Intervista a Roberto Deidier

Intervista a Roberto Deidier

 

Domanda a bruciapelo. Se tu dovessi presentare la tua poesia a chi non ti conosce, quali tratti metteresti in evidenza?

Cominciamo con la domanda più difficile. Forse la prima cosa che direi sarebbe che scrivo i versi con le maiuscole. Lo spiegherei dicendo che non mi piace improvvisare. Un poeta autentico, per me, non è soltanto un artista, è anche un artigiano della parola, del ritmo. Lo fanno anche gli inglesi. Un verso esatto non ha bisogno di essere urlato, dunque la mia poesia non ha bisogno di gridare. E questo è l’altro tratto importante, che riguarda non solo il lavoro sulla parola, ma l’identità stessa della poesia. Plutarco, nei Dialoghi delfici, ci dice che l’oracolo perse di autorità quando i sacerdoti non seppero più confezionare esametri esatti. Non fatico a credergli.

 

Oltre alla poesia, ci sono tre importanti dimensioni nella tua vita: traduzione, saggistica, insegnamento della letteratura. Come si esprime il tuo amore per la parola in ciascuna di esse?

La traduzione è una forma di amore e di allenamento. Capita di passare lunghi periodi senza scrivere, allora mi rimetto a tradurre. La lingua, una volta conquistata, non va trascurata e questo è un ottimo modo per continuare a plasmarla. La saggistica è l’antagonismo con il testo; per me si tratta soprattutto di ermeneutica o di filologia, quindi l’amore per la parola passa anche attraverso il restauro del testo, la sua verità storica, il sottrarlo a mistificazioni e interventi esterni. L’interpretazione è sempre una sfida, ma è il fine ultimo di ogni lettura, il passaggio dal sentire al comprendere, il nutrirsi di un’ulteriore consapevolezza. Quanto all’insegnamento, credo nella letteratura come strumento formativo dell’identità, della coscienza, del rapporto sociale. È un momento essenziale del mio lavoro letterario, quello in cui non si può mentire: si devono trasmettere i propri strumenti di lettura a dei giovani che a loro volta dovranno affinarli e ritrasmetterli. Ci si sente parte di una staffetta meravigliosa.

 

Puoi menzionare due o tre autori/autrici del passato che ti hanno maggiormente “nutrito”, e il motivo per cui lo hanno fatto? 

Ho sempre pensato a una visione etica del fare letterario, e questo spiega anche il mio restare estraneo rispetto a certi movimenti. Aggiungi che ho un carattere piuttosto schivo, come doveva averlo Calvino, il primo autore con cui mi sono più ampiamente confrontato. Gli devo molto, pur non somigliandogli in quello che scrivo. C’era in lui una tensione fortissima, un costante riflettere sulla letteratura per apprendere, maturare visioni sempre più ampie e intriganti anche in rapporto alla società del suo tempo. Una letteratura fine a sé stessa diventa un esercizio sterile, per questo non amo gli scrittori eccessivamente raffinati o baroccheggianti. Posso affrontarli da studioso, ma come lettore e autore preferisco quelli che mirano all’essenziale. Quindi amo in particolare inglesi e americani: l’immenso Auden, altro poeta che per me è un vero feticcio, maestro assoluto di lingua, creazione di immagini, versificazione impeccabile. E Larkin, di cui condivido le malinconie. Un altro autore con cui mi piace misurarmi è Wilcock, soprattutto il Wilcock poeta; anche qui una lingua di estrema duttilità. I poeti che ho amato di più sul versante italiano, invece, sono stati Sbarbaro e Margherita Guidacci, ma non saprei dire se hanno lasciato qualche traccia. In realtà tendiamo ad amare più il diverso che il simile. Quando si trattò di pensare a un possibile esordio, per avere un giudizio mi rivolsi ad Amelia Rosselli. La scelsi proprio perché lontana da me, severa, quindi attendibile. Ma questa storia l’ho raccontata fin troppo.

 

Come definiresti il termine “modernità” applicato a un classico?

