
Sono ancora qui, sul linoleum che sembra una pista di decollo, perché forse bisogna volare tra una notizia e l’altra, in genere cattive, come se in questi territori potessero arrivare solo messaggi di malattia o di morte, perché su questo linoleum la speranza è una straniera senza permesso di soggiorno, una profuga malvista, come i nomadi fuori della chiesa, che soltanto noi ci parlavamo, perché don Mario parlava con tutti, ecco perché la speranza era di casa, faceva da padrona, era bello vederla girare in lungo e in largo, vestita a festa come una sposa. Forse la soluzione è in questa sovrapposizione di sentimenti e convinzioni, forse il linoleum diventa una pista di decollo se ci vedo don Mario che parla con la sua voce calma, che mi dice non ti preoccupare, continua solo a credere, perché tutto quello che accade è guidato da lassù, niente sfugge allo sguardo del Padre, e allora medici e infermieri, pazienti e persone di servizio, diventano angeli che imparano a volare, e questo non è più un ospedale ma un angolo di paradiso dove non c’è più nulla che non abbia un senso, anzi proprio il male fisico e morale è un’argilla che il Cristo lavora, Lui, il Vasaio, che conosce così bene la Sua creta. Solo da questa parte la storia si decifra, è un quaderno che si riempie di eventi e riflessioni, come quelli che don Mario mi chiedeva di scrivere da giovane, finché una sera era arrivata questa frase: voglio dare tutto ciò che ho ricevuto, e lui aveva subito capito, in un momento. Aveva capito, in un momento, tutto quello che c’era da capire.

Lo sguardo dell’amore coglie la bellezza nascosta e la realtà , come sul Tabor, svela la sacralità di cui è intessuta.
Intreccio di sfumature variopinte…