
Marco Marangoni è nato nel 1961 a San Donà di Piave, per la poesia ha pubblicato cinque raccolte: Tempo e oltre (Campanotto Editore, 1994, Prefazione di Giuseppe Conte), Dove dimora la luce ( I quaderni del Battello Ebbro, 2002, Prefazione di Tomaso Kemeny), Per quale avventura ( Raffaelli Editore, 2007, prefazione di Milo De Angelis), Congiunzione amorosa ( Moretti &Vitali, 2013, prefazione di Giancarlo Pontiggia e nota critica di Maurizio Cucchi); La passione degli anni, Stampa 2009, Prefazione di Maurizio Cucchi) . E’ membro della giuria scientifica del Premio di poesia San Vito al Tagliamento, ha ideato e cura, con Alberto Bertoni, Ossigeno nascente/Atlante dei poeti contemporanei , on-line ( Università di Bologna). Collabora a poesia.blog.rainews.it. Su di lui hanno scritto: G. Conte, T. Kemeny, M. De Angelis, G. Pontiggia, M. Cucchi, E. Golino, A. Bertoni, D. Rondoni, G. Lauretano, M. Morasso, S. Aglieco, P. Di Palmo, S. Vitale, N. Bultrini.
L’augurio
L’augurio è che in un momento tuo solo,
sempre vicino eppure distante,
arrivi il soffio delle cose mute, la vena
che quasi ci raggiunge
(…imparassimo da Hölderlin
o dagli usignoli)
………………………
ma quale fondo o fonte
sia la misura non so del cuore,
delle domande
*
Smemorare
Smemorare si dovrebbe, a volte,
nei concili della sera
e restare con le cose e le forme
formicolanti, con le ombre;
si dovrebbe…
aprire il cuore al cuore
(alla mente)
e a un tu che ci abita dire
di un io più vicino ( o poco
distante); ma chissà
se non abbiano gli eventi un altrove
o un altro lume
-la vita venendo in chiaro della vita
come noi del fiume
*
Il canestro della parola
Avevo raccolto dell’uva tardiva
-mi disse-
e rincasavo per il sentiero
mentre il sole scendeva, grado a grado, il paese,
e la collina
(…) me ne andavo
ma come se i passi retrocedessero
verso il posto dell’uva, da cui nasceva
la sera, la vendemmia e quell’ora,
controra quasi tra le mani
e il canestro vivo
della parola
Marco Marangoni ci ha abituati da sempre a una poesia fatta di ascolto e di silenzio, di percezioni minime che vengono da un luogo originario, germinale: parole-dove, parole-tempo, che si aprono a un infinito di suoni, all’improvviso di una gioia non prevista, pure così intensa, acuta. Non c’è poeta, oggi, che più di lui cerchi l’essenza del canto, e che lo cerchi dentro l’esperienza delle cose, del tempo che abitiamo: nei suoi versi – umanissimi e trepidanti – sentiamo la trafittura della vita, la potenza dell’invisibile, l’intensità purissima – e leopardianamente sentimentalissima – di una parola che conosce il senso della precarietà, il peso delle illusioni, delle memorie. E non c’è poeta, oggi, che più di lui si sia nutrito di emblemi filosofici: ma le sue parole hanno la consistenza di una ninfea, il bagliore di una chimera: “come/da un fondo si facesse la parola/ e si sfogliasse il logos/ come si sfoglia la rosa.
(Giancarlo Pontiggia)
