Adriana Libretti nasce a Milano, città in cui vive e lavora. Laureata in filosofia, studia mimo e teatro con il Metodo Lecoq. Affianca l’attività di attrice, doppiatrice e dialoghista a quella di scrittrice. Nel 2002 consegue il Master in drammaturgia presso la Scuola Nazionale di Drammaturgia Teatro di Gioia, diretta da Dacia Maraini. Oltre a essere presente in varie antologiche (Nuova Prosa n.19, Greco e Greco Editore; Crimine, Millelire, Stampa Alternativa; Nel vuoto arioso del mondo, Ellin Selae, Antologia della poesia erotica contemporanea, ATì Editore, 2006) ha pubblicato Incontri di stagione. Miniature, Zephyro Edizioni, 2004; Lettere a un cretino, ATì Editore, 2005; Un dolore senza fissa dimora, ATì Editore, 2008; LINFE. Romanzo vegetale, Vydia Editore, 2012. Per Le Mezzelane Casa Editrice ha pubblicato nel 2018 Parole Presenti e la silloge poetica Per quattro regni (almeno); nel 2020 il testo teatrale Scambi. Di recente pubblicazione è la raccolta poetica La conchiglia del tempo (marzo 2022).
-2019 Tempo di mezzo-
(settembre)
Eppure
il teatro mi chiama là
nelle azioni
del camminare, sollevare la valigia, tirare
lavare.
La suola striscia
sull’asfalto, nella misura small dell’anziano
che sollevando il piede crede
di essere campione di samba de gafieira.
Eppure
non dimentico la forma
l’odore
la consistenza.
Ho un sentiero
un orecchio salmastro
la sconfitta.
Eppure
ti libero conchiglia
scheletro di riccio
ti do l’addio
sasso di mare
opaco vetro.
*
-2020 Tempo di contagio-
(marzo)
Attendo pioggia
scrosci di passione
giubilare di festa
gridi al nido
fresca erba di prato
rugiadosa
passeggiata ai castelli
di ma’ creuza
bisbigli sullo scoglio
gemma pregna
già pronta a generare
nuova vita.
Ma se rileggo e torno al primo rigo
mi accorgo ahimè di avere travisato
tradito con parole il desiderio
mimetico, immerso tra gli steli
e abbasso l’asticella
o meglio, l’alzo
per dire quanto adesso in petto preme
che ciò che più mi manca nel contagio
è il contagio d’amore del tuo seme.
*
-2021 La conchiglia del tempo-
(maggio)
Avevo quindici anni
amante acerba
donna a custodire promesse
torcere panni
invocare.
Sarà malinconia
beffa saggezza volersi qui
dove
fa giravolte la risacca
e il tempo richiede
spreco.
Inalo rovi d’alga
tane di corteccia
mi tuffo negli anfratti.
Per sempre io vorrei
voglio così tutto sprecare
fingendo di
rinverdire.
Da La conchiglia del tempo, Le Mezzelane Casa Editrice, 2022.
L’opera è suddivisa in quattro parti.
Il 2018 è una sorta di preludio, in cui prevale la dimensione del sogno.
Il 2019 sembra essere il tempo del risveglio, dell’osservazione.
Il 2020 è il tempo dell’imprevedibilità, della paura, della preghiera.
Il 2021 è il momento in cui il richiamo della natura si fa più forte.
L’inconsapevole domanda che sta a monte di questa mia ultima silloge dev’essere stata: quanto di tutto ciò che accade in questo nostro breve tempo, ci plasma, ci abita, ci forgia? Il tempo non esiste, è una convenzione, o meglio, esiste solo in reazione alla coscienza, a qualcuno/qualcosa che muta.
Nel tempo attuale siamo abituati a essere bersagliati da una mole impressionante di notizie; allontaniamo in fretta l’idea del dolore altrui, della morte. Poco o niente riesce a sfondare la nostra corazza.
Un giorno, attraversando una strada di Milano ai tempi del primo lockdown, ho visto un clochard accasciato sul bordo del marciapiede, in mezzo al pattume e da quell’immagine è scaturita una poesia. Sono le piccole esperienze personali che ci colpiscono, quelle che tocchiamo con mano: la visione del clochard mi si è impressa nella carne, sebbene al mondo accadano fatti ben più gravi. Come quelli nati dalla violenza gratuita, cui non si riesce a trovare ragione. A contrapporsi all’oscura gratuitità del male c’è la consolazione della natura. Ci sono i nuovi atterraggi sul pianeta, le nostre piccole, innocenti creature. C’è lo spazio segreto che qui chiamo “conchiglia del tempo”, un piccolo e prezioso spazio personale da custodire e proteggere.
La poesia di Adriana Libretti ha il tratto del tempo che scorre. Ma teatralmente lei sul tempo della sua poesia interviene. La sua azione poetica è uno scavo, una riduzione, un rallentamento. Colgo questo triplice movimento. Il primo è proteso al ritrovamento di una memoria più limpida, alla riemersione di una coscienza sepolta; il secondo agisce ed opera in superficie, lavorando sul verso, che viene sfogliato, se non addirittura disossato, fino al punto zero della parola, che viene allo stesso tempo sacralizzata nel proprio significato e incarnata nel segno che essa esprime; infine, il terzo movimento è quello del rallentamento fino all’estremo gesto di un mimo orale che fissa il punctum della nostra esistenza dolorosa e tenera nel qui e ora della vita di tutti e ciascuno di noi esseri umani, coglie l’esserci autentico che talvolta riusciamo a cogliere nelle esperienze più dure. Questa poesia ci aiuta a conoscere chi siamo e dove stiamo.
(Pasquale Vitagliano)
