Teoricamente non è cambiato nulla: al posto di Van Gogh, di Taormina e della Piazza dei Miracoli c’è un grande volto di Cristo, di fronte al quale mi fermo in qualche pausa del giorno, occhi negli occhi, come per trovarvi le risposte ai vuoti che si aprono quando meno te l’aspetti, e che un tempo colmavo con don Mario, col suo sguardo sornione, la parola buttata lì, quasi per caso, e che invece toccava proprio il punto, come se lui solo conoscesse i labirinti, i vicoli ciechi del mio cuore. Era bello vedere che dentro tutto si sistemava all’improvviso, come accade nei tratti bloccati della strada, che non sai se c’è stato un incidente, un ingorgo imprevisto, o la pioggia, a Roma, che ridisegna il traffico, e poi, per incanto, si riparte, che ti chiedi ma dov’era il nodo; come adesso, che don Mario mi guarda e mi ricorda quando alzava la mano e la scuoteva per dire lascia perdere, ma che vuoi che sia, o mi sembra soltanto che lo dica, mentre è Gesù che mi fissa e m’inchioda nel punto in cui il tempo s’incontra con l’eterno, il famoso incrocio in cui tutto si chiarisce, in cui il futuro si aggrappa al presente e gli dà un senso. Forse è solo questo che voglio dire nel libro, mentre l’ennesima domenica scivola tra messe e confessioni, nel prefabbricato delle benedizioni-teatro-d’ogni-stranezza di un’umanità disorientata, che cerca il prete per discernere il confine tra religiosità e superstizione, e al fedele che, come sempre, ti dice d’essere appena uscito dal concessionario, vorresti rispondere che anche tu sei appena uscito dall’ultimo residuo di pazienza; ma no, lasciamo stare, meglio aspettare le diciotto e chiudere il lucchetto delle angosce altrui, delle false speranze che un Dio compassionevole trasforma in una qualche fede, col proposito di fare di meglio. Mi sono sempre chiesto se fra il prete e il Padreterno ci sia una specie di accordo su chi chiuda più occhi di fronte al franare di ogni logica; se alla fine il sacerdote non sia che l’estrema propaggine di un Dio che ne ha abbastanza, ma insiste a credere in questa cosa incomprensibile che si chiama uomo.


Interessante quest’ultimo scritto…
Meraviglioso scritto, fa riflettere e piangere evidenziando le varie fragilità umane…ma DIO continua a credere, comunque, a un possibile riscatto dell’uomo.Quanta verità e sapiente consapevolezza nell’autore a cui rivolgo un immenso grazie.Le sue parole arrivano nel profondo, lasciamo orme di carità e comprensione per tutti, sacerdoti compresi.L’uomo è piegato e talvolta piagato dalla fatica di vivere ma…c’è DIO misercordia sempre all’erta pronto per noi..
Grazie Iole.