Nicola Fano, La candela di Caravaggio. Da Paolo Uccello a Burri: quando l’arte dà spettacolo

di Alberto Fraccacreta

Nicola Fano, La candela di Caravaggio. Da Paolo Uccello a Burri: quando l’arte dà spettacolo, Elliot, pagine 128, euro 17,50

 

Esiste un legame tra arte e teatro? Certo ed è molto più aggrovigliato di quello che si possa credere. Lo spiega Nicola Fano – docente di Letteratura e filosofia del teatro all’Accademia Albertina di Torino – in La candela di Caravaggio. Da Paolo Uccello a Burri: quando l’arte dà spettacolo, un saggio che, in diciassette “reportage da fermo”, prende in considerazione artisti come Piero della Francesca, Tintoretto, Tiepolo, Picasso e altri (Caravaggio non ha un profilo proprio ma compare a sprazzi, come nume tutelare) per chiarirne la profonda vocazione scenica. 

In prima fila c’è Paolo Uccello, ovvero l’inventore della regia teatrale. Fano mette in rapporto la tecnica dell’artista fiorentino del Quattrocento con quella di Giorgio Morandi: «Nel suo studio, le cose funzionavano così: il pittore, prima di realizzare le sue opere, scolpiva in legno piccole figure di uomini, cavalli, lance, animali. Poi disponeva le statuette su un grande tavolo e costruiva la scena che voleva dipingere. Solo dopo, ossia dopo aver composto la “regia” del suo quadro, iniziava a realizzare gli schizzi sui quali avrebbe composto l’opera finale». E perché? «Paolo Uccello voleva studiare alla perfezione, prima di portare mano al pennello, le relazioni prospettiche tra lo spettatore e le immagini. E delle immagini egli voleva governare l’intero spazio scenico, non solo ciò che appariva in primo piano. Ossia: non si occupava solo dei protagonisti!». Nel Miracolo dell’ostia profanata, dipinto del 1467-68 conservato alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, tale gioco di prospettive è evidente e i vari momenti del racconto paiono soffusi in un’atmosfera da palcoscenico quasi irreale e fittiva («per questo Vasari ce l’aveva con lui»). Nella Galleria Nazionale dell’Umbria, invece, c’è un quadro pierfrancescano assai enigmatico (non è il solo), il Miracolo di sant’Elisabetta di Turingia (1460-70). Fano non ha dubbi: Piero «per raggiungere il suo scopo – che è quello, si direbbe, di attirare lo spettatore dentro la sua opera, sia dal punto di vista formale sia da quello drammaturgico – usa le armi della finzione». Lo stesso dicasi per la Flagellazione di Cristo… Insomma, bisogna avere gli occhi aperti: arte e teatro tentano di affermare insieme qualcosa di essenziale. E Burri non è da meno. I suoi colori elementari sono «vere e proprie esplosioni di vitalità». Come se fossimo in una regia beckettiana, ciò che conta è l’attesa.

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