
I Colleghi
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Superato il concorso un magistrato si porta con sé per tutta la sua carriera, e anche dopo, l’aura del prestigio professionale. Un avvocato, invece, quel prestigio se lo deve guadagnare giorno per giorno, non soltanto nelle aule di Tribunale e nei rapporti con i propri clienti, ma anche nella vita quotidiana, comportandosi sempre con dignità e decoro. Se sarà figlio di avvocati, poi, potrà avere più difficoltà e sicuramente più chances di successo. Un padre o una madre avvocato, infatti, possono essere figure ingombranti lungo il cammino professionale dell’aspirante avvocato, e non solo. Con tali figure gli altri prima o poi, ed inesorabilmente, lo confronteranno facendo i relativi paragoni. Inoltre, una madre o un padre avvocato possono spegnere il fuoco della determinazione e disinnescare la grinta necessaria per farcela, per affermarsi. Con la pancia piena, lo sappiamo, non si va da nessuna parte: si resta sul divano di casa a poltrire, a sonnecchiare oppure a pontificare sulle spalle degli altri.
Però, ci pensate (lo dico con un pizzico di invidia, di invidia buona) che fortuna sarebbe avere sin da subito uno studio tutto proprio o una stanza tutta propria – il diritto alla stanza! – in uno studio già avviato, con una segretaria efficiente e magari pure carina, il viavai di gente, tuo padre che ti passa le pratiche e ti presenta ai suoi clienti? Certo, come detto, ci sarebbe il problema del confronto, della determinazione e delle motivazioni da recuperare. Ma basterebbe usare l’intelligenza, rispettarsi, avere pazienza ed appassionarsi ad un lavoro che non annoia mai, che è ricco di stimoli intellettuali, di sfide sociali, culturali, di mal di pancia, di mal di schiena e di bruschi risvegli notturni mentre gli atri ancora dormono. E il gioco è fatto. Davanti a sé la strada del successo, dei soldi, della carriera è già spianata senza dover tanto sgomitare. Le porte degli uffici si spalancano e si viene accolti con un sorriso, con una parola gentile se si è figli di avvocati.
I magistrati ammiccano, i colleghi si inteneriscono. Ci si può anche dedicare a tempo pieno alle attività istituzionali dei vari organismi e associazioni forensi se dietro c’è lo studio di famiglia che ti copre le spalle. Di fronte al figlio avvocato di un collega, specie se giovane, gli operatori del diritto sotteranno l’ascia di guerra. Ma è giusto che sia così, va bene così. Il parvenu, invece, il giovane avvocato che non ha alcun pedigree da esibire, che non ha legami familiari a cui aggrapparsi per andare avanti, dovrà ovviamente farsi strada da solo e cercare di ritagliarsi uno spazio in cui inserirsi, collocarsi, per avere visibilità ed essere riconosciuto all’interno di un mondo, quello dell’avvocatura, che è comunque aperto, disponibile ad accogliere, ad imbarcare nuove leve, nuovi marinai e che indica con chiarezza quali sono le regole a cui attenersi, a cui ispirarsi per diventare un giorno un nostromo, un capitano (consentitemi la banalità), un modello di riferimento.
Le regole deontologiche sono le linee guida dell’etica professionale di un avvocato. Servono? Diciamo che se un giovane avvocato ha già ricevuto una buona educazione in famiglia, ed è una persona per bene, si troverà a suo agio tra tali regole. Non ne sarà insofferente, anzi le considererà persino ovvie, scontate e le metterà in pratica senza nemmeno accorgersene. Chissà poi se anche gli altri ordini dedichino così tante energie alla cura dell’etica professionale. Chissà se anche i magistrati lo facciano (ho appreso di recente che lo fanno), se pure i funzionari e gli altri operatori giudiziari abbiano l’obbligo di seguire annualmente corsi di formazione e di perfezionamento deontologico. Servono, dicevo? Serve puntellare periodicamente la tenuta etica della propria condotta? Serve investire nel decoro professionale? Serve insistere nella probità? Serve puntare sulla lealtà? Serve rafforzare e valorizzare la propria dignità? Lealtà, probità, dignità, decoro. Ma che cazzo significano più? Sembrano parole d’altri tempi, ottocentesche, come ottocentesca sta ritornando ad essere la nostra professione, almeno in provincia, praticabile ormai solo in base al censo, da chi cioè può godere del sostegno economico della propria famiglia per superare indenne i primi lunghi anni di formazione e di lavoro non retribuito (durante i quali non si produce reddito e non si guadagna nulla) e per affrontare serenamente i periodi di magra che potranno verificarsi. Certo che serve avere un forte senso della propria dignità professionale, essere corretti nei rapporti con gli altri, irreprensibili nella propria condotta, sobri e temperanti anche nella forma oltre che nella sostanza.
