Poesia italiana del XXI secolo

 

Franco Manzoni è nato a Milano nel 1957, da oltre 35 anni Franco Manzoni è firma del Corriere della Sera. Ha pubblicato numerose sillogi poetiche, tra cui Esausto amore, Totò, Padania, Verso la seta, Faccina, Lettere dal fronte, Figlio del padre, En sombra de grito, in fervida assenza. Nel 2018 è uscita per l’editore Eidon di Bucarest l’antologia  bilingue Înger de sânge (Angelo di sangue), traduzione di Eliza Macadan.

Inediti

SERRE

 

più non serve stare a guardare

costretti a vivere

nel sopravvivere

tormento a occhi chiusi

serre da contenimento

memento Finisterrae

 

*

 

CURIOSA SOLITUDINE

 

schettinando sul Segrino (1) bel bello

glaciale quasi fossero gli anni Trenta

con mio padre e il suo ardito fratello (2)

onorandomi di portarne il nome

sprofondando in un intenso senso

di perenne curiosa solitudine

eterna inquietudine furiosa

osservando il ghigno dello Scalfin del diavol (3)

tentare d’avanzare oltre il Passo della Vacca (4)

affranti perdendosi nel verdastro sasso di serizzo

attingere alla nascente gelida Ravella (5)

costeggiando la Marmitta dei giganti (6)

1: piccolo lago di origine glaciale compreso tra i comuni di Canzo, Longone ed Eupilio

2: mio zio Franco, di cui porto il nome, spesso trascorse da piccolo con il fratello Giorgio e i genitori le vacanze nella casa di famiglia a Canzo; fu portiere titolare under 21 dell’Inter, tenente, ardito dell’aria e guastatore, morì a 22 anni in Tunisia nel 1943, Medaglia d’Argento al V.M.

3: è il nome in cui in lombardo si definisce il monte Ceppo dell’Angua di natura dolomica a banchi, che domina la valle del torrente Ravella. In milanese “diavol” si pronuncia “diaul”, mentre “scalfin” vuol dire “scarpino, vaso concavo, barchetta” dal greco skàphes. Alcuni abitanti di Canzo intravedono in tale montagna il volto del demonio e il suo mento aguzzo a scucchia o a “basletta”. Secondo la leggenda locale, al tempo dei tempi gli arcangeli fecero guerra a Canzio, il generale dei diavoli, un essere gigantesco e cattivissimo, con orribili corna sulla testa. Il gran Canzio non stava affatto bene: aveva due denti infiammati e bestemmiava a causa di un callo. Un arcangelo prese un pugno di grani di pepe e li infilò veloce nel buco sottocoda di Canzio, che provò un gran bruciore intollerabile. A questo punto l’arcangelo gli soffiò in faccia polvere di elleboro. Il gran diavolo non riuscì a reprimere un colossale starnuto, così potente che la sua testa andò a conficcarsi in terra, staccandosi di netto le corna dalla fronte nel tentativo di svellerle. Così le corna di Canzio e i suoi denti fossero mutati in pietre e presero forma di monti col nome di “Corni di Canzo”, “Grigne” e “Resegone”.

4: passaggio in cresta mozzafiato a 1350 metri d’altezza, che permette di raggiungere la cima dei Corni di Canzo.

5: torrente, il cui nome deriva dal celtico “grava” ossia “ghiaia”, che nasce alle pendici dei Corni di Canzo a mille metri di altitudine, e che, dopo aver attraversato il paese di Canzo, va a confluire nel fiume Lambro.

6: curiosa cavità scavata nelle rocce dal letto del torrente Ravella, a causa del moto rotatorio vorticoso di sabbie e ghiaie trasportate dall’impeto delle acque.

 

*

 

 di te che vai…

 

di te che vai nell’ombra

a sfarinarti piano

vivida sai amico resta

presente la vaghezza dell’aura

briciole di luna sangue piombo

all’ombra lesta che ti fa ombra

 

Nella poesia di Franco Manzoni troviamo la conferma che la poesia è sempre civile quando autentica. Se il valore della dignità umana non ha un’origine naturale ma si fonda su mio statuto sociale, invoca un riconoscimento universale, la parola poetica è la più potente espressione di questa legittimazione. La poesia sta a ricordare che per emanciparci dal nostro stato di natura, per affermare a pieno la nostra umanità, abbiamo bisogno d’altro, di qualcosa in più. La vita non basta, ha scritto Pessoa. L’impossibilità di una poesia che abbia al centro un io-poetico stabile e sicuro non ha più alcuna attualità e interesse. D’altra parte, non abbiamo neppure più bisogno di un centro. Illuminato dall’esperienza del dolore, il poeta è serenamente alla ricerca asintotica di un nuovo e autentico racconto della realtà. Tra il sale e il miele della vita Franco Manzoni chiaramente preferisce il primo. Il sale brucia ma è anche il sapore dell’ospitalità. Il miele, invece, è un morbo che colpisce alle spalle. Ecco, quella di Manzoni è stata definita “poesia dell’assenza”. Ma solo all’inizio del viaggio. Al termine di questo cammino ci portiamo dietro un profumo di ginestra che leopardianamente ci fa sentire meno soli. Perché se la vita non basta, talvolta la parola può bastare, eccome.

