Annalisa Ciampalini, Tutte le cose che chiudono gli occhi, recensione di Giannino Piana.

Annalisa Ciampalini, Tutte le cose che chiudono gli occhi, peQuod, Ancona 2022, pp, 75.

       La poesia, anche quando affronta temi consueti che si riferiscono a situazioni umane e naturali comuni, non cessa di proporre una varietà di approcci che rivelano la pluralità e la ricchezza dei sentimenti e delle emozioni proprie dello spirito umano. In essa si concentrano, colte nella loro forza sorgiva visioni del mondo e della vita scolpite nel vivo della coscienza e proposte senza bisogno di pletoriche argomentazioni. Questa immediatezza, che ha nella freschezza del linguaggio evocativo (non dimostrativo) la propria “cifra”, è ciò che anzitutto emerge accostando le liriche di grande eleganza che Annalisa Ciampalini ci propone con questo prezioso volumetto.

        Di lei avevo letto qualche anno fa una significativa raccolta edita dall’amico Giuliano Ladolfi dal titolo L’assenza (Ladolfi Editrice 2014) e mi aveva sorpreso il senso di intensa, suggestiva nostalgia che percorreva quelle pagine. Una nostalgia che nasceva dalla percezione della caducità della vita umana e mondana, dal confronto con una realtà nella quale a contare più che la presenza è l’assenza, la quale rinvia alla memoria di un passato che non ritorna e allo schiudersi di un futuro più temuto che atteso, fatto oggetto più di paura che di speranza. 

        Questo stato d’animo, che rivela una profonda inquietudine interiore e un senso di diffusa malinconia, è presente anche in questa raccolta. A fargli da sfondo è anzitutto la natura nel succedersi delle stagioni tra le quali privilegiato è l’inverno, con lo spoglio degli alberi non riconducibile a semplice evento naturale, ma che ha i tratti di “un modo di vedere […] E’ l’albero tramutato in legno, intaglio immobile sul vetro […] E la neve viene, /posa il bianco nel fondo del buio, viene/ come fosse vera” (Inverno, p. 18). 

        Non dissimile è la lezione proposta da un’altra immagine che ricorre con frequenza nelle liriche della Ciampalini: quella del fiume, “questo passaggio lento / più umano più ampio e più chiaro”, in cui lo scorrimento costante delle acque si trasforma in segno inequivoco della contingenza di tutto – “tutto scorre come un fiume” osservava Eraclito, il filosofo del divenire –, della relatività e della caducità di ogni cosa: “Ma il nostro sentire è vicino a uno scorrere mesto / senza anse né sbocco” (Il posto, p. 40). Molte altre immagini – dalla nebbia, al gelo e al vento – non fanno che confermare questo senso di disagio esistenziale la cui declinazione avviene ricorrendo a una serie di situazioni emblematiche, capaci di interpretare ciò che la ragione non spiega ma che diviene comprensibile solo aprendosi a una percezione del reale nella prospettiva della simbolicità. 

           La Ciampalini non manca di scavare in proposito nel vivo di alcune esperienze, che gettano un fascio di luce sulla odierna condizione umana. Le coordinate spazio-temporali segnano qui l’orizzonte entro il quale tali esperienze che stanno tra “l’equilibrio del ricordo e la dimenticanza” (Forme del tempo p. 43), vanno collocate. La dimensione spaziale si intreccia con quella temporale, dando vita a sensazioni contrastanti (persino contradditorie). Alla stanza condivisa “le sedie disposte a cerchio/e una luce d’insieme” (La stanza condivisa, p. 60), che sembra cementare rapporti ai quali rifarsi per dare un senso alla vita, si associa la constatazione che “i posti vuoti / creano il luogo di un amore cresciuto a dismisura / la forma sensuale dei corpi tramutati in assenza” (La stanza condivisa, p. 51). E il ricordo ci riporta al passato, a un luogo nel quale la pienezza della luce si posa sul vuoto creato da chi se ne è andato senza lasciare nulla.

            Tutto questo converge e si condensa nel “momento dell’attesa che entra nel passato” (Forme del tempo, p, 27) e consente di ricuperare una pur fievole identità nello sbocciare di una forma di relazione che conduce a “crescere l’uno dentro l’altro / fino a coincidere” (Viaggi, p, 69). E la speranza non cessa di morire, ma ricupera i contorni della “luce sulla soglia”, che “è promessa di futuro / un segno bisbigliato all’orecchio. / Un’alba che vince / la sua stessa agonia” (La stanza condivisa, p. 58). La condizione perché questo si avveri è il “solo restare vivi/ immaginare un luogo che ci aspetta/ e una luce prematura, /Inventare questa gioia” (Viaggi, p, 74). A recare il segno della duplicità è la preghiera, una preghiera laica, che altro non è che “la constatazione muta e ripetuta della cosa che ti sta accanto/ e si oppone […]. E’ la preghiera che guarda e ricorda. E’ la mia effimera presenza e la tua ferita – viva che non si cuce” (Stagioni in prestito, p, 20). 

            Una raccolta poetica, quella di Annalisa Ciampalini, che ripercorre le diverse fasi della vita con risonanze realistiche che indulgono al pessimismo, senza far mancare per questo spiragli di luce che affiorano nel turbinio sempre composto delle passioni rivelatrici di esperienze faticose segnate dall’incertezza e dallo smarrimento. Ad emergere è la pesantezza della condizione umana, la gravità di vicende che marchiano con un segno indelebile i vari momenti dell’esistenza. Il che contrasta con la leggerezza di un linguaggio maturo ed estremamente controllato che unisce agli echi della classicità il rigore di una scelta personale che aderisce pienamente ai canoni della lirica del presente senza sbavature né soluzione di continuità. Una raccolta, dunque, che merita di essere fatta oggetto non solo di lettura ma di meditazione per cogliere il sapore della vita anche nelle circostanze meno felici, senza venir meno alla speranza di un futuro promettente. 

                                                            

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