Non so se paghino questi valori, ma servono a sentirsi liberi, ad essere orgogliosi di sé stessi, a camminare a testa alta e a guardare gli altri dritto negli occhi, seppur con il rispetto dovuto. E poi la serietà e l’affidabilità sul lavoro, come nella vita, vengono sempre riconosciute e ricompensate; e comunque, alla fine, ogni avvocato si merita i clienti che si ritrova. Per carità, non fraintendetemi! Lo so, pure il peggiore dei criminali, pure l’individuo più abbietto e meschino che ha commesso il più atroce dei reati ha il diritto di essere difeso all’interno di un giusto processo, ci mancherebbe! Quello che condanno, che biasimo, è l’usarsi reciprocamente per il perseguimento di fini loschi, ai limiti della sanzione penale. Ecco allora che serve insistere sul tema della tenuta etica degli avvocati, rispolverando periodicamente, una per una, attraverso corsi e seminari, le varie regole deontologiche. E ciò soprattutto nei periodi di crisi della professione, come questo che stiamo vivendo, in cui è più facile scendere a compromessi con la propria coscienza, con la propria probità, con la propria moralità appunto.
Per antonomasia, almeno nell’ambito civile, due sono i settori in cui avvocati e clienti possono fare affari insieme. Uno di questi è l’infortunistica stradale. Capita sempre all’inizio della professione di avere tra le mani un sinistro da gestire, così come capita di avere una cambiale o un assegno protestato da azionare. Con la cambiale e l’assegno si notifica di solito il precetto di pagamento e si tenta, il più delle volte senza successo, di recuperare il credito insoluto; con il sinistro stradale, invece, si manda una raccomandata di messa in mora alla compagnia assicuratrice e al presunto danneggiante e si avvia l’iter della procedura risarcitoria. Occorrerà, all’uopo, munirsi di un preventivo di spesa di un meccanico o di un carrozziere compiacente che dovrà quantificare i danni materiali subiti, preventivo generalmente un po’ gonfiato perché, si sa, che dopo bisognerà andarsela a giocare con il liquidatore, il quale puntualmente abbatterà il quantum richiesto. Se si lamentano danni fisici alle persone coinvolte sarà opportuno, anche se non è necessario, recarsi in ospedale per farsi dare dei giorni di invalidità, temporanea e assoluta (se ci sono i presupposti) a cui di solito il medico di famiglia o lo specialista consultato ne aggiungeranno altri per la riabilitazione e per il recupero definitivo, fino a completa guarigione. Tanto paga l’assicurazione che i soldi ce li ha! Non è vero?
I soldi nostri, però, quelli che poi deriveranno dall’aumento dei premi delle polizze assicurative ovvero dall’applicazione del famigerato meccanismo del bonus-malus. Fin qui, più o meno tutto nella norma, tutto secondo prassi e consuetudine. Potrà accadere però di non avere testimoni dell’accaduto. In questi casi non è improbabile che salti fuori un amico, un parente, un cugino pronto a sostenere di aver visto tutto, a confermare la dinamica dell’evento proprio perché quel giorno, al momento dell’incidente, a quella data ora si trovava proprio lì, sul marciapiede di fronte oppure passeggiava nei pressi e ha assistito allo scontro, all’urto, alla manovra imprudente. Le cose si complicano, dal punto di vista delle conseguenze che possono avere per la tenuta etica dell’avvocato coinvolto, quando i testimoni e le presunte vittime dei sinistri cominciano ad essere sempre le stesse persone. In tali circostanze cosa deve fare un avvocato?Beh, la tentazione del guadagno facile può essere forte. Associarsi a siffatte iniziative e partecipare ai disegni criminosi dei propri clienti (perché di questo si tratta) significa ovviamente spalancare le porte del proprio studio al malaffare. Ci si potrà anche arricchire per un po’ ma, prima o poi, si andrà a finire sulla bocca di tutti e dopo, come talvolta succede, agli arresti domiciliari o direttamente in carcere. E sarà la fine.
