Una scheggia di tristezza purissima. Remo Bassini intervista Simona Matraxia

Una violinista e la sua schiena. L’idea, che nasce durante un concerto, diventa parola. “La curva perfetta tra la scapola destra e la natica e? l’orlo del baratro. Una follia” è infatti la prima frase del giallo di Simona Matraxia, Una scheggia di tristezza purissima, uscito il 10 marzo per Golem Edizioni. Trentasei anni, scrittrice di racconti e di un libro segnalato dal Premio Calvino e poi autoprodotto, Simona Matraxia per qualche anno ha gestito una libreria e, al contempo, ha suonato il violoncello. E scritto, sempre. Vivere in mezzo ai libri, venderli. È nella tua libreria di Vercelli che ti ho conosciuta. Eri una libraia particolare. Avevi sempre un libro tra le mani, sorridevi, ma era raro vederti parlare con i clienti. Timidezza?

«Sì, un po’ sì, soprattutto allora, ma la sto curando. Poi dipendeva anche dai clienti, c’era qualcuno che riusciva a farmi chiacchierare due ore di fila. Ma da sempre mi sento più a mio agio con la parola scritta. Per questo i libri e io ci capiamo, stiamo bene insieme.»

Veniamo al libro, Una scheggia di tristezza purissima. Un giallo ma non solo… Perché il giallo a un certo punto finisce, si sa insomma chi è il colpevole, ma il libro continua.

«Il giallo, o meglio l’indagine, è una delle cose che succedono nel libro. C’è un’indagine (anzi, due) perché il protagonista è un ispettore di Scotland Yard, indagare è il suo lavoro (e ci si accanisce anche), ma c’è anche il resto della sua vita. C’è una Londra (caotica, distratta, alla vigilia del Natale del 1959) che lui, originario di una cittadina di provincia, sente ancora un po’ estranea; ci sono gli incontri sulle scale con la padrona di casa e con la signora Mills del piano di sopra; ci sono sere al pub in cui capita di voler stare da soli e altre in cui si cerca qualcuno; c’è un passato un po’ ingombrante, un po’ impegnativo da gestire. Questo non significa che la parte “gialla” sia marginale. È preponderante ma, credo, ben immersa nel resto. O forse sarebbe più corretto dire che è Thorne, il protagonista, a essere immerso nel suo lavoro. Tanto da rendersi conto, una volta risolto il caso, di non essere veramente arrivato a una soluzione. Gli resta ancora qualcosa da sistemare: cose che riguardano l’indagine e cose che riguardano la sua vita.»

Il tuo romanzo sfiora tanti temi. La morte. L’amore. L’arte. I ricordi. La dannazione e i tormenti. E poi c’è la neve, tutto intorno.

«Sì, è incredibile quante cose finiscano in un romanzo appena uno si distrae un attimo. Parto dalla neve. Nevica spesso nelle mie pagine: mi piace molto e, visto che ho il potere di decidere le condizioni meteo, ne approfitto tutte le volte che posso. Ma ci sono anche cose che sono arrivate nella storia in modo fortuito, o inconscio. In alcuni casi è stato il frutto di un incontro giusto al momento giusto: come per le poesie di Housman o per il quartetto di Brahms. In altri casi mi sono lasciata andare all’attrattiva, tutta tipica della scrittura, di poter maneggiare “roba grossa” (l’amore, la morte e i tormenti), in atmosfera relativamente protetta. Credo di non essere cosciente di tutto quello che ho messo nel libro, né del perché l’ho fatto. Potrebbe esserci dentro di tutto, desideri da realizzare, paure da esorcizzare, cose mai dette che cercano di venire a galla… La finzione lo permette.»

Il titolo non mi convince un granché. Quasi quasi preferisco il sottotitolo, Un pessimo dicembre per l’ispettore Thorne. Chi è il “colpevole”? Chi ha scelto il titolo, tu o l’editore?

