di Guido Michelone
Benito Mussolini. Me ne frego
A cura di David Bidussa
Edizioni Chiarelettere
Per il centenario della marcia su Roma, da parecchi mesi, l’editoria italiana si è attrezzata nel proporre nuovi e vecchi libri, che tentano di spiegare un avvenimento rimasto un unicum nella storia delle democrazie occidentali, benché, da allora, ripetuto sino ai nostri giorni, in altri Paesi di tutto il Pianeta: ovviamente non una parata simbolica quale presa di potere concessa dal re Vittorio Emanuele III a Benito Mussolini, quanto il radicarsi del fascismo inteso via via come falso movimento rivoluzionario, forza conservatrice ultranazionalista, tendenza reazionaria antiparlamentare, ideologia distruttrice guerrafondaia in grado, per colpa di Adolf Hitler (forse il continuatore è più celebre della ideologia mussoliniana), di cancellare in soli sei anni di guerra, oltre sei milioni di morti, anche innumerevoli testimonianze di civiltà antica e moderna (ad esempio ben 417 dipinti di inestimabile valore).
Tra i molti testi utili a capire il momento di follia collettiva che attraversa l’Europa tra gli anni Venti-Quanta, corre in aiuto quest’agevole volumetto che analizza e commenta undici discorsi che Benito Mussolini (1883-1945) tiene in pubblico tra il 1904 e il 1927, ovvero da quando si affaccia alla politica come socialista anticlericale fino al periodo in cui è ormai il duce d’Italia, il capo indiscusso dove la monarchia è solo nominale e a dirigere e comandare con il pugno di ferro esiste solo lui, l’uomo duro al potere. Nei discorsi – troppo lunghi da analizzare qui singolarmente – oltre un effetto retorico che dovrebbe ormai risultare di evidente anacronismo, il curatore del libro – giornalista e docente al liceo e in università – rintraccia un fil rouge (o meglio noir, si dovrebbe scrivere) che lega il primo all’ultimo Mussolini: l’idea della politica come azione persino violenta a scapito del ragionamento, il costante disprezzo per l’avversario umiliato (gli omicidi di oppositori quali Matteotti, Gobetti, Gramsci), l’insistito richiamo a valori forti (Dio, patria, famiglia) anche importanti, ma gestiti e presentati con un assolutismo pesantissimo, inteso di proposito a violare le regole del dialogo. Dai discorsi di questo libro si può facilmente intuire come molte parole d’ordine – magari subito rifiutate o rimosse nel dopoguerra e con gli anni del boom – vengano oggi riprese da forze populiste, suprematiste, oscurantiste che costituiscono la vera minaccia per l’Italia, l’Europa, l’Occidente, forse il mondo intero.


Confesso che non vedo il collegamento fra questo pezzo e il tema del blog
Risposta di Guido Michelone
Gentile Paolo Valesio,
scrivo su La Poesia e Lo Spirito da molti anni e da sempre recensisco libri che abbiano a che fare più o meno direttamente con la poesia: ho parlato di ‘poesia del jazz’ o di ‘poesia del rock’, ad esempio, per sottolineare lo spirito lirico che aleggia in molte forme di arte e di comunicazione.
Ma una tantum parlo anche di libri importanti, di testi che dovrebbero essere letti anche da chi si occupa solo di poesia, perché la poesia, la letteratura, le arti non sono soggetti estranei alla realtà al mondo, alla Storia, alla politica. Quando ho scritto la recensione erano da poco successi due avvenimenti importanti per la nostra Italia: da un lato, il primo governo di destra, dall’altro il centenario della marcia su Roma. Credo che su questi tempi occorra riflettere non con lo spirito del politico, ma con quello del letterato: non a caso ho scelto il volume di Bidussa e non Cazzullo o la ristampa di De Felice in edicola, proprio perché la sua analisi si basa sulle parole, le stesse parole che in quegli anni usavano in maniera ben diversa Montale o Ungaretti. Io sono profondamente antifascista, e credo nella poesia quale spirito di libertà, partecipazione, fratellanza, democrazia: questa è la ragione per la quale ho voluto recensire anche un libro su un argomento verso il quale non ci dovrebbero più essere i tabù e le paure o il semplice fastidio che, a quanto pare, ancora suscitano…