Una volta una persona a me cara ricevette una richiesta di risarcimento danni da un collega per un sinistro che si sosteneva essersi verificato in una città in cui questa persona non era mai stata, né avrebbe potuto essersi recata. Un’altra volta, sempre ad una persona a me vicina, una collega chiese di pagare i danni provocati da un tamponamento che non poteva essersi verificato all’ora indicata e nella via indicata perché a quell’ora, in quella via e in quel quartiere l’automobile del mio parente semplicemente non c’era, perché si trovava da tutt’altra parte della città. Nel primo caso invitati il collega a desistere dalla sua iniziativa, minacciando altrimenti di rivolgermi, senza indugio, alla Procura della Repubblica per “l’adozione di ogni più opportuno provvedimento, anche a suo carico”; nel secondo caso le registrazioni del navigatore satellitare smentirono la fastidiosa insistenza della collega. Spero che in entrambi gli episodi i colleghi coinvolti non fossero complici dei propri clienti. Mi auguro inoltre che, chiarita la situazione, li abbiano cacciati a pedate dal proprio studio.
L’altro settore che, come accennato, si presta al losco affarismo è quello della previdenza sociale. E’ un settore nel quale girano molti soldi, soldi facili, da mungere all’Inps questa volta. E’ un settore che ha ancora tanto futuro davanti a sé, visto che le aspettative di vita degli italiani si allungano sempre di più e, con il prolungarsi della vita media, gli acciacchi, più o meno gravi, più o meno invalidanti, inevitabilmente aumentano. E’ un settore inoltre in cui, per la sua delicatezza, gli avvocati dovrebbero dimenticarsi di fare soldi e mettersi invece al servizio di chi ha davvero bisogno, con un equo compenso, per altro previsto dalle nostre tariffe professionali. E’ un settore sul quale incombono i controlli della Guardia di Finanza, del Gabibbo e degli inviati di Striscia la Notizia o delle Jene. E’ un settore, infine, in mano ai patronati, ultimi presidi sul territorio a tutela dei diritti della povera gente, di chi cioè con una carta in mano non sa davvero dove andare a sbattere la testa e chiede soltanto che gli venga riconosciuto ciò che gli spetta.
Ma c’è chi se ne abusa e chi se ne approfitta. Se ne abusa chi, pur non avendone diritto, si fa riconoscere invalido grazie alle perizie di medici compiacenti; ne approfittano i medici compiacenti che, per essere appunto compiacenti, si fanno lautamente pagare; ne approfittano gli avvocati e i patronati quando si spartiscono gli emolumenti arretrati riconosciuti agli invalidi o presunti tali; ne approfittano i perenti degli invalidi o presunti tali quando si appropriano indegnamente dei benefici previsti dalla legge. Infatti, un pass per disabili esposto sul cruscotto di un’autovettura può risolvere il problema dei parcheggi in una città di medie e grandi dimensioni; il riconoscimento delle agevolazioni fiscali previste dalla legge 104 del 1992 può migliorare la situazione economica di intere famiglie; nei casi più disperati poi, una pensione di invalidità, per quanto misera, potrà essere una forma di ammortizzatore sociale comunque inaccettabile se indebitamente percepita. Ebbene, all’inizio della professione, quando si esplorano i vari territori del diritto alla ricerca, tenace e coraggiosa, di uno spiraglio in cui infilarsi, anch’io, devo ammetterlo, ho sondato il terreno del diritto previdenziale. Anch’io, come molti miei colleghi, ho cercato di irrompere sulla scena rutilante della previdenza sociale per lavorare sul velluto.