(Pasquale Vitagliano)

6 pensieri su “Poesia italiana del XXI secolo

  1. Vincenzo Guarracino

    Testi poetici preziosi, anche per i commenti in nota dell’Autore grazie al sale di ironia e sapienza filologica. Notevole l’equilibrio tra essenzialita’ scarnificata del dettato poetico e affabilita’ didascalica dell’apparato esplicativo.
    Interessante e ricco di spunti il commento critico che colloca la ricerca poetica poetica di Manzoni in una zona sua propria della contemporaneita’ lungi da ogni invalsa koine’.

    Rispondi
  2. antonio sagredo

    “Nella poesia di Franco Manzoni troviamo la conferma che la poesia è sempre civile quando autentica”

    Non comprendo il nesso tra il “civile”e l”autentico”: è possibile più chiarezza?

    as

    Rispondi
  3. pvitagliano

    Caro Antonio,

    ritengo che la poesia come forma di scrittura debba riannodare linguaggio e realtà. Questa è una poesia “autentica”: non ha altre contraffazioni. La realtà, a sua volta, è sempre storica. Dunque, è sempre civile.
    Credo si assodato che questo non vuol dire che la poesia debba essere “realistica”, che è già una forma di mistificazione.

    Rispondi
  4. antonio sagredo

    UN MIO DONO PER TUTTI I LETTORI DI QUESTO BLOG
    ————————————————————————————————————-
    Non ho mai desiderato una forma perfetta
    che fosse soltanto poesia e prosa insieme
    per un non comprendersi rivolto a tutti
    con una misera sofferenza per il poeta e il suo lettore.

    La poesia è decente quando è estranea a se stessa:
    da noi si genera tutto ciò che già sapevamo,
    gli occhi sono fissi per accogliere perfino una tigre,
    senza requie lei nella luce con la sua coda immobile.

    È ingiusto pensare che la poesia è soggetta agli angeli,
    umilmente si crede che siano dei demoni.
    L’umiltà dei poeti si genera in luoghi conosciuti,
    la loro superbia è possanza della consapevolezza.

    Quale creatura irrazionale desidera il potere degli angeli
    che una sola lingua ciarlano in una casa non loro.
    E che felici e gioiosi donano labbra e dita
    per non mutare a loro vantaggio la sua destinazione?

    Perché ciò che ieri era sano è stato disprezzato,
    tutte le creature non hanno idea di come io sia triste
    poi che invano ho cercato una maniera
    per odiare l’Arte con estrema severità.

    Mai c’è stata un’epoca in cui si leggevano libri ottusi
    per avere gioia e felicità con Intolleranza e avversità.
    È la stessa cosa di quando non si è letta nessuna pagina
    di opere che ci giungono dalla Clinica delle Felicità.

    Antonio Sagredo
    marzo 2016

    Rispondi
  5. antonio sagredo

    Grazie a Lei, per l’attenzione.
    Lecce, la conosco come le mie tasche.
    Giorgio Bàrberi Squarotti impazziva quando leggeva i versi che gli inviavo, ma spesso non li capiva: nelle 13 lettere sue che mi spedì ripeteva sempre gli stessi alti e ossessivi giudiz: mi venne a noia e interruppi la corrispondenza reciproca: non era eccelso, ma un buon professore come tanti.
    A. M. Ripellino di cui fui allievo, era eccelso, e come lui Carmelo Bene, a cui, come amico discreto, dedicai questi versi comprensibili soltanto a chi conosce profondamente la sua opera:

    (a C.B., in punto di morte,
    ore 21,09 del 16 marzo 2002)

    Requiem per Carmelo Bene

    Mi nutrirono di lacrime i nitriti dopo il crepuscolo
    quando l’Immortalità si fermò alla stazione del Nulla,
    nella notte che una maschera e la gloria uscirono di senno
    si mutò in rantolo di carne, come il Verbo, il tuo sguardo.

    Fu l’abbecedario di una malattia moresca
    a tradurre la lucciola libertina in notte eretica,
    i nerastri cantici dei tuoi occhi in raccapricci di cera,
    il pianto equino di una bambino nella cripta.

    Smoccola il cielo, ossa!

    Ti sei bardato della Grazia del vischio,
    come pelle di Magenta è la tua Voce.
    La gorgiera del tempo si sfarina…

    Nei padiglioni il tuo furore tracima cenere,
    come se la morte fosse altrove…
    dove i dèmoni hanno smarrito l’anima!
    dove gli dei hanno ceduto il corpo!

    antonio sagredo

    Vermicino, 19 marzo 2002

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *