
Isabella Bignozzi è odontoiatra, autore di articoli medico-scientifici di rilevanza internazionale. Ha pubblicato racconti, prose e contributi critici su varie riviste letterarie. Alcune sue liriche sono apparse su «Inverso – Giornale di poesia», «Poesia del nostro tempo», «Versante ripido», «Atelier poesia», «rivista ClanDestino», «larosainpiu», «La foce e la sorgente», «Formicaleone». La sua prima silloge Le stelle sopra Rabbah, è uscita per Transeuropa nel maggio 2021, con una postfazione di Elio Grasso. Una sua prosa inedita è stata finalista alla 35^ edizione del Premio Lorenzo Montano. Con il romanzo storico a memoriale Il segreto di Ippocrate, edito da La Lepre edizioni, è stata finalista al premio Como 2020. La sua seconda silloge, Memorie fluviali, è nella collana Gli insetti di MC edizioni, curata da Pasquale di Palmo.
Disabitati sguardi
Cercare la pupilla
nell’insetto operoso scarabeo
se vi sia lume di bocca o sguardo
(o sia opaco come sasso)
in quell’ostinato incedere
– scalare la pietraia, discendere il greto
agli occhi d’umano
(con un ronzio – ape s’affaccenda tra le corolle)
chiedere risposta:
– chi siamo, come stiamo
trovare attuatori (bracci robotizzati)
mobili su più assi cartesiani
operativi
nel movimento di produzione
lo sguardo vacuo
l’incoercibile assenza.
*
Satelliti
È già nelle crepe d’asfalto l’estate
friabile scivola nell’ombra dei rami
la osservo da fuori gli occhi
morente di polveri
di mulattiere
c’è un fiorire di glicine, gatti che dormono al sole
ma bisogna arrotare il canto ora
a nuove discipline
abbiamo ferri di ruggine
e impugnature di latta
nelle fosse crolla la sabbia
prima che siano serrate le casse
è opaca ogni traiettoria
la fronte in perenne mancata ricezione
odoriamo rose ghiacciate
tra le dita si spezzano come
ostie i petali
l’oligarca delle merci ci osserva sottovetro
saremo spiati alle tempie
inchiodati alle mani
ma non sarà la fame a stanarci
l’ossessione dell’io
raggruma il numero atomico nella grotta
la massa di sillabe freme il cognome
è un frullare sui rami
questo schiamazzo d’uccelli
ma ognuno con dita di ragno tocca il buio attorno
respinge disconosce il battito del fratello
l’orbita dilata oltre l’ultima gravitazione
soltanto, nel moto centripeto, ci è dato disperdere
l’iride, gettare le mani nel taglio
nel vuoto che aspira e scompone volteggiare
perduti, satelliti allo sbando
nel buio remoto traforato di bocche
lucenti come spine.
*
Dissezioni
la continua vivisezione
gli uni sugli altri chini
chini sui corpi sul cuore
la compartimentazione
nelle sue pertinenze elettriche
analizzare sfacelo dettare
annotare dell’aperto miocardio
segnare il tracciato appuntito
nodo del seno atriale
valvola mitrale corde tendinee
indifesa carne sul tavolo
settorio tavolo-acciaio, indifeso torace
disarmata gabbia con le dita apriamo
di coste il dono caldo
sulle mani la carne rossa
la tenerezza che era un equivoco
la tenerezza cara sul tavolo
errato il calcolo aperta la cassa
dal bisogno il cuore diamo accordiamo
ora l’acciaio settorio sul tavolo
la lama la pinza e l’ago ricurvo
sul freddo imbrattato tavolo
la grossa nera sutura montata
su pinza l’ago pronto ricurvo
ferita lacerti ventricoli aperti
la compartimentazione
bianco pulsare dei corpi la carne
dissanguato livido grumo sul tavolo
le camere ancora percorse da impulso
aperte ridenti ancora percorse
la competenza elettrica la pertinenza
oscena la cassa,
aperte le camere
le coste divelte porgiamo
apriamo porgiamo offriamo
non governato l’impulso l’equivoco
l’amore il naufragio il tenero equivoco
insistere riparare pulsare
dal bisogno apriamo e porgiamo
riprovare dissanguare
dal dolore ripetere
dal bisogno ancora
riprovare.
La poesia della della Bignozzi tenta di evocare le radici di un’umanità condivisa, che si elevi al di sopra della spina – per citare Celan – rappresentata dalla realtà alienante e asfittica che, nella società attuale, ci circonda. Questi versi hanno una forza sorgente. La sorgente come elemento individuale, come nostalgia dell’infanzia e della cura; ma anche la sorgente come elemento comune a tutti gli umani, come immaginaria alba della vita, come radice di esistenza animale.
Questi versi contengono una delicatezza oggettiva che si connette con la poesia delle più acute poetesse americane di fine ‘900. Talvolta l’elemento naturale assume lo spessore culturale e l’eco allusivo dei concetti, altre volte sono le forme ideali che si sciolgono in elementi ambientali dell’esistenza umana. La poesia oscilla tra pensiero e vissuto, rappresentazione e necessità dentro una rimarchevole armonia lirica.
