
Giovanna Menegùs è nata a Milano nel 1969, vive tra San Vito di Cadore, Belluno e la provincia di Varese. Ha lavorato a lungo in ambito editoriale, e pubblicato tre libri di poesia: Quasi estate, MasterBook / ExCogita, 2017, Investitura di voci. 50 poesie (96, rue de-La-Fontaine, 2018, postfazione di Angelo Andreotti), L’occhio fotografico (Pietro Macchione, 2018, postfazione di Antonio Fiori). Fa parte della redazione di Avamposto. Rivista di poesia, nella versione cartacea e online, e del lit-blog collettivo La poesia e lo spirito. Un suo saggio è in uscita sulla fanzine di Versante ripido.
Passare in treno i boschi spogli di robinie,
i campi irti d’erba e stoppie
dalla notte assiderate
è come attraversare un sogno
– e basta un magro ciuffo di betulle
a fingermi la taiga intera, la
Transiberiana
prima che Milano si materializzi
e il giorno
Da Quasi estate, ExCogita, 2017.
*
Vedi anche tu, caro,
come ogni foglia che cade dal ramo
tracci la traiettoria della propria morte
attraversando l’aria fra i rami alti
e le trame di chiaro cielo
che oltre il bosco s’intravedono,
torcendosi ognuna diversa e tratta
da un diverso alito di vento
verso le molli anse del terreno
– ciascuna se stessa irrevocabile ed esatta
benché fra le tante e tanto fluttuante
Da L’occhio fotografico, Pietro Macchione, 2018.
*
(E le candide, cremose magnolie
protese come stormi d’uccelli
dai rami attorti dal vento,
che – immobili –
sempre ti sono parse
sul punto di spiccare il volo…)
Dai giardini, da angusti cortili
esplodono le magnolie rosa
fino a ieri invisibili, contenibili
tra mura e cancelli
Nel vento gelido, l’acre luce scorticata
d’un marzo siccitoso
esplodono ferendo gli occhi,
gli attutiti sensi
Quanti giorni durerà
la loro trepida, serica fiamma
smarginata e tremante
lungo le strade,
in tutto il cielo e l’aria
oltre i muri
Inedito.
E’ una poesia visiva, vivissima, capace di «toccare con due dita / gli accesi calici / dei ciclamini / del Carmine», abitata da alberi, uccelli, cieli, fiori, foglie, bianco di nevi, che delle immagini innaturali, mercificate e martellanti, non sa che farsene, lamentando anzi per esse l’assenza di nuovi iconoclasti. (…) E’ una poesia che sa sorprendere: «Non si sa come / ma certe mattine a Milano / c’è quest’aria di mare». (…) E’ una poesia che sa essere però dura e risoluta quando denuncia: «Che cosa leviamo al cielo /… // gas e veleni in luogo d’incenso, / e un frastuono in luogo di canto». (…) In questo bellissimo “filone naturalistico” le poesie sono come porte e finestre che s’aprono all’improvviso sul paesaggio. E quasi sempre lasciano intendere o intravedere anche qualcosa d’altro: intime ragioni, o stati d’animo, o auspici. (…) Vi è un’analogia tra lo sguardo gettato sulla fotografia e lo sguardo gettato sulla poesia, l’approccio è simile. In chi guarda/legge avvengono infatti sommovimenti paragonabili: il tempo si sospende o si muove improvvisamente in modo diverso, l’immagine restituita al lettore subisce un’interpretazione a volte diversa, o addirittura inconsapevolmente distorta. Il poeta che restituisce emozioni o sensazioni, che prova a fissare un’immagine, o a registrare un suono della natura sembra che lo faccia per noi, documentarista del mondo su nostro tacito mandato. Il trasferimento al lettore avviene in genere col meccanismo del rispecchiamento, congiuntamente a quel piccolo moto interiore che la poesia dovrebbe sempre provocare nel suo lettore. (…)
(Antonio Fiori)
