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Non è difficile immaginare il pellegrino che si trova all’improvviso davanti a un branco di cani inferociti. In fondo, è capitato anche a noi di provare uno spavento, un terrore: 
a me è successo il primo giorno di vita, provocando un trauma che mi ha abitato per anni, fino a quando, in via Prassilla, ho incontrato don Mario. La morte, che ci segue come un’ombra, ha sempre un appuntamento con la luce. Il pellegrino non avrebbe immaginato di essere aggredito a tradimento, altrimenti se ne sarebbe stato a casa: questa scelta, semplice, banale, avrebbe impedito la nascita del Divino Amore, la conversione di milioni di persone, il dispiegarsi della grazia che da secoli si effonde in quest’angolo di mondo. È inevitabile pensare che un fiume di bene proviene da un inizio doloroso, spaventoso, come un parto, quando, d’un tratto, si è costretti a lasciare una condizione di tranquillità per affrontare il pellegrinaggio della vita, il branco di cani feroci dei pensieri, delle situazioni, dei grovigli che l’esistenza ha in serbo per ciascuno di noi. Il santuario emerge da un pericolo mortale, da un vicolo cieco, una condanna senza scampo. Se non avessi dovuto affrontare una nascita così complessa, al punto che mi battezzarono il giorno dopo il parto per timore di non fare in tempo, non avrei sentito il desiderio di rivolgermi alla fede, né avrei vagato di vuoto in vuoto, fino ad approdare a via Prassilla, alle lunghe chiacchierate con don Mario, alla netta percezione di vedere, per la prima volta, i colori della vita, di sentirne i sapori, di scoprire i cani inferociti placarsi all’improvviso, come se la Madonna stessa avesse fatto un gesto, detto una parola, pensato un pensiero, e allora sì, valeva la pena sperimentare la paura, il senso di abbandono che mi aveva segnato dall’inizio, l’ansia dei genitori e dei parenti, la fretta di versarmi quell’acqua benedetta sulla testa, la faccia pallida e tirata di zio Eugenio, prete all’antica, con la casula di un tempo, la voce balbettante, e solo in questo modo avrebbe potuto nascere il santuario del progetto di Dio, l’opera da portare a compimento, la musica che avrei potuto suonare solo io, la gioia d’essere scampato ai cani inferociti, strumenti di una forza invisibile che si chiama Provvidenza. Se guardo la torre del miracolo, mi sembra già diversa: è il centro del mondo, la matrice delle storie, la madre di tutti i veri inizi.

Un pensiero su “Continua a leggere. 52

  1. S&R

    Per aspera ad astra. Sembra proprio che su questa terra l’alba possa emergere solo dal cuore della notte, la vita dai dolori acutissimi del parto, e nulla possa darsi al di fuori di questa dialettica.

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