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L’aria d’ospedale ti entra nei polmoni, è un edema spirituale, un ricordo dei momenti più difficili, come quando pregavo in ginocchio perché stavi, come sempre, in bilico, e mi guardavano come fossi un marziano. Chissà da lassù come li vedi i nostri tempi tormentati, in quel Gemelli dove mi dicevi sempre di portarti, per non finire al Grassi. Erano i giorni del dimagrimento, in cui mangiavo in fretta e furia dopo una breve fila al bar più rumoroso del mondo, dove si parlava di calcoli e colesterolo, di glicemia e pressione, per cui avevi l’impressione di riempirti lo stomaco di medicinali. Metà della vita l’abbiamo passata tra iniezioni e test, con l’aria navigata di chi ne sa più degli altri, a forza di fare avanti e indietro per i corridoi giallastri, dove perdi il senso dell’inizio e della fine, della sinistra e della destra. Pensavo, a volte, che la mia esistenza fosse un grande ospedale, dove ogni tanto metti il naso fuori per respirare un poco. Ma vedendola da qui, quasi quindici anni dopo, mi sembra che la vita sia stata un’esperienza unica, folle e bellissima, con continui mutamenti di scena, come un film che rivivrei mille e mille volte, pur di stare con te. Ora che c’è silenzio, in questo corridoio giallastro, con due anziani che mi guardano come fossi un marziano, tutti i ricordi si accavallano, come l’ovatta e le siringhe accatastate sul tavolo della sala da pranzo, dove si svolgeva il rito quotidiano della prova della glicemia, con te che mi porgevi il dito rassegnato, e io ero pronto a inveire contro gli spaghetti e il pane, che ti proibivo di mangiare, sapendo che avresti trasgredito. Ricordo tua sorella che faceva lo stesso col marito, schiantatosi poi con l’auto sulla strada per Taormina, e mi chiedevo a cosa fosse valso rinunciare alla pasta alla norma e agli arancini – che poi neanche lui ci rinunciava tanto. Nell’ospedale della vita, i malati sono quelli che si curano di meno, forse per un sesto senso che gli fa intuire che il gioco non vale la candela. O forse perché, alla fine dei giochi, quello che ricordi è il grazie, il passaporto per il cielo, dove solo chi passa la vita a lamentarsi non può entrare.

 

Un pensiero su “Continua a leggere. 11

  1. S&R

    I ricordi si intrecciano, si confondono, e infine sbiadiscono, insieme al dolore. Resta l’amore e, guardando indietro, anche ciò che è sembrato terribile appare trasfigurato: denso di senso, parte della trama di un progetto che non può fallire.

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