La mia prima pratica (come dimenticarlo!) fu quella della mia cara nonna, conclusa con esito favorevole già in sede amministrativa. Poi fu la volta di un mio zio, quindi dell’anziana mamma di un’altra mia parente, ma alla lontana e, dopo, di un paio di privati la cui fiducia ero riuscito a carpire con la pazienza e la perseveranza di un abile venditore. Favorevole, sebbene in sede contenziosa, anche l’esito di queste altre pratiche; tutte fondate, per la verità, perché contenenti legittime richieste di riconoscimento di invalidità civile. Ma che fatica, che dispendio di energie: certificati del medico di base, domande amministrative, codici pin dell’Inps, prenotazioni di visite mediche specialistiche, liste di attesa, esami della commissione invalidi, ricorsi al Tribunale del lavoro, consulenze tecniche di parte, consulenze tecniche d’ufficio e dopo alcuni anni, finalmente, la sentenza. Capì che così non ne valeva la pena, che per ottimizzare i tempi e massimizzare i ricavi bisognava seguirne tante di queste pratiche, lavorare in serie, in ciclostile come si dice in questo casi. Capì inoltre, presi atto – d’altronde non scoprivo che l’acqua calda – che bisognava appoggiarsi, collaborare con un patronato, con un sindacato o con un caf per sbarcare il lunario in questo settore. Altrimenti, era meglio lasciar perdere … E lasciai perdere, in effetti.
Prima, però, mi rivolsi ad un amico e collega, e soprattutto promettente politico locale. Gli esposi il mio progetto (mettere su un patronato) che ovviamente riscosse il suo pieno consenso dato che la gestione di un patronato può essere uno straordinario bacino di voti per chi si occupi o voglia occuparsi di politica. La sede sarebbe stata presso il suo ufficio cittadino di segreteria. Passarono alcuni mesi tra impegni, rinvii e incontri, e un bel giorno mi chiamò comunicandomi che si poteva iniziare. Si presentò all’appuntamento con due tipacci, uno dei quali, una specie di guardaspalle, rimase in piedi, immobile, per tutto il tempo con le braccia incrociate. L’altro, invece, dopo le presentazioni di rito estrasse da una tasca un verbale della commissioni invalidi e, sventolandolo come un trofeo, disse: “Questo qui è un assegno in bianco; di questi ne ho altri in macchina”. La sua macchina, aggiunse, era il suo ufficio ambulante di pronto intervento previdenza.
Per farla breve, io mi sarei dovuto limitare a firmare degli atti, dei ricorsi immagino, redatti da non so chi, e il gioco secondo lui era fatto. Io poi sarei finito dritto dritto in galera e loro due si sarebbero sicuramente dileguati nel nulla della delinquenza cialtrona. Mi spaventai. Mi sentì a disagio in quel posto. In un attimo vidi tutto quello che di buono avevo costruito fino ad allora, con onestà e sacrificio devo dire, cedere e sbriciolarsi come un muro in frantumi. Cercavo lo sguardo del mio amico, per avere delle risposte. Farfugliai qualcosa, mi scusai e dissi che non faceva per me, che non ero più interessato. Mi tolsi dall’imbarazzo e uscì. La mia probità prevalse.
Un paio d’anni dopo aiutai un mio conoscente a portare a termine una pratica di invalidità che giaceva sonnacchiosa in appello. L’avvocatessa a cui si era rivolto, dietro consiglio di un suo amico, gli aveva indicato il percorso da seguire e suggerito gli specialisti da consultare prima del deposito del ricorso; ricorso che, respinto in primo grado, giaceva appunto sonnacchioso in appello in attesa di un’integrazione documentale che per negligenza di qualcuno tardava ad arrivare. Sollecitai la collega la quale, quando finalmente fu emessa la sentenza, favorevole, pretese dal cliente, in nero, il 20% della somma, cospicua, corrisposta dall’Inps. Io rimasi sorpreso da quella richiesta e prospettai al mio conoscente, di fronte alle insistenze della collega, di presentare una denuncia alla Guardia di Finanza. Non so come sia andata a finire. So però che il cliente pagò la somma pretesa, a rate, senza ricevere uno straccio di fattura. La spregiudicatezza è un tratto distintivo di una determinata categoria di avvocati; poi ci sono quelli che si sanno vendere bene e infine quelli che io chiamo e ritengo i tecnici del diritto. Tutti però usiamo le buone maniere nei rapporti con gli altri, tutti diventiamo più o meno gentili e cortesi durante lo svolgimento della professione. E dobbiamo esserlo.
