Paolo Valesio, Il Testimone e l’Idiota, La nave di Teseo, 2022 pp. 278 € 20 .
In una sua nota di lettura Giorgio Linguaglossa parla di «poeta kirkeegaardiano che ha attraversato la storia contropelo, che, nell’epoca della fine della metafisica, si è creato una propria metafisica per poter investigare un mondo ormai dissacrato, privo di sacro, che ha relegato il sacro nelle discariche degli oggetti e delle parole a perdere. È di qui che prende inizio il discorso poetico valesiano. La parola diventa testimonianza di una verità che è ogni giorno di più indicibile, impronunciabile, innominabile». Ben detto, io però vorrei parlare di un poeta ad un tempo cosmopolita e provinciale, globale e glocale, che abbraccia le due facce del linguaggio e dell’essere nel mondo. In Valesio la parola diventa «testimonianza» in virtù del semplice appalesarsi della parola poetica in un discorso tutto interno, internalizzato e, quindi, proprio per questo, pubblico, per pudicizia e per rigore. Davvero un libro singolare, dissimile dai libri che si pubblicano oggi, che cerca con tutte le proprie forze di aprire un varco nel linguaggio sordo degli uomini del suo tempo, che parla un linguaggio non classificabile entro le categorie ermeneutiche della critica letteraria. E questa sua «inclassificabilità» è il miglior argomento in pro del lato pubblico di esso, del suo volgersi verso i pubblicani, coloro che commerciano con le cose pubbliche di beni privati che, per loro natura, si sottraggono alla impudicizia della pubblicità. Tutto sospeso tra la grazia e la colpa, tra la richiesta del perdono e la impossibilità di concederlo, il discorso poetico valesiano si comporta come l’«Idiota» (uno dei suoi quattro personaggi del libro: il Testimone, l’Idiota, la Fiamminga, la Voce), che ripete sempre la stessa parola fino alla nausea e allo stordimento.
(Marie Laure Colasson)
Punkah
VOCE
(dal soffitto)
Dentro il ventilatore ci sta il diavolo o Dio?
TESTIMONE
(a torso nudo e slip, dal letto sottostante, nel gran caldo)
Entrambi. Dio sta dentro
il globo della lampada
e il diavolo si agita
fra le pale
Strettoie
L’Idiota si sente troppo spesso
la testa troppo leggera
deve buttarsi sopra il letto stretto
dove mugola-monologa:
“Perdonami se troppo spesso Ti chiedo di perdonarmi
senza dire l’oggetto del perdono.
Penso solo che debbo affrettarmi: è il mio modo di recuperare
non solo i mal-vissuti ma anche i non-vissuti
fra tutti i miei anni.”
La vista stretta
Nell’assurda stanzetta da bagno
(uno dei tanti angoli umili
nella città di lusso) c’è un finestrino
da cui si vede una punta di azzurro e di albero
che assomiglia a un abete; e ogni mattina, pensa l’Idiota,
guardando il verdeazzurro solcato da tante strisce sottili:
‘Stanno piovendo lacrime di pioggia.’
Ci vogliono due giorni di smentita
(ogni volta che esce: di pioggia, nemmeno una goccia)
per accettare che quella veduta alla finestra
è una congiura del vetro cheap
insieme con le “mosche” sulla sua rètina.
Ma non è solo questo (il suo amore proprio si difende
dall’offesa dell’equivoco – e ci vuol vedere invece
un rapporto fra lui e la realtà): è la screziata
percezione della natura. Sotto-visione, certo,
esperienza non visionaria, da talpa. Eppure:
resta agli Atti del quotidiano convegno con il mondo,
questo suo lento e maldestro
afferrarsi al reale.
Variazioni della grazia
“So dove sei”,
dice ogni mattina il Testimone
rivolto al crocefisso d’ebano
alto due palmi
all’angolo del comò.
Lo dice a voce bassa e a imposte chiuse
prima ancora di scorgerlo
prima ancora di alzarsi dal letto.
Ma stamattina non sa cosa dire:
Lui è da qualche parte sotto terra
e oggi il crocefisso si è svuotato da dentro.
eppure lui non dubita
(come invece altre volte gli accadde)
che Lo ritroverà.
Si sente come – si sente come: sereno
e poi gli viene in mente
(gli arriva sulle labbra a mezza voce)
una frase nell’altra lingua:
“I love you so much
that I don’t love you enough.”
In una stanza
L’Idiota nella stanza sola
rovescia la testa all’indietro:
“Kiss my mouth,” dice a occhi chiusi,
“Kiss my mouth.”
Lui lo sa bene, a chi sta parlando:
né a La Fiamminga né a Dio.
Sta invocando un angelo, anche se sente
che il bacio di un angelo
può succhiargli via la vita.
Ricordi 1
L’Idiota sorride ai ricordi:
un largo, con denti danneggiati,
sorriso accoglitore e semi-felice
per il semplice fatto crudo e nudo che sono esistiti e che lui
è ancora lì a camminarli.
Gli appaiono, a tratti e balenii,
come i surrogati
della Resurrezione.
Ricordi 2
Il Testimone, quando un ricordo lo colpisce diretto, geme
(breve lamento, e subito
si volta in giro per verificare che non l’abbiano udito):
e il fisico dolore,
quello dello stomaco;
per l’occasione perduta, l’instante non pienamente vissuto
dunque offeso, sacrificato
nel suo potere di essere
(ma il gemito è forse riscattato come seme di pentimento).