La modernità non è una categoria storica, o non è soltanto questa. È un pensiero sempre in movimento, e assai relativo, dunque moderno può apparirmi anche un antico. Lo è Lucrezio, per esempio. Lo sono Orazio e Catullo. Affermarlo è assolutamente normale per me. Del resto, anche la mia idea di modernità culturale otto-novecentesca guarda verso l’antico, com’è stato per Leopardi, per Keats e per molti altri.

 

A tuo parere, cosa significa “sensibilizzazione alla poesia”? Esistono canali o ambiti privilegiati per questo?

Vado sul pratico. Per me significherebbe – uso non a caso il condizionale – riformare i programmi della scuola e arruolare insegnanti che abbiano contezza non solo del passato ma anche del presente. Insegnanti che non hanno mai smesso di leggere e di aggiornarsi, per intenderci. Mi è accaduto di imbattermi in alcuni docenti totalmente sprovvisti di contezza del presente letterario, figurarsi di quello poetico. Sono in molti, dopo l’università, presa l’abilitazione, a non leggere più. Questo è il più grande tradimento che si possa fare verso sé stessi, anzitutto. Non si può, non si deve insegnare ciò che non si coltiva. Molti non sanno neppure leggere un verso, privano gli studenti di ogni ritmo, di ogni musicalità. Fanno le parafrasi per spiegare i testi, ma questo accade anche nelle aule universitarie. Non c’è nulla di più diseducativo, per insegnare la poesia, della parafrasi, del ricorrere a parole diverse da quelle – insostituibili – scelte da un poeta. Mi sembra più felice il lavoro dei maestri elementari, allora, solo che con il passaggio successivo tutto quello che si è conquistato si perde. Eppure la scuola dovrebbe essere il canale migliore: educare alla poesia significa educare alla lingua nel senso più alto. Ecco, parlerei di educazione al posto di sensibilizzazione, termine che alluderebbe piuttosto a un lavoro da compiersi su una base già presente. Purtroppo la scuola non cresce nuovi lettori, allontana gli studenti dall’amore per la poesia. Eppure, quando mi è accaduto di tenere dei laboratori (la formazione permanente degli adulti), mi sono trovato benissimo, ho potuto lavorare tanto e in modo produttivo: ancora oggi qualcuno mi scrive chiedendomi titoli da comprare.

 

Accanto alla cura della parola, quali sono gli interessi che ti piace coltivare?

La musica, sono un ascoltatore onnivoro, un cosiddetto audiofilo. Ascolto di tutto, dalla canzonetta pop alla musica più di ricerca e impegnata, alla classica, operistica e da camera. Adoro i concerti dal vivo e spero di potervi tornare presto, dopo questa lunga pausa che tutti abbiamo subìto. Poi, forse ti stupirà, mi piace lavorare il legno, come restaurare vecchi mobili.

 

Roma e Palermo sono due città importanti per te. Qual è il tuo rapporto con loro (a livello personale e culturale) e come si è trasformato nel tempo?

Roma è una madre bellissima e lontana, per me. Un amore non sempre ricambiato: dalla mia città ho avuto ben poco, a pensarci. Infatti lavoro in un’altra e qualche volta l’ho definita la città perduta. Sia come docente che come poeta sono stato poco presente, ma non sempre per mia scelta. Palermo è una città dove la poesia sta tornando ad affacciarsi in questi anni, dopo un lungo periodo di latitanza. È piuttosto una città di narratori. E pensare che la poesia italiana è nata lì… Ho scritto poesie, su queste due capitali così diverse tra loro. Ho parlato di Roma come città dell’abbandono, di Palermo come città dell’esilio e dell’accoglienza. Qui ho scelto di vivere per quasi vent’anni, preso da un’improvvisa fascinazione mediterranea, poi ho deciso di tornare nella mia città. L’incanto siciliano si era esaurito. Mi sono accorto che, per quanto madre poco benevola, Roma era però generosa della sua bellezza, di cui non potevo più fare a meno. E degli amici, dei contatti, degli incontri, delle occasioni culturali. Ho ripreso molto a frequentare le mostre, a riempirmi gli occhi di pittura. Oggi Palermo è una città vuota, senza più vita che non sia l’insulsa movida dei pub e dei ristorantini improvvisati: il suo centro storico, splendido, è di una tristezza desolante. I cinema chiudono, i negozi sono serrati, quelli storici sono sostituiti dalle paninerie. Non si trovano più librerie indipendenti e neppure le antiche cartolerie, dove respiravi l’odore tipico dei vecchi empori coi banconi di legno. Chi ha permesso tutto questo? C’è un senso di sconfitta, intendo proprio sul piano culturale. È una città senza cittadini, forse lo è sempre stata: una città che non è amata. Nessuno si è preso la briga di insegnare ai palermitani la bellezza straordinaria dei loro monumenti, e a costruirci sopra un’identità più forte, più radicata e consapevole delle sue infinite possibilità, espressive ed economiche.