Un medico deve essere rassicurante con i propri pazienti, un avvocato deve essere un signore nei modi. I clienti poi, a seconda dei casi, pretenderanno serietà e competenza oppure scaltrezza e cattiveria dal proprio avvocato e lo sceglieranno sulla base di tali aspettative. Ma cortesia e gentilezza non dovranno mai mancare perché sono espressione di quel senso di serenità e di decoro, anche economico, che un avvocato degno di nota deve comunque ostentare. Anche la nostra eleganza, tendenzialmente sobria ed adeguata al ruolo e alle sedi frequentate, ma che ammette pure guizzi di ricercata eccentricità, testimonia detti valori. Così come alcune espressioni usate nel nostro linguaggio: ardite, inafferrabili o cerimoniose come “Pregiato” o “Pregiatissimo”, con cui di solito apriamo la corrispondenza informativa con i nostri colleghi; oppure ossequiose, inconsistenti e desuete come “Illustrissimo”, “Eccellentissimo” o “Signoria Vostra”, con cui invece negli atti cerchiamo molto ingenuamente di blandire il potere dei magistrati.
Tuttavia, gettata la maschera e tolti i panni profumati del decoro professionale, siamo capaci di acrobazie logico giuridiche ai limiti della ripugnanza sociale. Ma è il nostro mestiere, ci vogliono così, dobbiamo fare la nostra parte. In ogni caso, cordialità e buone maniere, cortesia e gentilezza non dovranno mai mancare perché aiutano a lavorare meglio, anche quando il nostro interlocutore è un collega particolarmente antipatico. Di solito l’antipatia è reciproca. Nella classe forense essa è suscitata dall’orgoglio, derivante dal fatto di credersi chissà chi, e dall’invidia. L’invidia poi è alimentata dal successo professionale ed è trasversale alle categorie di avvocati di cui innanzi. Un tecnico del diritto, ad esempio, farà molta fatica ad accettare che un collega incompetente, a cui cioè sfuggono i “principi fondamentali del diritto”, possa avere sempre lo studio pieno di clienti. Allo stesso modo, un avvocato sempre molto elegante, che ama mostrarsi continuamente sulla cresta dell’onda, rosicherà all’idea che quel collega schivo e chiuso, che veste in modo modesto e che preferisce andare in giro con un’utilitaria piuttosto che indebitarsi per motivi di immagine, abbia la stima incondizionata e senza riserve di magistrati, di cancellieri e di colleghi di grido. I cosiddetti tecnici del diritto sono proprio così: schivi, ma disponibili con chi vogliono loro (ovvero, di solito, con le persone curiose, intelligenti, colte ed interessanti) e modesti, tanto che a volte non li daresti una lira a vederli. Amano lo studio, inoltre, il silenzio, l’approfondimento e lavorare con cura e precisione. Disdegnano la clientela privata, perché in genere hanno poco tempo da perdere, e preferiscono collaborare con enti, banche, società e tribunali, come ausiliari dei giudici ad esempio, curatori, consulenti, specialisti della materia. Alla lunga il loro impegno e la loro serietà vengono pure premiate dal successo economico, ma il profitto, il denaro a tutti i costi non sono certo la loro priorità, forse perché di solito provengono dal benessere, sono cresciuti nel benessere e del vile denaro conoscono bene le trappole e gli inganni.
