
Quando Sorrentino non era Sorrentino snobbai Le conseguenze dell‘amore (2004). Lo ammetto, ho un pregiudizio nei confronti di un certo cinema italiano, in particolare quello che fa il verso a un certo cinema francese. Neanche l’endorsement di un mio amico, per niente cinefilo, e lontanissimo dai sentimentalismi da camera di questo cinema, mi aveva convinto. Anche se qualche dubbio cominciava ad affiorare. Arrivata l’occasione di guardarlo in tv, arriva la sorpresa. Il film gioca esplicitamente con certe atmosfere nouvelle vague, ma non parla proprio d’amore, almeno inteso letteralmente. E’ un film sulla perdizione. E’ un film molto bello, ben riuscito. Così ho scoperto Paolo Sorrentino. Qui, però, mi interessa riportarne l’esempio di scarto tra titolo del film e il suo contenuto.
Un altro esempio di questa dissociazione, seppure per ragioni diverse è Se mi lasci ti cancello (2004) di Michel Gondry. Anche in questo caso, non ho visto il film a causa del titolo, colpa di un cattiva traduzione. Sarà un film sulle implicazione relazioni derivanti dall’abuso dei cellulari. Anche questa volta, quando l’ho recuperato in tv, è stata una grande sorpresa. E’ un film importante sulla memoria e sull’alienazione. I telefonini non c’entrano niente. E’ un’opera visionaria di un regista interessato a raccontare le disconnessioni spazio-temporali, direi quasi quantistiche, della nostra esistenza. Il titolo originale, in verità, era già rivelatore e più fedele all’ispirazione dell’autore, Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Vittime di pessimi traduttori sono stati anche Alfred Hitchcock, che vide il suggestivo Vertigo trasformarsi nel fantasmagorico La donna che visse due volte (1958); Marilyn Monroe brillante ed allusiva in The Seven Year Itch di Billy Wilder, che si trasforma in Quando la moglie è in vacanza (1955), sembrando un involontario antesignano della serie di B-movies di Lino Banfi. Stesso sorte subì il povero Francosi Truffaut che vide il suo film (questa volta splendido) nouvelle vague, Domicile conjugal, nel pessimo Non drammatizziamo… è solo questione di corna (1970).
Infine, vanno ricordati i titoli-cult, quelli che segnano un canone, rendendolo inconfondibile. Tra questi, ci sono quasi tutti i film spaghetti-western di Sergio Leone. Dettarono la linea al punto che anche un grande regista di genere come Monte Hellman girò, persino in una versione italiana firmata da Antonio Brandt, e con un cameo di Sam Peckinpah, un paratattico Amore, piombo e furore (1978). Non è un caso che Leone iniziò la sua carriera con Dario Argento. Anche questi firmò titoli-canone. Tutti gli altri lo seguirono nel genere, talvolta superandolo, anche non intenzionalmente, per inquietante funambolismo. Non si sevizia un paperino (1972) capolavoro del re dei B-movies, Lucio Fulci, inquieta mi figlio al solo pronunciarlo. Sarà merito (o colpa malefica) di quell’articolo indeterminativo imposto dalla Walt Disney per lasciare intatta la pura figura di Donald Duck. Tra i film comici si segnalano i titoli parodia di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, diretti, per esempio, dallo stesso onnivoro Fulci, in Il lungo, il corto, il gatto (1967). E il principe Totò che supera tutti per metonimica fantasia, intitolando con Totò a colori (1952) non alla storia ma al tipo di pellicola. Solo un autore, però, è entrato nel guinness dei primati grazie al titolo di un suo film: una donna e un’italiana. Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici (in realtà, il titolo originario era Un fatto di sangue nel comune di Siculiana fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici. Amore-Morte-Shimmy. Lugano belle. Tarantelle. Tarallucci e vino) del 1978 è il titolo più lungo nella storia del cinema. Regia di Lina Wertmuller. Laconicamente gli americani lo tradussero in Revenge.
