Poesie di Anna Littardi

Una selezione di versi di Anna Littardi, da AA.VV., Quaderno di Poesie. Ottobre 2022 (ed. Robin)

 

Nel vecchio parcheggio
davanti al mare
la solitudine si dilata,
toccando angoli celati alla coscienza
le parole rotolano
costruendo nuove cattedrali,
non ho il tempo di spiegare
travolta dall’urgenza delle paure,
non riesco a definire i confini
di un dolore che penetra a fondo
nelle trame di un dipinto
nascosto tra nuovi timori.
Fuori i gabbiani
solcano i cieli dell’ Apocalisse.

La vedi la ferita che attraversa le macerie,
tra cumuli di silenziose vestali
che proteggono un futuro esile
come un soffio.
Vaghi protetta da una promessa
ascoltata nel tepore della tua stanza
quando ancora lo sterminio era lontano
e rincorrevi i giorni di festa,
ignara del dolore che ti scrutava dietro le pareti,
pronto a toccare le tue giovani membra
ingentilite da ingenue menzogne.
Ora non trovi più la tua casa,
inghiottita dalla voragine umana
dove la ragione è oscurata
da desideri di dominio.
Sola,
dormi tra dubbi insolubili.
Domani ti attende il grande esodo,
una breve sospensione
tra speranza e rinuncia.
Il primo passo verso un dove che non ti aspetta.

Non ho più fretta,
ora posso aspettare
nelle piazze,
nei locali,
negli ospedali,
il tempo non mi riguarda più.
Lo vedo scorrere con una leggera noia,
lo vedo colare denso mentre vivo,
si attacca alla mia pelle
rende il mio passo pesante
mentre intorno tutto corre,
mi sfugge il senso dei giorni
che restano nei calendari della cucina,
tra gli odori della cena ed il calore del forno.
Mi chiedo cosa sia rimasto delle ore e dei minuti,
ormai pietrificati
in questo mio corpo
violato dagli anni.
Ancora altre albe
che diventano istante.

Vorrei poterti dire
che amo il tuo silenzio, quel restare immobile
davanti alle sequenze di un vivere
scadenzato da giorni noiosi,
un accatastare di non detti
trattenuti nel serrare delle labbra.
Ora le tue preghiere
odorano di stantio,
ripulite dai residui
delle logiche filosofiche
mostrano lo sgretolarsi delle convinzioni.
Siamo soli,
la domanda rimane muta.

La morte ci sorveglia,
nelle sere profumate d’ estate,
nei giorni della gioia,
ci scruta con sufficienza,
come infanti capricciosi,
uno sguardo mai compassionevole,
solo distratto,
come se il tempo fosse
l’ ultimo dei suoi pensieri.
A volte nelle notti insonni
si siede accanto a noi,
ci accarezza con gli occhi velati
dalla sua solitudine.
Nessun viandante che la accompagni
se non per pochi istanti.
La malinconia impregna i suoi abiti
odorosi d’ incenso.
Il respiro si fa più veloce
nel percepirne la presenza,
ci abbandoniamo alla nostra finitudine
come lucciole nei barattoli.
Prede di fanciulli
ignari del dolore altrui.

Che dolore saperti sola,
nel ripetersi ininterrotto delle sirene,
nei giorni trascinati tra logiche inconsapevoli,
leggevi nel roteare degli oblò delle lavatrici
l’ ipnotica sequenza delle leggi del creato.
Non hai il pudore di tracciare i confini
che ti separano dal fluire dei sospiri,
odorosi di passioni celate a stento,
inondata dalle simbologie cuneiformi,
pronta alla ricostruzione.
Non hai timore di saperti esclusa,
dove le civiltà incontrano il passato
siedi come una vestale sconfitta
dalle parole incise sulla pietra.
Vedrai che domani
la nebbia cancellerà
ogni presenza,
solo il vuoto a dirti
che sarai madre di te stessa.

Dove regna la pace,
viandanti di anime,
ci aggiriamo silenziosi
tra i marmi incisi di parole
perdute, dimenticate, vessate dagli anni.
Ritroviamo il dolore delle partenze
solitarie
con l odore dei fiori che si decompongono nei viali.
Dimmi
dove fuggire tra le tombe,
inseguita dal ronzare
di vespe che si sono smarrite,
portami una guida,
non vorrei che la tua attesa fosse vana.

Ti ho seguito
in città
lontane, sconosciute,
città che non avrei mai visto,
cercando un contatto
sempre più fievole
dove l immagine si trasformava
tracciando nuovi corpi,
col dolore dell’esclusione
tatuato sul viso
un incedere infantile
piccoli passioni nelle strade
lastricate di assenze,
vagavi
con le tue domande ben strette
tra le mani
le risposte annegate tra le lacrime
che non mi hai mai permesso di vedere,
protetta dal dolore di saperti in bilico sui cornicioni.
Vorrei avere le braccia come il mondo
per frenare la tua caduta.
Anima solitaria.

Ti avevo congedato
col gesto brusco di chi vuole restare sola,
pensieri violenti mi assalgono.
Nelle stanze ricolme di oggetti inutili
raccolti come reliquie negli anni
dell’abbondanza
quando anche i tuoi occhi spargevano
lampi di incredulità.
Cosi felici
da non poterlo raccontare.
Seduti teneramente nelle vasche
profumate di Narciso,
viaggiavamo,
paesaggi onirici,
letture esoteriche,
brevi silenzi tra un amplesso e l’ altro.
Come architetti costruivamo
le nostre città del futuro
ignari dell’apocalisse che ci attendeva sorniona.
Dietro le nostre
pagine intraducibili
leggevamo solo il nostro ego.

Da qualche parte il telefono squilla,
non rispondi,
muta
guardi il giorno che si disfa,
i contorni delle cose
si fanno più confusi.
Come potresti trovare le parole
per spiegare,
raccontare,
giustificare,
le scelte di una vita.
Distese sui muri scrostati
trovi i gesti rimasti intrappolati,
quando ancora sapevi contare i giorni,
leggendo il futuro
come la Tiresia dei tuoi figli.
Pianificavi vite non tue
navigando con la barra a dritta,
sorridendo
della tempesta al largo dei tuoi sensi.
Sarai travolta
gli alberi spezzati,
nessuna terra da raggiungere
solo mare, infinito mare.

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