Frammenti di Cinema # 56

In letteratura si è discusso in passato sul perché non sia sorta in Italia una tradizione del genere giallo. Poi, dagli anni ’90 del secolo scorso sono arrivati i magistrati, ed è nato il giallo italiano. Nel cinema, analogamente, ci si chiedeva come mai, pur avendo una storia nazionale ricca di spunti avventurosi, dal brigantaggio alla criminalità organizzata, non fosse nato un genere proprio di action movie, come il western nel cinema americano. Chiaramente gli spaghetti western non possono entrare in questa considerazione, perché lo scenario storico resta immutato, essendo stati solo riprodotto e riadattato con mezzi e stili italiani. Forse, l’unico regista italiano che ha tentato di costruire un’epica cinematografica con la nostra storia è stato Pasquale Scimeca (I briganti di Zabut, 1997).

Da allora non si conoscono altri tentativi. Almeno con il western. Renzo Martinelli ha provato a fare un action movie contemporaneo (Porzus, 1997; Piazza delle Cinque Lune, 2003), ma la sua traccia è svanita presto. Con la criminalità organizzata il discorso è diverso. Il master è la serie televisiva della Piovra, con il commissario Cattani, dal 1984 al 2001. Ma, appunto, siamo su un altro format. Su questa tema, la tradizione è stata principalmente “civile”, con registi come Elio Petri e Francesco Rosi. Negli anni ’80, in pieno riflusso sociale, questo filone, malgrado di sangue ne scorresse ancora, eccome, è andato in crisi, lasciando come epigona una versione docu-film del genere con un regista come Giuseppe Ferrara (Cento giorni a Palermo, 1984; Il caso Moro, 1986).

Poi, è arrivata la stagione di Romanzo Criminale e Gomorra, guarda caso aperta proprio da due libri. Si è cominciata a costruire davvero un’epica nuova. Va detta, però, la verità. Siamo lontani dal senso tragico che permea per intero, per esempio, la saga de Il Padrino. Legittimo, dunque, è il dubbio, che il genere giochi, involontariamente o inconsciamente, con il sentimento mimetico e l’istinto infantile di emulazione. La punta di questo stile è stata sicuramente raggiunto da Ti magio il cuore di Pippo Mezzapesa (2022). E questo è già un risultato importante. D’altra parte, resta il dubbio che ci troviamo di fronte ad una rappresentazione convenzionale più che epica, estetica più che etica. Ti resta, davvero, il sospetto inammissibile che le faide siano solo questioni di corna. Se non più epico, LaCapaGira (1999) di Alessandro Piva, risulta di maggiore impegno civile, con una maggiore capacità di raccontare la storia di un determinato territorio. Si è parlato di western del Gargano. Può bastare per inaugurare un canone? In confronto, spicca la forza tragica di Anime nere (2015) di Francesco Munzi. Ma ancora una volta ci troviamo di fronte ad una traccia che rischia di andare persa. Tanto che lascia aperta un’ultima riflessione sul cinema italiano contemporaneo. Come mai in Italia è impensabile che si possano realizzare film come Les Miserables (2020) di Ladj Ly, o Athena di Romain Gavras? Non esistono periferie in ebollizione? Il cinema italiano è privo di epica. La confonde con la mimesis. Anzi, con il kitsch. Perciò, per favore, almeno, ridateci il commissario Cattani.

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