
Quali motivazioni ti hanno indotto a candidarti?
Un forte senso del dovere. Come una sorta di missione civile. La politica come disse Calamandrei in un celebre discorso agli studenti “non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria”. Villanova D’Asti è un piccolo comune di 5500 abitanti, da qualche anno collaboro con la ProLoco del paese, e ho deciso di dare un contributo ancor più concreto a favore della terra dei miei avi. La lista per cui sono candidato sindaco si chiama “Rilanciamo Villanova D’Asti”. Villanova è uno dei centri più importanti dell’astigiano, un paese trainato da attività industriali e agricole ma senza una politica che aumenti i servizi e gli eventi, senza un rinnovato senso di appartenenza, rischia di perdersi fra le periferie del mondo.
Che ci fa un poeta in politica?
Io credo che non ci si debba stupire se un poeta si occupa della cosa pubblica. Infondo poetare significa fare, produrre, e farlo per gli altri usando ciò che più ci unisce e definisce come comunità: la nostra lingua. Non ci si stupisce per un commerciante o un professionista in politica, non dovrebbe essere una stranezza neanche la presenza di un poeta o uno scrittore. Poi volevo risponderti anche un’altra cosa: in politica un poeta inevitabilmente soffre. E mi è capitato subito vedendo come si muove certa “vecchia politica”.
C’è spazio nella politica d’oggi per un impegno “intellettuale”?
Lo spazio per un impegno intellettuale bisogna guadagnarselo. Credo che un conto sia fare politica a livello locale, parlando con la gente, un conto sedere in parlamento. Credo che i piccoli centri conservino ancora un margine di purezza, le persone ti vedono se lavori o no, se hai un progetto serio o meno, puoi instaurare dei legami, trasmettere dei saperi, introdurre novità. Un laboratorio di cittadinanza e cultura.
Trovi un legame tra poesia e politica?
Come già ho accennato il legame è più stretto di quello che possiamo pensare. Dante e la Divina Commedia ne sono la testimonianza più evidente.
Quali sono i tuoi riferimenti in politica?
Un tempo esistevano i grandi partiti, io ho vivo la delusione di molti italiani che faticano a trovare riferimenti. Credo che si debba ripartire da un nuovo umanesimo e dell’attenzione verso il cittadino, la sua vita reale, la sua partecipazione alla democrazia vera (e non ad un’oligarchia dei partiti), ad una crescita economica consapevole e sostenibile, un benessere che si estenda al tessuto sociale e ambientale e diventi immateriale, spirituale se vogliamo.
Gli schieramenti della politica italiana spesso si equivalgono fino a fondersi per non concludere nulla di significativo. La politica italiana, anche quella locale, è specializzata nel mantenimento del potere e dello status quo. Potentati e signorotti reclamano sempre i loro feudi, senza idee ovviamente e senza aperture delle loro fortificazioni.
Se parliamo poi di temi della politica mi sono occupato non soltanto di cultura ma di lavoro come rappresentante dei lavoratori. Mi spaventano due aspetti: il venir meno dei diritti di chi lavora con salari che hanno un potere d’acquisto sempre più ridotto e viaggiano verso la povertà; ma anche il venir meno di un sistema che favorisca il lavoro con milioni di persone che non lavorano e non studiano. Senza politiche serie a riguardo – lavorare magari un po’ meno ma lavorare tutti diceva qualcuno – non può esserci futuro.
E nella poesia, o in generale nel mondo culturale?
Grande delusione anche per un mondo poetico e culturale autoreferenziale. I poeti spesso si incontrano soltanto per celebrare loro stessi, dobbiamo invece portare la poesia ai non addetti ai lavori, condividerla in modo più autentico. Molti poeti o letterati manifestano più che una vocazione un posizionamento sociale e un atteggiamento egotico. Invece la poesia e la letteratura sono armonia, dono, ricerca, conoscenza, scoperta, sogno, desiderio, fratellanza.
Conosci altre esperienze di poeti impegnati in politica?
Ci pensavo in questi giorni. Mi affascinano alcune esperienze, anche molto diverse. Gabriele D’Annunzio che scrive con il sindacalista Alceste De Ambris la Carta del Carnaro, un testo molto evoluto che lascia uno spazio centrale addirittura per la musica, così viva anche dalle mie parti. Il poeta Aimé Cesaire, il poeta della “négritude”, sindaco di Fort de France in Martinica che fa un ritorno poetico e politico al paese natale, lo stesso, in modi diversi, che sto facendo io.
Considero Rocco Scotellaro un modello in tal senso. La sua, però, fu un’esperienza drammatica. Pensi che possa esistere un altro finale della storia?
Rocco Scotellaro ha fatto quello che ha fatto Carlo Levi (in mostra proprio in questi giorni alla GAM di Torino dove lavoro), ha indagato e affrontato l’Italia interna, la nostra, quella che vedo spesso a Villanova. Il poeta-sindaco Rocco Scotellaro voleva riscattare il suo paese, di mezzo c’era pure un ospedale, ma è stato bloccato. Ne è però uscito vincitore come figura esemplare e coraggiosa.