«Principalmente è colpa mia. Ma è stata una scelta parecchio tormentata. Non avevo nulla in mente: il file su cui ho lavorato per tutto il tempo della stesura aveva il titolo del primo capitolo Huic ergo parce, Deus (Abbi pietà di lui, Signore) che è una citazione dal Lacrimosa della Messa da Requiem. Quando sono arrivata alla fine, però, ho sentito di dover trovare un titolo “vero”, una questione di principio: scrivere un libro e non riuscire a dargli un titolo è un lavoro fatto a metà. È venuto fuori A worse December, che è un verso di I’ve got my love to keep me warm, una canzone degli anni Cinquanta che a un certo punto, nel libro, il protagonista canticchia (una citazione della citazione, in pratica). Quando poi si è arrivati al momento della pubblicazione, serviva un titolo in italiano. La difficoltà principale è stata quella di capire se il titolo dovesse riferirsi alla vicenda del giallo o alla vicenda del protagonista, così ho pensato a qualcosa che potesse calzare per l’una e per l’altra e ho trovato questa scheggia di tristezza purissima che, cosa lo dico a fare, è una citazione dall’ultimo capitolo. (Prima di rispondere a questa domanda, comunque, non avevo idea di avere questo amore così viscerale per le citazioni).»

La tua scrittura, invece, a me ha sorpreso. Sembra che tu, oltre a raccontare, dipinga. C’è una attenzione quasi esasperata nel descrivere anche i più piccoli dettagli. Non solo: dettagli che hanno spesso un connotato fortemente lirico ed evocativo. Bello ma pericoloso. Può andare a scapito del ritmo.

«Mi vengono in mente due cose parlando di dettaglio e di ritmo. Uno è un piccolo quadro che c’è in un museo qui in città, dal soggetto prevedibilissimo: un mare con la schiuma sulla battigia. Tra tutte le cose infinitamente più interessanti che ci sono lì, è l’opera davanti alla quale ho passato più tempo e credo di avere bisogno di passarne ancora, solo per quella scia di schiuma quasi in rilevo. Mi ci perdo tutte le volte in quel dettaglio: fa tutta la differenza. L’altra è un brano: la Ballade d’Ukraine dai Glanes de Woronince di Listz. È lenta, lentissima. All’inizio, in particolare, mi dà l’impressione che la musica riesca a frenare lo scorrere del tempo, la suggestione è straordinaria. In realtà non ho mai pensato al ritmo sostenuto come un valore assoluto, ma come uno degli ingredienti che lo scrittore dosa a seconda del risultato che vuole ottenere. Per quanto riguarda il dettaglio, invece, non lo cerco a tutti i costi, ma se ce l’ho in testa lo condivido con il lettore. A volte sono un po’ troppo generosa, forse, ma confido nel fatto che la storia sappia prendere il suo passo, trovare la sua profondità e restituire qualcosa, spero, di bello. Ma c’è anche qualcosa che riguarda in modo più diffuso il modo in cui penso alla scrittura: spesso nella vita vera guardiamo di sfuggita, mangiamo di fretta, ascoltiamo a metà, e nel frattempo quasi sempre stiamo facendo qualcos’altro. Mi piace pensare che scrivere possa servire a recuperare il contatto con le sensazioni, a non far sfuggire le cose.»

Il tuo primo libro è ambientato nel 1782. Questo nella Londra del 1959. Meglio scrivere del passato?

«Forse è un mio limite. Riesco a scrivere solo di cose distanti, nel tempo e nello spazio. Forse perché penso alla scrittura un po’ come a un viaggio (o a una fuga?), forse perché mi piace scoprire posti e tempi altri. Da una parte questo a volte complica un po’ le cose, dall’altra il lavoro di ricerca mi affascina tantissimo, soprattutto se si tratta mi “minuteria storica”, di recuperare frammenti di quotidianità.»

Suonare il violoncello pensi ti abbia aiutata a scrivere? Oppure, domanda un po’ più seria: perché scrivi?