 

***

 

Cinque poesie:

 

 

Evento e misericordia

 

L’agave sovrasta il tornante,

Tocca i davanzali bassi.

Oscurità improvvisa

Di nuvole, autocarri

In marcia lenta lungo la statale.

 

Scende il gabbiano. L’auto frena.

Resta a terra quel rostro puntato

In direzione del mare. Fermi

I bambini ne studiano la posa,

Ciascuno la sua remigante in mano.

 

*

 

Partire

 

C’è una sera che avanza

Tra i campi, una sera mai vista prima,

Che non accende luci.

 

Di seta sembra a distanza, ma

Come s’accosta alle ginocchia e al petto

Non porta conforto.

 

Dov’è più l’albero che stringeva

La terra al cielo? Cosa c’è sotto le mie mani,

Che non riesco a sentire?

 

Cosa fa pesanti le mie mani?

 

(Larkin)

 

*

 

Una notte informale

 

Pensavo di non avere più memoria,

Come un peso invisibile sul collo.

Apparsi da uno sfondo senza tempo

Mio padre e mia madre sono chiusi

In una vettura rossa.

Dietro gli anabbaglianti

Riconosco a malapena i loro sguardi,

Sul parabrezza

Si riflette la luce dei lampioni.

Ma non possono essere altri:

Le labbra mimano la disperazione

A lungo custodita al posto loro.

Le mie vene sono le strade percorse

Da quell’auto.

Li ho sentiti sbandare nel mio corpo

Quante volte, come un’agonia.

 

Mi svegliavo con il pudore d’un bambino

Che ha appena scritto la sua prima poesia.

 

*

 

L’arte della previsione

 

Verso sera, i gomiti sulla ringhiera,

Si va incontro a un’improvvisa limpidezza,

La polvere del giorno decanta

Minuscoli grani di pensiero,

Sembra più alto il cielo. L’ippocastano

Piega i rami sulla corona di ortensie

E le sue voci si fanno profonde

Come un fuoco di cori segreti.

 

I gomiti sulla ringhiera ancora calda

E il cielo sempre più alto.

 

*

 

Schopenhauer

 

Oggi mi fa male il polso. Di nuovo.

È che l’occhio si stende nella mano

E la mano traccia il mondo

Ogni volta che apro gli occhi al risveglio.

 

C’è un giardino, sul retro: la mia fiaba.

E allora non importa se in cucina

Si è spento il fuoco, se l’inverno

Va assalendo i giorni di sorpresa.

 

Stamane è passato il lattaio

E non gli ho aperto. La stiratrice

Neppure si è fermata. Ora che annotta

Mi racconto quest’alba nel silenzio.

 

***

 

Roberto Deidier (Roma 1965) è poeta, saggista, traduttore, insegnante di letteratura. Dopo una breve collaborazione con le università di Roma Tre, di Cassino e con l’Enciclopedia Italiana, nel 1999 passa all’università di Palermo. Il suo esordio poetico risale al 1989, sulla rivista Tempo presente, fondata da Ignazio Silone. Nel 1995 viene pubblicata la sua prima raccolta di versi, “Il passo del giorno”, con le edizioni Sestante. Tra i suoi libri di poesia, ricordiamo: “Una stagione continua. Poesie 1986-1996” (PeQuod, Ancona 2002); “Gabbie per nuvole” (Empirìa, Roma 2011); “Solstizio” (Mondadori, Milano 2014); “Dietro la sera” (Il Bulino, Roma 2017); “All’altro capo” (Mondadori, Milano 2021).

 

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