Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Presentazione al tempio


Festa della Presentazione di Gesù al Tempio

Festa dell’Incontro

(2 febbraio)

Libere riflessioni su   Lc 2,22-40

La Legge di Mosè prevedeva (Levitico 12,2-4,8; Es. 13,2,11) che il primogenito di ogni coppia appartenesse al Signore e a Lui dovesse essere offerto, con una offerta rituale.

La coppia, poi, avrebbe potuto “riscattare” il figlio con l’offerta di animali, in proporzione al proprio stato sociale. Per la condizione di Giuseppe e Maria era prevista l’offerta di due tortore, in “riscatto” per il figlio.

In questo clima religioso-culturale, avviene la Presentazione di Gesù al Tempio.

Vanno, Maria e Giuseppe, con il figlio e le due tortore. Li accoglie Simeone.

Simeone, il cui nome deriva dalla radice ebraica shm (ascoltare). Verbo importante: è il primo comando (Shemà Israèl), Ascolta Israele. Simeone, dunque, colui che ascolta, andava tutti i giorni nel Tempio in attesa dell’ “incontro” con il “conforto” di Israele.

Tutti i giorni, fino a che l’incontro accade.

Che cosa rende possibile questo incontro? Dal racconto che ne fa Luca, appare chiaramente che non è l’abitudine di Simeone a garantirlo. Non basta vivere nell’abitudine dell’attesa, come non basta essere colui-che-ascolta per vedersi garantito il compimento dell’attesa, l’accadimento che è riconosciuto nell’ascolto.

Luca dice: “mosso dallo Spirito,  si recò al Tempio”.

C’è bisogno di un novum perchè la storia si compia. Questo novum, però, non si pone fuori di una storia incarnata e vissuta nel suo quotidiano. È qui, in questo quotidiano, che si realizza l’ambiente vitale, l’ambito esistenziale, lo spazio fecondo dell’attesa, in cui l’accadimento si compie, in cui l’incontro accade. Ogni incontro è la novità che accade. È nello scarto che si fa spazio fecondo fra habitus e novum che l’incontro accade. E, nell’incontro, il ri-conoscimento.

Fuori della Storia non c’è incontro. E non è dalla Storia che dipende l’incontro.

Una tela di Rembrandt, La Profetessa Anna, ritrae la profetessa nell’atto di seguire la lettura del Libro. Anna “ascolta” con il dito che segue le lettere e le parole e gli spazi vuoti fra le parole. La mano di Anna è ciò che importa al pittore. La mano, meno il volto che è ritratto appena accennato. È dall’ascolto che si delinea il volto. Non si tratta di un volto determinato e definito che conosce una realtà altra da sé, sia pure importante ed incisiva. Siamo di fronte ad un volto che viene definito dall’ascolto. Io sono io a partire dal mio ritrarmi di fronte all’altro che mi appare. Qui è lo spazio dell’icontro.  Non si incontra se ci si pone di fronte all’altro con il volto definito che impone la propria identità. È l’incontro che definisce l’identità. È lo spazio “fra” che mi definisce. È la mano di Anna. È il “Nunc dimittis” di Simeone.

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3 pensieri su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Presentazione al tempio

  1. Alfonso

    …Per la condizione di Giuseppe e Maria era prevista l’offerta di due tortore,in “riscatto” per il figlio…
    Trentatré anni dopo sarà molto più pesante il prezzo che questo BIMBO pagherà per riscattare “l’umanità” dalla condizione in cui sarà caduta…
    …svalutazione?!?!…
    «Perdonaci Signore»!…

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  2. S&R

    “Ciascuno deve, nella vita con se stesso e nella vita con il mondo, guardarsi dal prendere se stesso per fine”, questa frase di Martin Buber mi sembra il naturale approdo di queste belle e profonde riflessioni.

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