Continua a leggere. 3

Ogni tanto  arriva la notizia di un fedele deceduto nella mia ex parrocchia. Sempre più si allarga la cerchia delle persone trasferite in cielo, e questo ha conseguenze inevitabili. È come avere una seconda casa: una casa di vacanze, o di riposo. L’eterno riposo. A noi sembra triste lasciare questa terra, ma se sapessimo come stanno davvero quelli che si ritrovano di là, ci penseremmo due volte prima di compiangerli. Certo, se a molti tocca passare per il fuoco doloroso che chiamiamo purgatorio – all’inferno non ci voglio pensare, per i fedeli parrocchiani – la gioia sembra smorzarsi: ma le anime purganti coltivano la felicità segreta di entrare in paradiso, e se ci chiedono preghiere è perché questa felicità non sia troppo contrastata. Anche qui, è questione di tornare agli inizi, quando tutto era avvolto nell’amore, e non c’era da discutere su cose come “io, guerra, possesso”, o “piacere, paura, gratificazione”. Il piacere è ritornare a essere se stessi nell’unica condizione che lo permetta veramente: l’abbraccio del Padre. È bello pensare che arriverà il momento in cui ambizioni e desideri saranno un po’ di polvere con cui è impossibile parlare: resterà, invece, l’estasi, lo slancio, il sorriso dell’anima che comprende di non correre più rischi, di non poter sbagliare, di stimarsi, perché Qualcuno, infinitamente più potente, la stima oltre ogni attesa. Tocca anche a te, lettrice, tocca a te, lettore, fare i conti con la fine, che è un inizio: la verità rovescia qualsiasi prospettiva, la tomba sigillata è vuota, l’uomo che incontri ti annuncia che quello che cercavi non è qui, che la fine è diventato il fine, che la paura ha cambiato nome, un’altra volta, perché adesso si chiama speranza.

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