”, capace di andare controcorrente con scelte anche impopolari. Matzuzzirievoca i giorni dell’elezione al soglio pontificio di Joseph Ratzinger: «Adesso, il professore di teologia tedesco si trovava davanti a un’impresa davvero complicata: lui, mite e riservato, riflessivo e parco nelle apparizioni pubbliche, doveva raccogliere l’eredità del più mediatico dei Papi, quel Giovanni Paolo II che aveva guidato la Chiesa per più di ventisei anni e al cui funerale la folla chiedeva la canonizzazione immediata al grido di “Santo subito”». Benedetto XVI si dimostrò non soltanto all’altezza del compito, ma addirittura denunciò a più riprese «il rischio di una “apostasia silenziosa” del Vecchio Continente»: infatti, «la prospettiva centrale del pontificato ratzingeriano è stata quella di promuovere una nuova evangelizzazione» dell’Europa, rilevando senza mezzi termini il pericolo di uno “scontro di civiltà”.

Prospettiva che cambia e si radicalizza con il tema della “periferia”, della Chiesa “in uscita” di Papa Francesco. Si ricordino i tratti essenziali di Evangelii gaudium: «La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada». La sfida politica ed evangelizzatrice di Bergoglio è di allargare il più possibile i confini spirituali della Chiesa, sino alla «fine del mondo», tenendo ben presente la “diplomazia della misericordia”. «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia», ha sottolineato in un’intervista alla Civiltà Cattolica dell’agosto 2013. Chiosa giustamente Matzuzzi: «Ma la periferia va intesa ancor prima in senso esistenziale: le solitudini, l’isolamento, la povertà, gli scartati e gli abbandonati». Linea che si riflette con esattezza negli itinerari europei tracciatida Bergoglio: «Guardiamo la mappa dei suoi viaggi in Europa: Lesbo, Armenia, Azerbaijan, Georgia, Romani, Bulgaria, Bosnia, le Repubbliche baltiche, l’Irlanda, la Bosnia, la Turchia, Lampedusa, l’Albania. Periferie, terre dove spesso il cattolicesimo è minoranza. […] Il Papa va là dove la ferita è aperta e sanguinolenta. Dove la piaga fa male». Insomma, il realismo politico della Chiesa è concreto e vaglia caso per caso, periodo per periodo, provando a mantenere alti i vessilli dell’annuncio della verità e della realizzazione del bene. D’altra parte, come ha osservato proprio Francesco, «la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune».

Un pensiero su “Il santo realismo

  1. Giovanni Nuscis

    “D’altra parte, come ha osservato proprio Francesco, «la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune».
    Grazie.

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