Madrigale
Eterna giovinezza fin che dura dell’Idiota:
alle volte c’è il tormento, alle volte non c’è più.
Quandunque il tormento
per un poco scompaia di sollievo
e la svolta buona fiorisca, l’Idiota ci ricasca e si illude
che la sua vita sia ridivenuta nuova. Misericordiosamente
non saprà forse mai
se questa è l’illusione che sfocia
nel triste viso (o addirittura ghigno) dell’ultimo congedo
oppure sia l’unica forma
di immortalità per lui possibile.
Solus nec tamen solus
L’Idiota sopra il letto fluttua
(e sotto il piumino di maggio)
lungo composto come il cadavere di un miles:
lento momento equanime – o meglio
non si sa se sufficit a sé stesso
o si trovi dentro un pacato e suasorio
costante ma non visibile colloquio.
da wikipedia
Paolo Valesio è nato nel 1939 a Bologna, Professor Emeritus all’Università di Columbia a New York[1], dove ha occupato la cattedra “Giuseppe Ungaretti” di Letteratura italiana dal 2005. Dopo una formazione da linguista presso la cattedra di Glottologia di Luigi Heilmann a Bologna, che culminò con la collaborazione alla decima edizione del Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli[2], dagli anni Settanta Valesio ha insegnato letteratura italiana alle università di Harvard, New York, Yale prima di concludere la carriera alla Columbia[3]. Ha dedicato gran parte della sua ricerca allo studio della retorica e della sua realizzazione in scrittura, anche nella dimensione spirituale, ad esempio a Gabriele d’Annunzio e al futurismo, organizzando il convegno per il centennale Beyond Futurism: Filippo Tommaso Marinetti, Writer (For the Centennial Anniversary of the Italian Avant-Garde) tenutosi alla Columbia nel 2009[4] e curando, assieme a Patrizio Ceccagnoli, la pubblicazione di Venezianella e Studentaccio di Filippo Tommaso Marinetti[5].
Durante la sua permanenza a Yale, Valesio creò il “Yale Poetry Group”, riunione bisettimanale di letture e conversazioni poetiche (1993-2003). Nel 1997 fondò la rivista Yale Italian Poetry (YIP), che dal 2006 ha mutato il titolo in Italian Poetry Review (IPR), collocandosi in sedi internazionali (New York, Bologna e Firenze[6]). Oltre a una vasta produzione di saggi su riviste scientifiche, Valesio collabora con la stampa periodica italiana[7]. Dal 2013 è presidente del Centro Studi Sara Valesio, situato presso la Fondazione Genus Bononiae – Musei nella città, a Bologna[8].
Oltre la sua attività accademica, Valesio ha esordito come narratore nel 1978, con L’ospedale di Manhattan per Editori Riuniti (la sua produzione continua con una serie di diari romanzati o “romanzi quotidiani” che formano una Tetralogia tuttora inedita[9]). L’anno successivo, pubblica la sua prima raccolta di versi, Prose in poesia, per Guanda, con una postfazione di Stefano Agosti, a cui sono seguite quasi una ventina di raccolte poetiche. Sulla sua opera hanno scritto intellettuali come Antonio Porta, Guido Guglielmi, Harold Bloom, Maurizio Cucchi, John Hollander[10][11]. Con Analogia del mondo vince il Premio S. Vito (1991) e con il Servo rosso vince il Premio Speciale della Giuria al Premio Letterario Camaiore (2017[12]). La “Tetralogia” saggistico-narrativa di Valesio è ancora per la maggior parte inedita, ma varie pagine di questi quattro “romanzi quotidiani” sono apparse in rivista, in modo particolare nella rivista di poesia “Steve” (1998-2008[13]) e, continuando a tutt’oggi, sulla rivista di architettura e arte “Anfione e Zeto” (2010-[14]).




La pseudo poesia edulcorata che si fa oggi in Italia la si fa avendo già in mente un certo indirizzo dei destinatari e un calcolo di leggibilità e di comunicabilità privatistica: si circoscrive il proprio microlinguaggio a misura delle dimensioni lillipuziane dell’io; si rinuncia del tutto alla riflessione sella legittimità della poiesis; ritorna in vigore l’eterna mitologia del «poeta», il mito di una «poesia» come luogo neutro della ambiguità e della astoricità dell’anima ferita e malata (ingenuo alibi ideologico e smaccata mistificazione culturale); si assiste alla moltiplicazione delle tematiche privatistiche e de-politicizzate con adozione di un superpiù di pratiche auto assolutorie e pacificatrici.
Se il luogo del poeta è il suo linguaggio, qual è il «luogo» del linguaggio poetico? È ovvio che qui si parla di un «luogo» particolare, che sta in un luogo-non-luogo, in quel Zwischen (frammezzo) individuato da Heidegger, in quella barra della significazione S/s (Significante su significato, di Lacan), la barra che divide il significante dal significato. Il poeta è quel «luogo» che è sempre scisso, dilaniato da forze diversive e conflittuali; non si tratta di un «luogo» pacifico e positivizzato come vorrebbe una vulgata acritica e ipnagogica di stampo regressivo ma di un luogo attraversato da forze telluriche e conflittuali, esposto alle conflittualità della storia e delle ideologie. La poesia quindi è un campo dell’experimentum linguae, che «rivela» il luogo proprio del linguaggio, e la poesia di Paolo Valesio indica con nitore quel «luogo», il suo personalissimo «luogo» perimetrato da frammezzi di parole.