All’opposto ci sono gli avvocati che si sanno vendere bene. Appaiono come se fossero i migliori sulla piazza: belle auto, studi eleganti e ben arredati, abiti sartoriali rigorosamente blu o grigi. Con l’estetica, però, cercano solo di colmare profonde lacune professionali, e in molti ci cascano attratti dal loro fascino e dalle chiacchiere millantate in giro. Spesso, inoltre, fanno politica, che usano per procacciarsi clienti che a loro volta vengono usati per il proprio tornaconto elettorale. Non sono infidi o in malafede. Conoscono solo i propri pregi e i propri limiti e si giocano bene le proprie carte vendendo a caro prezzo quello che mostrano di sapere. Molto più pericolosi sono gli avvocati spregiudicati. Ne abbiamo visto un esempio prima. Da loro mi farei difendere solo se avessi tutto da perdere e fossi alla frutta, all’ultima spiaggia, alla disperazione più totale. Mi affiderei ad un tecnico, invece, se fossi un imprenditore di successo, un uomo di successo, serio e solido, e volessi proteggere e migliorare ulteriormente la mia già florida posizione economica. Non sono d’altro canto così stupido o sprovveduto da mettermi nelle mani di un avvocato che si sa soltanto vendere, a meno che non avessi bisogno dei suoi agganci e delle sue conoscenze per arrivare da qualche altra parte od ottenere qualcosa che non mi spetta.
I peggiori comunque sono gli avvocati spregiudicati. Rari per la verità, molto chiacchierati e biasimati dalla classe forense che spesso e alle loro spalle li definisce “delinquenti”, di solito sbarcano tutti quanti il lunario perché sono capaci di fare man bassa di clienti, dei quali carpiscono con astuzia la fiducia facendo leva sui cedimenti dei loro stati d’animo. Mi spiego. Quando dei clienti si presentano le prime volte nello studio di un avvocato sono … arrabbiati? incazzati? inferociti? Diciamo di sì, generalmente lo sono. Si sentono amareggiati, delusi, feriti perché ritengono di aver subito un torto, un abuso, un’ingiustizia, un atto di prepotenza o di prevaricazione. Sputano odio, biascicano saliva e livore e chiedono vendetta, “la punizione”, l’annientamento dell’avversario. In questa fase, che può durare anche diversi mesi, molti di loro non vogliono un avvocato che razionalmente li aiuti a capire come stanno effettivamente le cose (lo considererebbero un perdente), ma se ne aspettano uno che li porti in guerra e che ne racconti già la vittoria. Il merito degli avvocati spregiudicati è proprio quello di saper cavalcare empaticamente la rabbia dei loro clienti, la loro frustrazione, il loro risentimento. Sicché suonano la carica e danno fuoco alle trombe, tirando fuori con mestiere da un singolo problema, da una singola questione giuridica anche cinque, dieci cause; alcune le vinceranno, altre le perderanno, ma loro ci guadagneranno sempre perché nel frattempo si saranno fatti firmare plurimi mandati alle liti, oppure un unico mandato ma dal contenuto ampio, processualmente omnicomprensivo, in cui, sottolineando la complessità delle cause da intraprendere, avranno certamente previsto l’applicazione delle tariffe più alte. Così cominceranno i guai per i loro malcapitati clienti, i quali prima o poi si vedranno recapitare parcelle salatissime (anche da venti, cinquanta o ottanta mila euro), che dovranno pagare, soprattutto se avranno da perdere e non vorranno vedersi espropriare case, terreni o attività. Lupi, quindi, che sanno fingersi agnelli e che con l’astuzia sono in grado di spolparli fino all’osso i propri clienti.
Ne conosco di avvocati fanfaroni e patinati, palloni gonfiati del diritto in cerca di visibilità. Ne conosco di colleghi tecnici del diritto, tanto abili con le norme e con le procedure quanto a disagio con gli altri. Ne conosco infine di colleghi spregiudicati che spinti dall’avidità e dalla brama di successo si avventurano imprudentemente ai confini di ciò che non è più lecito. Tutti, però, siamo accomunati dal senso di appartenenza a questa nostra categoria il cui stile, come un tessuto pregiato, è fatto di gentilezza e di buone maniere e in cui è costante il richiamo al rispetto delle regole deontologiche. Alcuni, è vero, non lo ascoltano questo richiamo; altri, pochi, fanno orecchie da mercante e si girano dall’altra parte.
Tutti ne sentiamo sicuramente il peso.