«Sono convinta che tutto quello che mi avvicina alla capacità di sentire, di osservare, e tutto quello che mi restituisce qualcosa da elaborare sia utile per scrivere. Capita suonando (anche suonando, neanche troppo bene, da dilettante come me), capita ascoltando, capita guardando una foto o un’opera d’arte o un paesaggio o recuperando un ricordo… Quando tutto questo innesca qualcosa dentro, scrivere diventa una necessità. Ricordo quando stavo finendo di scrivere Anonimo, il precedente romanzo. Mi sono trovata a passare un periodo con ritmi piuttosto stretti: ritagliavo ogni momento utile per scrivere, la notte, ma anche qualunque altra mezz’ora buca e, se ero fuori, avevo il portatile con me. Una collega proprio in quei giorni mi chiese “Ma come fai a scrivere un libro?” e pensai che il mio problema era diametralmente opposto. Come faccio a non scriverlo?»

Torniamo al libro. Il protagonista, l’ispettore Thorne, fuma pipa e sigarette, beve ed è un personaggio tormentato. È un po’ dannato, ma è anche un personaggio che si fa voler bene. C’è qualcosa di te, in lui?

«Premetto che incontriamo Thorne proprio nel mezzo di quello che per lui è un momentaccio, il suo pessimo dicembre. Con il fumo ha ricominciato da poco, come bevitore è un principiante, ha appena cambiato città, cambiato vita… Alcuni eccessi per molto tempo non sono stati la sua normalità. In ogni caso certamente qualcosa di me è finito in lui. Ad esempio condividiamo una certa tendenza a buttarci a capofitto in qualcosa, a sviluppare delle piccole ossessioni. In questo libro gli succede con l’indagine; quando stava a Bedford, invece, gli capitava di accanirsi a rimettere in sesto una Morris Bullnose dell’anteguerra che spesso e volentieri lo lasciava a piedi… Poi però ci sono anche aspetti che ci rendono molto diversi. Diciamo che non ho cercato intenzionalmente nessi, né mi sono imposta di prendere le distanze, né con lui né con altri (sono sicura che diversi personaggi abbiamo qualche frammento di me).»

Hai partecipato a due concorsi con due racconti. Prima in un concorso, seconda nell’altro. In precedenza la segnalazione al Calvino. Poi mandi un manoscritto a Golem e Golem ti pubblica. Ci sono bravi autori che attendono anni prima di vedersi pubblicati, alcuni, anche famosi, addirittura non sono stati pubblicati. Simona, così giovane e così… fortunata?

«Sì, di sicuro la fortuna serve. Serve anche fare tentavi, credo. A un corso chiesero a Marco Vichi come fare a pubblicare, lui rispose “O pagate un agente, o dovete conoscere un editor”. Un po’ desolante. Per me erano due strade impraticabili. E poi avevo sempre scritto per me, non conoscevo nessuno e nessuno mi conosceva. Così ho partecipato ai concorsi. Al Calvino solo perché mi interessava ricevere la scheda di valutazione, non mi aspettavo una segnalazione. Poi ne ho tentati altri, sono state bellissime esperienze. Alla fine non è stato grazie ai concorsi, se ho pubblicato, forse sarebbe successo, forse no, ad alcuni è capitato… Io invece ho avuto la fortuna di avere un contatto in Golem, dove il libro è piaciuto. Ma l’importante credo sia solo non stare fermi ad aspettare.»

Sincera. Uno scrittore sogna fama e successo. Tu?

«Dieci anni fa ti avrei risposto sì, abbastanza successo da vivere di scrittura. Adesso la cosa che voglio di più è continuare a trovare storie da raccontare: il momento della scrittura in sé è la parte più bella di tutte, quella a cui non rinuncerei mai. Poi pubblicare e farsi leggere è meraviglioso, ed è anche importante per un autore, completa il senso del libro. Dopodiché arrivare alla fama e al successo, nel mondo delle idee, resta una cosa bellissima… ma bisogna anche saperli reggere: sono una responsabilità e io, anche se mi sto curando, sono ancora una mezza timida.»

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