
Il tronco è tagliato alla base: era un albero maestoso, uno di quei pini che svettano e vedi da lontano, per esempio dalle scale che partono dalla piazza del santuario antico, e che percorri come un viaggio dell’anima o del cuore, in cui un gradino è un’epoca passata, un cerchio dell’albero, un tronco tagliato via di netto con l’accetta, come il Battista predicava, sant’uomo d’altri tempi, che parlava della scure posta alla radice, siamo lì, qualcosa che va tolto, o trasformato, che dovrebbe ritornare come un tempo, in origine, quando tutto era buono, anzi, addirittura molto buono, perché Dio le cose le fa bene, non vorremo anche dargli la colpa dei pasticci, e così, dicevo, l’albero, che poi, era l’albero della vita o qualcos’altro? che c’entra l’albero del bene e del male? Forse perché l’ebreo non era tanto interessato a quello che chiamiamo eternità, ma a ciò che definiamo morale, a come mi comporto, a cosa scelgo, e l’uomo, la donna, ish e issha, decisero loro cos’è bene e cos’è male, e così venne fuori un tronco storto, ed è quello che vedo, a pochi metri da qui, è il taglio radicale che il sant’uomo del Giordano auspicava o temeva, valli a capire questi santi. Il vento si è alzato in uno spazio di peccati e confessioni, in questo luogo che non avrebbe motivo di esistere se l’uomo e la donna non avessero mangiato il frutto, se il serpente non li avesse convinti a pensarsi come dèi, che poi, io dico, è meglio tenersi sempre bassi, è meglio fidarsi di qualcuno che affidarsi ad ambizioni smisurate, come quelle del demonio, sempre fuori misura, dall’inizio. I pappagalli conversano tra loro, non finiscono mai di raccontare, come se vivere non fosse che un racconto senza fine, interrotto da azioni secondarie, dormire, mangiare, che vuoi che sia rispetto allo snodarsi continuo degli eventi, al ritrovarsi qui con un taglio radicale, con l’idea di ripartire da capo, ora che hai capito che all’albero della vita ci si arriva arrotolando il nastro, tornando a quella prima parola, alla cosa molto buona che abbiamo perso per strada, lettrice, che abbiamo perso per strada, lettore, ma ti pare, come si fa a permettersi errori così scemi, come si fa a non capire? Come si fa a sbagliare vita?

Come si fa a sbagliare vita?
Eppure sembra che non ci sia nulla di più facile che sbagliare…ma riarrotolare il nastro della vita, ripartire per un nuovo inizio è sempre possibile, serve solo l’umiltà di riconoscere che si è calcolato male.
Bellissimo questo intrecciarsi di pensieri in cui lo stimolo reale diviene simbolo che svela quel che si nasconde al di là.
Vivere e’ innanzi tutto fare pace con la nostra fallibilità.
Bella provocazione!