Poesia italiana del XXI secolo

Stefano Guglielmin è nato a Schio nel 1961, laureato a Padova nel 1986 in filosofia. Tra gli ultimi libri pubblicati, troviamo le sillogi Maybe it’s raining. Selected poems 1985-2014 (2014), Ciao cari (2016) e Dispositivi (2022) e i saggi Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea, Voll. 1 e 2 (2011 e 2016) e La lingua visitata dalla neve. Scrivere poesia oggi (2019). Sue poesie e saggi critici sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Un suo racconto è uscito in AA.VV., L’occhio di vetro. Racconti del Realismo terminale (2020).

In lumine tuo

 

Premesso

che la poesia non è l’a capo, l’altrove a prescindere, l’immagine

di alberi case colli o il suo nulla, che la poesia

non è ciò che sappiamo né l’esercizio del buon gusto.

 

Premesso

che il lettore non è stupido o corsaro né per forza enigmista

o paziente, che il lettore, come tutti, si nutre dalla greppia del senso

e se poeta, invidia, prima o poi, chi sale sul podio.

 

Premesso

che il poeta la fa come i santi e le cagne, e solo ha una luce,

per le parole, nuova, e che la luce è opaca

perché il mondo è opaco la lingua è opaca eccetera.

 

Premesso che questo testo è composto da tre strofe diversamente

ritmate anzi che il ritmo non è centrale né il suono, rilevo

la formazione di questa nuova strofa, una quartina dal verso lungo,

libero e non per forza bello.

 

*

 

Libri

 

Parliamo dei miei morti

anzi no, ne ho già scritto nell’altro libro;

l’hai letto? La prima parte ha i miei amici

morti e il mio cuore messo a nudo.

 

Il corsivo è di Baudelaire che lo mutua da Allan Poe.

La poesia è un gioco di rimandi: ciao cari.

 

*

 

Scrivere poesia oggi

 

Infine la parola, questo bianco

d’uovo, che principia. Duemila

anni di cenere sulla testa, e tempesta.

 

Scrivere è questa neve sporca sui rami

 

il loro scuro deviare che gemma

quando vorrà. C’è attesa e disgelo

intanto, il crescere di bocca in bocca.

 

Da Dispositivi, Marco Saya Edizioni, Milano, 2022.

 

Questa poesia evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza. Il poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irreggimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere. Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

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