Frammenti di Cinema # 60

Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975) di Chantal Akerman è il film più bello nella storia del cinema. Lo ha decretato la rivista Sight and Sound, pubblicata dal British Film Institute. Attenzione, però. La scelta si rinnova ogni decennio. Il primo film che ha ricevuto questo riconoscimento nel 1952 è Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica. Dieci anni dopo, nel 1962 in cima fu messo Quarto Potere – Citizen Kane (1941) di Orson Wells, e vi è rimasto per un periodo molto lungo. Infatti, solo nel 2012 viene scavalcato in classifica – restando comunque secondo – da La donna che visse due volte – Vertigo (1952) di Alfred Hitchcock.

Il film della Akerman è inconsueto. Riprende in tempo (quasi) reale la vita quotidiana di una casalinga, madre di un giovane studente, nel corso di tre giorni. Con un particolare, scandito con naturalezza, nella giornata ordinaria: Jeanne si prostituisce. Oltre ad essere considerato cinematograficamente un capolavoro, è un film fondamentale per la cultura femminista.

Qui ci interessa il cinema. Così, subito troviamo un sottile filo estetico che lo collega al longevo Citizen Kane di Wells. In entrambi i film, peraltro diversissimi, si coglie che le inquadrature sono sempre perfettamente a fuoco, tanto negli interni, quanto nelle riprese esterne. In quest’ultimo caso, la regista usa i campi lunghi, con un gusto, talvolta, pittorico come in alcune inquadrature che sembrano dipinte da Gustave Caillebotte. Un altro richiamo stilistico evidente riguarda l’osservazione degli abituali gesti quotidiani di Jeanne. Risalgono dai margini più estremi e ignorati per essere messi al centro di una liturgia laica di cui esprimono un’inattesa e assorta sacralità. Inseriti dentro inquadrature lineari e simmetriche, gli oggetti casalinghi rimandano agli interni del cinema giapponese di Yasujro Ozu, per esempio, in Viaggio a Tokio (1953) o Tarda primavera (1960).

La fotografia, infine, irradia le riprese di una sensazione sospesa di attesa. Ai colori pastello e al neon degli interni fanno da contraltare l’oscurità e il grigiore degli esterni. Di ritorno, intermittenze luminose esterne penetrano di sera le stanze. La casa di Jeanne possiede i tempi e i silenzi di una chiesa. Percepiamo una presenza sacra che muove e si muove all’interno. Eppure, questa lentezza, che lo spettatore segue come un voyeur che non sa epilogo o destinazione, mette in uno stato di misteriosa apprensione. C’è qualcosa negli interni che fa pensare a Shining (1980) di Stanley Kubrick. Qualcosa di imprevedibile prima o poi accadrà. Per esempio, davvero non stupirebbe se il film degenerasse, all’improvviso, in un porno. La sacralità trasformarsi in coazione. Oppure, chissà, in un horror. Le abitudini domestiche potrebbero svelarsi ossessioni. Jeanne trasformarsi, da vittima, in carnefice.

 

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